✕

Ius soli in bilico: ecco i voti perduti

La "dote" dei consensi di ottobre si assottiglia per l'effetto elezioni e i dietrofront nelle file di Ala. Il Quirinale chiede garanzie per giocare la carta del voto di fiducia
3 minuti di lettura
Roma. La "fine ordinata della legislatura", che non è il titolo di un inedito di Garcia Marquez ma il mantra quirinalizio per le settimane che restano prima del voto, si traduce in maniera semplice: Paolo Gentiloni non deve essere né dimissionario né sfiduciato. Per scongiurare il primo caso ci sono i precedenti: Sergio Mattarella può sciogliere le Camere senza l'addio formale del premier, "sentiti" i presidenti di Camera e Senato che peraltro sono già in campagna elettorale. Per il secondo caso il rischio invece è che si renda necessario il sacrificio dello Ius soli.

I numeri del Senato per approvare la legge sulla cittadinanza con la fiducia hanno sempre ballato. Non a caso il governo rinviò il voto prima dell'estate ammettendo la fragilità di una maggioranza oltretutto spuria. La promessa era riprovarci appena riaperto il Parlamento a settembre, ma la situazione non era cambiata. Altro rinvio, dand…
Roma. La "fine ordinata della legislatura", che non è il titolo di un inedito di Garcia Marquez ma il mantra quirinalizio per le settimane che restano prima del voto, si traduce in maniera semplice: Paolo Gentiloni non deve essere né dimissionario né sfiduciato. Per scongiurare il primo caso ci sono i precedenti: Sergio Mattarella può sciogliere le Camere senza l'addio formale del premier, "sentiti" i presidenti di Camera e Senato che peraltro sono già in campagna elettorale. Per il secondo caso il rischio invece è che si renda necessario il sacrificio dello Ius soli.

I numeri del Senato per approvare la legge sulla cittadinanza con la fiducia hanno sempre ballato. Non a caso il governo rinviò il voto prima dell'estate ammettendo la fragilità di una maggioranza oltretutto spuria. La promessa era riprovarci appena riaperto il Parlamento a settembre, ma la situazione non era cambiata. Altro rinvio, dando la precedenza alla legge di bilancio. L'impegno ora, come ripetono i ministri del Pd e lo stesso Gentiloni, è farcela entro dicembre. Ma il pallottoliere, nel frattempo, è addirittura peggiorato.

Rispetto a una lista con nomi e cognomi (che è la richiesta tassativa di Palazzo Chigi e del Colle per tentare l'azzardo) preparata a ottobre si contano le defezioni e non le aggiunte. Allora erano 157 i senatori favorevoli, contrapposti a 157 colleghi del "no". Pareggio. In realtà, tra i contrari, su tutti i provvedimenti, si registrano molte assenze. Dunque, quota 157 era un'ottima base di partenza. Però si sono persi dei pezzi. E l'avvicinarsi delle elezioni rende tutto più ingestibile. Lo Ius soli s'intreccia al tema delle alleanze a sinistra, ai ritorni di molti nell'ovile del centrodestra, alle intese sui territori per la battaglia dei collegi. Il Pd, ad esempio, ha bisogno di un patto con gli altoatesini della Svp per cercare il pieno in Trentino Alto Adige.

I senatori autonomisti sono fermamente contrari alla cittadinanza, infatti non erano contati tra gli 8 favorevoli del gruppo Autonomie. Ma per siglare un nuovo patto elettorale con Matteo Renzi potrebbero pretendere la rinuncia allo Ius soli.

Oggi la certezza viene dai 98 del Pd (al netto delle intese con l'Svp), dai 16 di Mdp, dai 19 del gruppo Misto (compresi i senatori di Sinistra italiana disponibili a votare una fiducia tecnica al governo). Ala, la forza di Denis Verdini, è destinata a perdere due voti che erano dati per certi, quelli dei siciliani Compagnone e Scavone transitati nel centrodestra in occasione delle regionali. Gli incerti D'Anna e Falanga rimangono incerti. Alternativa popolare, il partito di Alfano, porta solo i voti di Pier Ferdinando Casini e di Mario Dalla Tor. In verità su un foglietto Casini ha scritto il suo nome e quello del collega aggiungendo "+ 2", come si fa per gli inviti in discoteca. Difficilmente Gentiloni e Mattarella decideranno il via libera sulla base di quella anonima promessa.

Il punto è chiaro: il presidente della Repubblica vuole blindare il premier durante il periodo pre elettorale, a Camere sciolte. Con un occhio anche al dopo voto, in previsione di uno stallo, ovvero di una maggioranza inesistente e di un ipotetico ritorno alle urne nel giro di qualche mese, magari a giugno. Va detto che nel momento in cui le nuove Camere si insediano le dimissioni del governo sono obbligate, ma sostanzialmente l'obiettivo è offrire sullo scenario internazionale l'immagine di un Paese che mantiene una certa stabilità. Lo fece Scalfaro con Carlo Azeglio Ciampi, rifiutando le sue dimissioni con una motivazione impegnativa: "L'esecutivo ha ben operato in un momento di grave crisi istituzionale ed economica". Lo scioglimento tecnico, in prossimità della scadenza naturale, potrebbe ripetersi e il Quirinale in questo modo darebbe la stessa patente "privilegiata" al governo Gentiloni.

Se la strada non è quella delle dimissioni, figuriamoci come viene accolta al Colle l'ipotesi di un esecutivo che spara l'ultimo colpo e cade, sfiduciato dal Parlamento. Impossibile. Uno scenario da evitare a tutti i costi.
La frenata sullo Ius soli, per motivi che non hanno niente a che vedere con la legge, viene dunque dal Quirinale. Che si prepara a chiudere la legislatura nella prima quindicina di gennaio per avere elezioni alla fine di marzo. Con Gentiloni in sella. Eppure i sostenitori della cittadinanza vedono ancora uno spiraglio. Luigi Manconi ha preparato un appello firmato da tutti i ministri dell'Interno degli ultimi 20 anni (Napolitano, Pisanu, Iervolino, Scajola, Bianco, con l'eccezione di Alfano e Maroni) che incoraggiano il "sì" allo Ius soli proprio in nome di una maggiore sicurezza. La quota sicura si è abbassata, verosimilmente a 150, numero che ha consentito l'approvazione di altre fiducie. Ma non è sufficiente per Gentiloni e Mattarella. Può aiutare il buon clima instaurato sul nuova regolamento del Senato, provvedimento che sarà esaminato prima del rush finale sulla cittadinanza. La speranza è che qualche assenza strategica nel centrodestra faccia abbassare il quorum. Ancora non basta, per le esigenze del Quirinale. Il capogruppo del Pd Luigi Zanda continua a crederci. Quello che oggi è cambiato in peggio può virare al meglio nelle prossime tre settimane. "La vera lista dei "sì" verrà stilata due giorni prima del voto. Oggi è inutile fare previsioni". Tutti i tifosi della cittadinanza sanno che lo scoglio, ora, è diventato grande come il palazzo del Colle. Problema non da poco. E forse la lista dovrà essere aggiornata fino a dieci minuti prima dell'ora X. Due giorni sono anche troppi. Basta ricordare clamorosi scivoloni del passato: il tentato ribaltone ai danni di Berlusconi, salvato da Razzi e Scilipoti, e il pallottoliere di Arturo Parisi che non salvò il governo Prodi 1 nel '98.