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Altan, lo specchio dell’animal

Torna in libreria con una raccolta sugli animali. "Perché cani, buoi e galline ci dicono davvero chi siamo". Gli uomini no? "Gli uomini hanno un difetto: pensano"

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Le bestie non sono così bestie come si pensa. Era così per Molière, molto prima lo era stato per Esopo e oggi lo è per Francesco Tullio Altan, l'unico autore di satira italiano capace di coniugare il disincanto più definitivo possibile con il candore sempre resiliente della fiaba.

Bestie umane (Gallucci, pp.92, 10 euro) è una raccolta di vignette pubblicate in tempi diversi su l'Espresso e Linus ma con un solo filo conduttore: i protagonisti sono gli animali. Cavalli, mucche, coccodrilli, maiali, cani, galline, pesci, in questa per nulla vecchia fattoria in bianco e nero ci sono anche gli umani ma sono le bestie l'innesco di un punto di vista ancora più spiazzante rispetto a quello già disarmante al quale il papà di Cipputi ci ha da sempre abituato. "Dai primordi dell'umanità e dalle prime storie raccontate le bestie sono sempre state specchi che ci descrivono, figure che ci aiutano a disvelarci", dice Altan con la ritrosia di chi non ama costruire teorie di sistema sul suo lavoro. "L'assurdità del discorso tra gli animali rappresenta ancora meglio tante assurdità dei discorsi umani. E poi gli animali non pensano, mentre noi sì, quindi abbiamo un difetto piuttosto grosso rispetto a loro. Nel senso che, pur pensando, facciamo delle cose terribili".

Abbandonare i cani sulla via delle vacanze, per esempio, odiosa prassi che diventa nemesi nel mondo al contrario di questa raccolta: "Andiamo a vedere i nostri padroni imbottigliati sull'autostrada", dice un cane all'altro, le otto zampe sollevate da terra a suggerire una corsa verso chissà dove. Eccolo qui, allora, il gioco del rovesciamento, teneramente sadico, infantile e crudele, lo stesso che ritroviamo in ognuna delle sezioni del libro, da "Bovini" a "Fido", da "Caccia Grossa" a "Galline", fino a "Padri e Figli" e "Cavalli". Il mondo che ne risulta è allo stesso tempo fatato e tremendamente reale, eppure ben diverso da quello degli animali fantastici disegnati l'anno scorso per il libro con Stefano Benni Dieci teorie sull'estinzione dei dinosauri: "In quel caso c'era la fantasia pura del disegno, l'invenzione. Qui gli animali sono parte di noi e noi di loro". L'antropoformismo abbonda, è ovvio, ma la traslazione uomo-bestia non è mai aderente né esatta, ed è in questo spazio incompiuto che nascono la battuta fulminante, la sentenza senza appello, il disvelamento del non conforme. "È un processo inverso a quello della Pimpa - spiega Altan - , perché in fondo la Pimpa non è un animale, è sempre stata una bambina sotto mentite spoglie".

Evitando di spoilerare altre vignette per lasciare al lettore il gusto di sorprendersi, basterà dire che Bestie Umane dissemina tra le sue pagine innumerevoli tracce da seguire. C'è una spiccata sensibilità ambientalista ("non animalista, la parola mi fa un po' ridere...") che non manca di fustigare certe esagerazioni superverdi; c'è il futuro che arriva a rendere superfluo, anzi anacronistico, il vecchio caro chicchirichì; c'è l'eterna e impossibile ricerca della verità nell'Italia dei misteri perennemente insoluti. C'è soprattutto, tra lingue penzolanti e pelli di serpente, il lapidario ritratto del carattere degli italiani, sempre pronti a incantarsi come boa davanti al "losco, l'inutile e lo stonato".

Ogni riferimento all'oggi è involontario ma per niente casuale, visto che con grande disappunto Altan ha dovuto nelle scorse settimane riesumare i pennarelli gialli per colorar di nuovo il Cavalier Banana, alias Silvio Berlusconi: "La cosa mi infastidisce parecchio, ho dovuto rifarlo un'altra volta e spero sia davvero l'ultima". Non sarà certamente così con l'amatissima cacca, che ritroviamo in più di una vignetta di questa raccolta. "È proprio una cosa infantile, a me la cacca fa ridere e la uso come farebbe un bambino", ma è una scatologia alla Altan, per forza di cose, visto che grazie alla cacca si finisce per parlare di utopia, destra e sinistra, complottismo e vittimismi vari ed eventuali.

Col senno di poi, a voler proprio interpretare, scatologicamente si arriva perfino a parlare in anticipo di fake news, sapendo però che alla parola interpretazione Francesco istantaneamente si ritrae: "Quasi tutto per me nasce dall'istinto, l'aderenza alla realtà attuale di alcune vecchie vignette è solo una fortuita coincidenza". Lo stesso vale per una battuta che, in un'altra sezione, sembra ritrarre il tafazzismo senza eguali della sinistra italiana: "Anche quella è solo una coincidenza, non certo una profezia", ripete, e poco importa ricordare - l'autore non se la prenderà (forse) - che le migliori profezie sono quelle che nascono da inconscio e istinto senza avere alcuna idea del come e del perché siano ad un certo punto scaturite.
Basta guardare negli occhi un animale per veder crollare qualsiasi sistema filosofico: così diceva Luigi Pirandello e nel caso di Bestie umane, dove l'animale lo si guarda e lo si ascolta, a crollare sotto i colpi di Altan non è un sistema filosofico ma la prigione del senso comune, la meschinità del piccolo cabotaggio, la crudeltà minima degli esseri umani che si cela sempre dietro il massimo dell'opportunismo. Povere bestie, allora, e poveri umani che bestie non siamo (e non saremo) mai.
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