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Torna il menù di Berlusconi: ci portò più spesa, più tasse e spread al top

Come il sequel di un vecchio film, il ritorno politico del Cavaliere promette le identiche parole d'ordine dei tempi andati
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Tutto è pronto per farci vedere il sequel del vecchio film. La sala, il proiettore e la pellicola. Con lo stesso regista. Pazienza se ha superato gli ottanta, la differenza è impercettibile. "Se torneremo al governo ripeteremo quello che facemmo quando fummo al governo", dice oggi Silvio Berlusconi. Snocciolando l'identico menù dei tempi andati: "Meno vincoli europei, meno tasse, meno stato, via la tassa sulla prima casa, l'imposta di successione, quella sulle donazioni e il bollo auto..." E la giustizia? "In galera solo per i fatti di sangue, altrimenti si versa una cauzione". E le grandi opere? "Costruiremo il ponte sullo stretto di Messina". Perché così "se uno ha un grande amore dall'altra parte potrà andarci anche alle quattro di notte, senza aspettare i traghetti...": questa detta al Corriere della sera l'8 maggio del 2005, ma è come fosse ieri.

L'ex Cavaliere …
Tutto è pronto per farci vedere il sequel del vecchio film. La sala, il proiettore e la pellicola. Con lo stesso regista. Pazienza se ha superato gli ottanta, la differenza è impercettibile. "Se torneremo al governo ripeteremo quello che facemmo quando fummo al governo", dice oggi Silvio Berlusconi. Snocciolando l'identico menù dei tempi andati: "Meno vincoli europei, meno tasse, meno stato, via la tassa sulla prima casa, l'imposta di successione, quella sulle donazioni e il bollo auto..." E la giustizia? "In galera solo per i fatti di sangue, altrimenti si versa una cauzione". E le grandi opere? "Costruiremo il ponte sullo stretto di Messina". Perché così "se uno ha un grande amore dall'altra parte potrà andarci anche alle quattro di notte, senza aspettare i traghetti...": questa detta al Corriere della sera l'8 maggio del 2005, ma è come fosse ieri.

L'ex Cavaliere evidentemente non può ricordare che nell'autunno del 2011 fu proprio il suo governo, dopo aver resuscitato il ponte seppellito da Romano Prodi, a porre le premesse per seppellirlo di nuovo votando sì a una mozione dipietrista che ne sopprimeva i finanziamenti. Ma a palazzo Grazioli regnava il distacco dalla realtà. Lo spread fra i titoli di stato italiani e i bund tedeschi, ben più potente e distruttivo delle cene eleganti di Arcore, marciava inarrestabile verso il massimo storico di quota 574, e mentre l'ombra di Mario Monti già si allungava su di lui, Berlusconi lasciava tutti basiti: "Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. La vita è quella di un Paese benestante, i consumi non sono diminuiti, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni".

Erano i giorni in cui l'Istat certificava che il 35,8% delle famiglie riducevano la spesa per gli alimentari, mentre i consumi toccavano un livello reale inferiore dell'8% a quello di dieci anni prima, quando era iniziata la nuova epoca del centrodestra poi brevemente interrotta dalla parentesi prodiana. Colpa della crisi, certo. Ma fino a un certo punto. Per capire che cosa abbia regalato all'Italia quel decennio, al netto dell'inutile propaganda e delle promesse mai rispettate, basta leggere i numeri. I nostri e quelli dei Paesi con le banche allora nei guai, che facevano fregare le mani ai nostri governanti.

Dicono i dati del Fondo monetario internazionale che fra il 2001 e il 2011 il pil procapite reale, vale a dire la ricchezza prodotta da ogni italiano tenendo conto dell'inflazione, si è ridotto del 3,1%. Il risultato peggiore in assoluto dell'eurozona, dove in quel periodo l'Italia è stato l'unico Paese con il segno negativo. Non l'aveva neppure la Grecia. Fra il 2001 e il 2011 la ricchezza reale prodotta da ogni tedesco è cresciuta del 12,9%. E se all'inizio del decennio la differenza fra il nostro pil procapite e quello della Germania si aggirava sui 1.610 euro, quando Monti è arrivato a palazzo Chigi era di 6.280 euro. Davanti a ciò è arduo immaginare che chi ha governato il Paese per un periodo così lungo non abbia colpe.

"Meno stato", ha sempre proclamato Berlusconi, e ora rilancia il concetto. Però durante i suoi governi non è andata esattamente così. La spesa pubblica, che nel 2001 superava di poco i 600 miliardi, alla fine del 2011 sfiorava invece gli 800: 797 e 971 milioni, per la precisione. L'aumento monetario è stato del 32,8%, determinando una crescita reale, anche qui considerando l'inflazione, pari all'8,5%. Parliamo di 62 miliardi veri. Niente male per chi aveva promesso la ritirata della mano pubblica.

Bisogna però guardare dentro a quei numeri, per capire com'è stato davvero gestito il Paese durante quella fase. Di quei 62 miliardi ben 57 sono finiti nel capitolo del welfare: per la stragrande maggioranza, pensioni. Quel capitolo, che assorbiva nel 2001 il 36,1% della spesa pubblica, aveva raggiunto nel 2011 il 40,4 %. C'entra di sicuro l'esborso enorme per l'assistenza causato dalla crisi. Ma è incontestabile che la fetta più rilevante di quei 57 miliardi abbia a che fare con l'incremento della spesa previdenziale. Per giunta, mentre il conto per le pensioni saliva in modo inarrestabile, la spesa per l'istruzione si riduceva del 10,2%: 7 miliardi e mezzo reali svaniti. In quei dieci anni si è dunque investito sugli anziani disinteressandosi dei giovani. Con risultati oggi ben visibili.

Ancora: le spese militarisono aumentate del 35,2% e quelle per la cultura sono state invece ridotte del 31,7%. I dati della Ragioneria ci informano pure che l'impegno finanziario per la protezione dell'ambiente avrebbe fatto un salto tanto inconsueto quanto notevole, di ben il 22,5%. Pur rimanendo confinato in una dimensione assai limitata (intorno all'1,1% della spesa pubblica). Ma è il classico specchietto per le allodole. Perché scendendo più in profondità salta fuori che la crescita ha riguardato esclusivamente la spesa corrente (+46,5%), considerando che le buste paga sono quasi raddoppiate, mentre gli investimenti sono addirittura calati del 3,5 per cento reale.

E meno male che in tutto questo è arrivata in soccorso la moneta unica tanto vituperata dai leghisti alleati di ferro dell'ex Cavaliere. Gli interessi in euro sui titoli di stato sono scesi di quasi 18 miliardi reali nonostante la progressione folle del debito pubblico: +539 miliardi in dieci anni. Senza quell'aiutino il conto per il Paese dove nel frattempo il numero dei poveri assoluti viaggiava verso i 3 milioni e mezzo, sarebbe stato ancora più salato. La pressione fiscale, pari nel 2001 secondo l'Istat al 40,1% del pil, a fine 2011 era al 41,6%. Alla faccia del taglio delle tasse.
Quanto alle grandi opere, l'asso nella manica di Berlusconi, la legge obiettivo si è rivelata un disastro epocale per il bilancio pubblico. Avrebbe dovuto velocizzare la realizzazione delle infrastrutture garantendo prezzi certi? Ebbene, a fine 2011 risultavano ultimati appena il 10% dei lavori previsti, con i costi ovunque esplosi. Senza contare alcuni regalini maleodoranti tipo quelli gentilmente offerti dalla vicenda della corruzione al Mose di Venezia. Omaggi che secondo uno studio del governo Monti avrebbero fatto salire la spesa per gli appalti pubblici perfino del 40%.
Ce ne sarebbe già abbastanza per decretare il fallimento di quel decennio. Senza alcuna nostalgia. Ma non si può non ricordare come quelli, con il Paese che arrancava sempre di più, siano stati pure gli anni del porcellum, ovvero la legge elettorale più indecente della storia repubblicana. Per non parlare della crescita stratosferica dei costi della politica grazie ad altre leggine indecenti capaci di moltiplicare i rimborsi elettorali come se si giocasse alle slot machine. Consentendo ai partiti di incassare i soldi perfino per gli anni delle legislature sciolte anticipatamente. Si arrivò a distribuire ai partiti 300 milioni l'anno solo di rimborsi, e altrettanti da fonti diverse. E qui un ringraziamento speciale va a quella sinistra che attivamente collaborò allo sconcio. O no?