Tutti gli ostacoli per l'alleanza a sinistra
Stefano Cappellini , di STEFANO CAPPELLINILavoro, migranti, banche: oltre le lotte personali, il problema dei contenuti. È ancora possibile un progetto comune?
Lavoro, fisco, migranti, banche, costi della politica. La coperta comune della sinistra è diventata troppo corta per tenere insieme davvero una coalizione larga? La famigerata Unione, alleanza di dodici partiti che vinse di una incollatura le elezioni del 2006, impiegò 280 pagine di programma ufficiale per simulare una impossibile unità d'intenti. Ma dentro quella coalizione c'era di tutto - socialdemocratici e centristi, laici e ultracattolici, Mastella e i trotzkisti. Possibile che oggi non si riesca più a trovare un minimo comune denominatore nemmeno tra due pezzi di sinistra che fino a pochi mesi condividevano addirittura lo stesso partito? Gira intorno a una risposta sincera a questa domanda l'altrimenti stucchevole dibattito sull'alleanza "larga", scandita da aperture e chiusure che si susseguono con una frequenza inspiegabile agli occhi di chi, guardandola da fuori, giurerebbe che non si sia mai mossa foglia. Qui è il…
Lavoro, fisco, migranti, banche, costi della politica. La coperta comune della sinistra è diventata troppo corta per tenere insieme davvero una coalizione larga? La famigerata Unione, alleanza di dodici partiti che vinse di una incollatura le elezioni del 2006, impiegò 280 pagine di programma ufficiale per simulare una impossibile unità d'intenti. Ma dentro quella coalizione c'era di tutto - socialdemocratici e centristi, laici e ultracattolici, Mastella e i trotzkisti. Possibile che oggi non si riesca più a trovare un minimo comune denominatore nemmeno tra due pezzi di sinistra che fino a pochi mesi condividevano addirittura lo stesso partito? Gira intorno a una risposta sincera a questa domanda l'altrimenti stucchevole dibattito sull'alleanza "larga", scandita da aperture e chiusure che si susseguono con una frequenza inspiegabile agli occhi di chi, guardandola da fuori, giurerebbe che non si sia mai mossa foglia. Qui è il cuore della faccenda, perché non sono in ballo rancori personali, vendette e ambizioni - tutta merce che pure non scarseggia - ma l'esistenza stessa di una possibile sinistra plurale di governo.
Matteo Renzi ha cominciato a fare i conti con il problema ben prima della scissione, da quando è stato chiaro che il 40 per cento delle europee 2014 non si teneva più insieme. Anzi, cominciava a sbriciolarsi pezzo pezzo. I suoi detrattori lo accusano di aver virato a destra, addebitandogli soprattutto il Jobs Act e le scelte fiscali, a cominciare dall'abolizione indiscriminata dell'imposta sulla prima casa, ma nel suo carniere ci sono anche l'approvazione delle unioni civili, che i precedenti governi di centrosinistra non avevano nemmeno sfiorato, e le polemiche sull'austerità dell'Unione europea che i suoi predecessori si sono ben guardati dal sollevare. Risultato, voti persi a sinistra e voti persi a destra. Prodiani infuriati di qua e montiani indignati di là. Quanto ai berlusconiani, c'è ancora Berlusconi in persona a tenere viva la polemica con Bruxelles e il tesoretto di voti che garantisce.
Nel 1996 l'Ulivo e Rifondazione comunista si inventarono la desistenza per collaborare alla vittoria delle elezioni: dove mi presento io, non ti presenti tu, e viceversa. Funzionò (anche perché la Lega non fece altrettanto con Forza Italia), poi tutto si infranse sulla legge per le 35 ore settimanali di lavoro e su altre questioni ormai consegnate all'archeologia politica. Oggi Pier Luigi Bersani agita l'articolo 18 ("O anche il ritorno di un 17 e mezzo", celia lui) per spiegare che senza una revisione strutturale del Jobs Act non si può ragionare nemmeno di un mero accordo tecnico sui collegi. "Perché - ragiona Bersani - noi siamo andati via in nome di quanti dicono: questa non è più sinistra. E come facciamo a dire loro che bisogna rivotare, anche solo indirettamente, un Pd che rivendica il Jobs Act?".
Ma la coperta sembra corta da qualunque parte si tiri. Come sui migranti. La linea ufficiale è coniugare la gestione dei flussi con l'accoglienza. La linea Minniti garantisce consensi solidi sulla prima ma si ferma dove s'inalberano i teorici della seconda. Se Emma Bonino chiede correzioni alla dottrina del Viminale, il presidente dem Matteo Orfini le dà ragione prontamente. E già il ministro Graziano Delrio era stato il più netto a riposizionare la barra nel dibattito sul ruolo delle ong ("Salvare vite umane resta la priorità", disse proprio a Repubblica nel pieno delle polemiche sul nuovo codice di condotta). Minniti, Orfini e Delrio sono tutti esponenti del Pd, e Renzi usa proprio questo caso per dimostrare che il suo partito non è più quell'amalgama malriuscito di cui disse Massimo D'Alema ai tempi del Pd veltroniano bensì un fertile melting pot: "La posizione in teoria più a destra è quella di Minniti, che viene dal Pci, e quella più a sinistra di Delrio, che viene dalla Margherita". Eppure è chiaro che non basta la comune militanza dei protagonisti della discussione a garantire che su questo tema anche l'elettorato si ritrovi tutto sotto la medesima tenda.
Né tutto può essere ricondotto, come in un testo di Gaber, alle rassicuranti dicotomie tradizionali. È più di sinistra la polemica anti-establishment di Renzi sulle autorità bancarie o il rispetto delle istituzioni invocato da Mdp e dai "padri nobili"? I banchieri non fanno più da tempo la fila alle primarie del Pd, ma la polemica sui rapporti tra la sinistra e il "salotto buono" non ha ancora trovato il baricento. E ancora: chi scavalca a sinistra chi nella battaglia sui vitalizi (che, peraltro, in quanto tali non esistono più) tanto cara all'ex premier? Per un aspirante elettore grillino conquistato alla causa ce n'è uno che la considera un cedimento al populismo qualunquista. E non è detto che, per il Pd, il gioco sia a somma zero. È più facile che il grillino continui a votare M5S e il "partitista" volti le spalle ai dem.
Ora tocca a Piero Fassino, che al tavolo dei dodici dell'Unione sedeva da segretario dei Ds, la missione esplorativa per trovare una quadra sui contenuti prima ancora che sui nomi. Tra Mastella e i trotzkisti un accordo si trovò. Tra Grasso e Gentiloni, forse no.
Matteo Renzi ha cominciato a fare i conti con il problema ben prima della scissione, da quando è stato chiaro che il 40 per cento delle europee 2014 non si teneva più insieme. Anzi, cominciava a sbriciolarsi pezzo pezzo. I suoi detrattori lo accusano di aver virato a destra, addebitandogli soprattutto il Jobs Act e le scelte fiscali, a cominciare dall'abolizione indiscriminata dell'imposta sulla prima casa, ma nel suo carniere ci sono anche l'approvazione delle unioni civili, che i precedenti governi di centrosinistra non avevano nemmeno sfiorato, e le polemiche sull'austerità dell'Unione europea che i suoi predecessori si sono ben guardati dal sollevare. Risultato, voti persi a sinistra e voti persi a destra. Prodiani infuriati di qua e montiani indignati di là. Quanto ai berlusconiani, c'è ancora Berlusconi in persona a tenere viva la polemica con Bruxelles e il tesoretto di voti che garantisce.
Nel 1996 l'Ulivo e Rifondazione comunista si inventarono la desistenza per collaborare alla vittoria delle elezioni: dove mi presento io, non ti presenti tu, e viceversa. Funzionò (anche perché la Lega non fece altrettanto con Forza Italia), poi tutto si infranse sulla legge per le 35 ore settimanali di lavoro e su altre questioni ormai consegnate all'archeologia politica. Oggi Pier Luigi Bersani agita l'articolo 18 ("O anche il ritorno di un 17 e mezzo", celia lui) per spiegare che senza una revisione strutturale del Jobs Act non si può ragionare nemmeno di un mero accordo tecnico sui collegi. "Perché - ragiona Bersani - noi siamo andati via in nome di quanti dicono: questa non è più sinistra. E come facciamo a dire loro che bisogna rivotare, anche solo indirettamente, un Pd che rivendica il Jobs Act?".
Ma la coperta sembra corta da qualunque parte si tiri. Come sui migranti. La linea ufficiale è coniugare la gestione dei flussi con l'accoglienza. La linea Minniti garantisce consensi solidi sulla prima ma si ferma dove s'inalberano i teorici della seconda. Se Emma Bonino chiede correzioni alla dottrina del Viminale, il presidente dem Matteo Orfini le dà ragione prontamente. E già il ministro Graziano Delrio era stato il più netto a riposizionare la barra nel dibattito sul ruolo delle ong ("Salvare vite umane resta la priorità", disse proprio a Repubblica nel pieno delle polemiche sul nuovo codice di condotta). Minniti, Orfini e Delrio sono tutti esponenti del Pd, e Renzi usa proprio questo caso per dimostrare che il suo partito non è più quell'amalgama malriuscito di cui disse Massimo D'Alema ai tempi del Pd veltroniano bensì un fertile melting pot: "La posizione in teoria più a destra è quella di Minniti, che viene dal Pci, e quella più a sinistra di Delrio, che viene dalla Margherita". Eppure è chiaro che non basta la comune militanza dei protagonisti della discussione a garantire che su questo tema anche l'elettorato si ritrovi tutto sotto la medesima tenda.
Né tutto può essere ricondotto, come in un testo di Gaber, alle rassicuranti dicotomie tradizionali. È più di sinistra la polemica anti-establishment di Renzi sulle autorità bancarie o il rispetto delle istituzioni invocato da Mdp e dai "padri nobili"? I banchieri non fanno più da tempo la fila alle primarie del Pd, ma la polemica sui rapporti tra la sinistra e il "salotto buono" non ha ancora trovato il baricento. E ancora: chi scavalca a sinistra chi nella battaglia sui vitalizi (che, peraltro, in quanto tali non esistono più) tanto cara all'ex premier? Per un aspirante elettore grillino conquistato alla causa ce n'è uno che la considera un cedimento al populismo qualunquista. E non è detto che, per il Pd, il gioco sia a somma zero. È più facile che il grillino continui a votare M5S e il "partitista" volti le spalle ai dem.
Ora tocca a Piero Fassino, che al tavolo dei dodici dell'Unione sedeva da segretario dei Ds, la missione esplorativa per trovare una quadra sui contenuti prima ancora che sui nomi. Tra Mastella e i trotzkisti un accordo si trovò. Tra Grasso e Gentiloni, forse no.