ROMA. La lista si guarda bene dall'inviarla anzitempo al Colle, Silvio Berlusconi. "Non siamo certo dei parvenu della politica, come quel ragazzo che non ha studiato", sbuffava coi suoi riuniti ieri ad Arcore per il solito vertice del lunedì con aziende e media di famiglia. Ma in un cassetto sotto chiave di Villa San Martino la golden list dei ministri (e non solo) è già ben riposta, per l'ipotesi in cui davvero domenica il centrodestra dovesse spuntarla. Tutta da verificare. Un misto di pseudo "esterni" e la solita vecchia guardia della quale non si libererà mai.
E siccome il primo nodo da sciogliere sarà quello dei presidenti di Senato e Camera all'insediamento del 23 marzo, né il Cavaliere né Matteo Salvini si faranno trovare impreparati. E il tacito accordo tra i due vedrebbe il leghista Roberto Calderoli - già vicepresidente di Palazzo Madama e "re" indiscusso dei regolam…
E siccome il primo nodo da sciogliere sarà quello dei presidenti di Senato e Camera all'insediamento del 23 marzo, né il Cavaliere né Matteo Salvini si faranno trovare impreparati. E il tacito accordo tra i due vedrebbe il leghista Roberto Calderoli - già vicepresidente di Palazzo Madama e "re" indiscusso dei regolam…
ROMA. La lista si guarda bene dall'inviarla anzitempo al Colle, Silvio Berlusconi. "Non siamo certo dei parvenu della politica, come quel ragazzo che non ha studiato", sbuffava coi suoi riuniti ieri ad Arcore per il solito vertice del lunedì con aziende e media di famiglia. Ma in un cassetto sotto chiave di Villa San Martino la golden list dei ministri (e non solo) è già ben riposta, per l'ipotesi in cui davvero domenica il centrodestra dovesse spuntarla. Tutta da verificare. Un misto di pseudo "esterni" e la solita vecchia guardia della quale non si libererà mai.
E siccome il primo nodo da sciogliere sarà quello dei presidenti di Senato e Camera all'insediamento del 23 marzo, né il Cavaliere né Matteo Salvini si faranno trovare impreparati. E il tacito accordo tra i due vedrebbe il leghista Roberto Calderoli - già vicepresidente di Palazzo Madama e "re" indiscusso dei regolamenti d'aula - alla seconda carica dello Stato, ancora donna, ma berlusconiana per succedere a Laura Boldrini a Montecitorio: l'ex ministra Mariastella Gelmini.
L'esecutivo invece è quello con Antonio Tajani premier, dato che ormai Berlusconi non fa neanche mistero che sia il presidente dell'Europarlamento la sua "carta segreta e di alto profilo" se Fi prenderà un voto in più. La competizione interna è all'ultimo voto e anche per questo il leader medita ora di disertare anche la kermesse unitaria organizzata dalla Lega per giovedì a Roma. Nulla rispetto a quel che accadrà tra i due dopo il 4. Salvini - a sua volta sicuro di seder già a Palazzo Chigi - non perde occasione per spiegare che i nomi non si fanno, ma non perché l'elenco non lo abbi anche lui: "Ho una squadra di ministri ben chiara, ma non tiro fuori un nome al giorno", ha tagliato corto l'altra sera nel Napoletano. Ecco allora che se sfumerà la sua premiership, oltre al già ventilato ministero dell'Interno, il leader che ha promesso di chiudere le moschee e respingere i barconi pretenderà per sé la carica di vicepremier. "Per vigilare sulla linea del governo", come spiega ai suoi in privato.
Niente esilio pur dorato al Viminale, insomma. Anche perché Berlusconi affiancherebbe al premier, da Sottosegretario alla Presidenza, l'intramontabile Gianni Letta o l'ex capo della Farnesina Franco Frattini. Per il resto, già saltato lo schema promesso dei "venti ministri: 12 tecnici e 8 politici". A Giuseppe Vegas, che ha appena lasciato la presidenza Consob, già Fi con passato nei suoi governi, il Cavaliere vuole affidare il delicato Sviluppo economico, dal quale passano i destini delle tv (e la contesa Mediaset-Vivendi). E questo non perché all'Economia alla fine andrà davvero Renato Brunetta, pur salutato in pubblico come "il nostro futuro responsabile di via XX Settembre": difficilmente supererebbe l'esame del Quirinale per la successione a Padoan. "All'economia va un mio uomo", insiste da giorni Salvini e nessuno è "suo" uomo come il braccio destro Giancarlo Giorgetti: laurea alla Bocconi, ex presidente della commissione Bilancio della Camera, ma soprattutto gradito allo stesso Cavaliere dopo anni vissuti da pontiere tra le due sponde. E se Paolo Romani, capogruppo al Senato di Fi, coltiva la grande ambizione di insediarsi agli Esteri, per Brunetta sarebbe in cantiere il ritorno alla Pubblica amministrazione, dove ancora ricordano le sue epiche battaglie ("Licenzieremo i fannulloni") a colpi di cartellini e visite fiscali.
Poi ci sono le poltrone calde per il king maker Silvio. A cominciare da quella dello Sport, che sovrintende (assieme allo Sviluppo) alla gestione dei diritti del calcio in tv, riservata al futuro senatore ed ex ad del Milan Adriano Galliani. Il nome di Leonardo Gallitelli, comandante dei Carabinieri fino al 2015, resta in auge per la Difesa e non per l'improbabile premiership. Il pressing su Carlo Cottarelli per il ministero alla Spending e su Luca Cordero di Montezemolo per il Made in Italy all'estero, si farà invece asfissiante dopo il 4 in caso di vittoria. E Giorgia Meloni? La leader di Fdi sogna un "grande piano di sostegno alla natalità" ed è la candidata in pectore alla Salute con delega alla Famiglia. E punta sul braccio destro Fabio Rampelli per le Infrastrutture e i Trasporti. Ai centristi (Nci) andrebbe un solo ministero: Raffaele Fitto agli Affari regionali con delega al Sud (in alternativa a Lorenzo Cesa). Sotto la voce "grandi ritorni" c'è Mara Carfagna (Fi) per la Pubblica istruzione. Vittorio Sgarbi alla Cultura è solo una suggestione. Ma il vero derby tra Berlusconi e Salvini si preannuncia sulla Giustizia, ovvio. Il Guardasigilli ideale per il primo è la sua avvocata (nella causa con Veronica) Cristina Rossello, candidata alla Camera; per "Matteo", l'altra legale di grido candidata, Giulia Bongiorno. L'elenco sarebbe pronto. Al centrodestra mancano "appena" i voti per portarlo al Colle.
E siccome il primo nodo da sciogliere sarà quello dei presidenti di Senato e Camera all'insediamento del 23 marzo, né il Cavaliere né Matteo Salvini si faranno trovare impreparati. E il tacito accordo tra i due vedrebbe il leghista Roberto Calderoli - già vicepresidente di Palazzo Madama e "re" indiscusso dei regolamenti d'aula - alla seconda carica dello Stato, ancora donna, ma berlusconiana per succedere a Laura Boldrini a Montecitorio: l'ex ministra Mariastella Gelmini.
L'esecutivo invece è quello con Antonio Tajani premier, dato che ormai Berlusconi non fa neanche mistero che sia il presidente dell'Europarlamento la sua "carta segreta e di alto profilo" se Fi prenderà un voto in più. La competizione interna è all'ultimo voto e anche per questo il leader medita ora di disertare anche la kermesse unitaria organizzata dalla Lega per giovedì a Roma. Nulla rispetto a quel che accadrà tra i due dopo il 4. Salvini - a sua volta sicuro di seder già a Palazzo Chigi - non perde occasione per spiegare che i nomi non si fanno, ma non perché l'elenco non lo abbi anche lui: "Ho una squadra di ministri ben chiara, ma non tiro fuori un nome al giorno", ha tagliato corto l'altra sera nel Napoletano. Ecco allora che se sfumerà la sua premiership, oltre al già ventilato ministero dell'Interno, il leader che ha promesso di chiudere le moschee e respingere i barconi pretenderà per sé la carica di vicepremier. "Per vigilare sulla linea del governo", come spiega ai suoi in privato.
Niente esilio pur dorato al Viminale, insomma. Anche perché Berlusconi affiancherebbe al premier, da Sottosegretario alla Presidenza, l'intramontabile Gianni Letta o l'ex capo della Farnesina Franco Frattini. Per il resto, già saltato lo schema promesso dei "venti ministri: 12 tecnici e 8 politici". A Giuseppe Vegas, che ha appena lasciato la presidenza Consob, già Fi con passato nei suoi governi, il Cavaliere vuole affidare il delicato Sviluppo economico, dal quale passano i destini delle tv (e la contesa Mediaset-Vivendi). E questo non perché all'Economia alla fine andrà davvero Renato Brunetta, pur salutato in pubblico come "il nostro futuro responsabile di via XX Settembre": difficilmente supererebbe l'esame del Quirinale per la successione a Padoan. "All'economia va un mio uomo", insiste da giorni Salvini e nessuno è "suo" uomo come il braccio destro Giancarlo Giorgetti: laurea alla Bocconi, ex presidente della commissione Bilancio della Camera, ma soprattutto gradito allo stesso Cavaliere dopo anni vissuti da pontiere tra le due sponde. E se Paolo Romani, capogruppo al Senato di Fi, coltiva la grande ambizione di insediarsi agli Esteri, per Brunetta sarebbe in cantiere il ritorno alla Pubblica amministrazione, dove ancora ricordano le sue epiche battaglie ("Licenzieremo i fannulloni") a colpi di cartellini e visite fiscali.
Poi ci sono le poltrone calde per il king maker Silvio. A cominciare da quella dello Sport, che sovrintende (assieme allo Sviluppo) alla gestione dei diritti del calcio in tv, riservata al futuro senatore ed ex ad del Milan Adriano Galliani. Il nome di Leonardo Gallitelli, comandante dei Carabinieri fino al 2015, resta in auge per la Difesa e non per l'improbabile premiership. Il pressing su Carlo Cottarelli per il ministero alla Spending e su Luca Cordero di Montezemolo per il Made in Italy all'estero, si farà invece asfissiante dopo il 4 in caso di vittoria. E Giorgia Meloni? La leader di Fdi sogna un "grande piano di sostegno alla natalità" ed è la candidata in pectore alla Salute con delega alla Famiglia. E punta sul braccio destro Fabio Rampelli per le Infrastrutture e i Trasporti. Ai centristi (Nci) andrebbe un solo ministero: Raffaele Fitto agli Affari regionali con delega al Sud (in alternativa a Lorenzo Cesa). Sotto la voce "grandi ritorni" c'è Mara Carfagna (Fi) per la Pubblica istruzione. Vittorio Sgarbi alla Cultura è solo una suggestione. Ma il vero derby tra Berlusconi e Salvini si preannuncia sulla Giustizia, ovvio. Il Guardasigilli ideale per il primo è la sua avvocata (nella causa con Veronica) Cristina Rossello, candidata alla Camera; per "Matteo", l'altra legale di grido candidata, Giulia Bongiorno. L'elenco sarebbe pronto. Al centrodestra mancano "appena" i voti per portarlo al Colle.