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Da Occhetto a Gigino Di Maio, la vita effimera dei governi virtuali

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In Italia i governi ombra fanno sempre un po' ridere. E per quanto di questi tempi anche diversi ministri e ministre di quelli veri mostrino spesso e volentieri il loro lato umoristico, nel genere tutto nostro dell'Institutional Show l'offerta cinque stelle si colloca su di un piano quasi terminale. Ma onestamente, e prima di stracciarsi le vesti: cosa mai ci si poteva aspettare? Attraverso lo strip-tease ministeriale di Gigino Di Maio quella che un grande storico, Emilio Gentile, ha definito "democrazia recitativa" fa sì che agli elettori e al Quirinale siano proposti 17 personaggi quasi del tutto sconosciuti, vai a sapere quanto competenti e non si capisce scelti dove, come, da chi e in base a che cosa; come se una anonima manina li avesse pescati per capriccio o a caso, e per giunta lasciando lievitare attorno ad essi un fitto e crescente stuolo di "no, grazie".

Fin troppo facile in realtà ironizzare sull'inevitabile. Dietro al &qu…
In Italia i governi ombra fanno sempre un po' ridere. E per quanto di questi tempi anche diversi ministri e ministre di quelli veri mostrino spesso e volentieri il loro lato umoristico, nel genere tutto nostro dell'Institutional Show l'offerta cinque stelle si colloca su di un piano quasi terminale. Ma onestamente, e prima di stracciarsi le vesti: cosa mai ci si poteva aspettare? Attraverso lo strip-tease ministeriale di Gigino Di Maio quella che un grande storico, Emilio Gentile, ha definito "democrazia recitativa" fa sì che agli elettori e al Quirinale siano proposti 17 personaggi quasi del tutto sconosciuti, vai a sapere quanto competenti e non si capisce scelti dove, come, da chi e in base a che cosa; come se una anonima manina li avesse pescati per capriccio o a caso, e per giunta lasciando lievitare attorno ad essi un fitto e crescente stuolo di "no, grazie".

Fin troppo facile in realtà ironizzare sull'inevitabile. Dietro al "festival del surreale", come l'ha chiamato il presidente Gentiloni, si intravede qualcosa - un piano inclinato, un campo magnetico, un'effetto di scivolamento - che trascende le miserie del grillismo e mette in causa l'obiettivo scadimento delle istituzioni, la fine dei partiti anche come educatori e selezionatori, la frenesia di conquistare un minimo di interesse nel gran caos delle rappresentazioni. Quanto all'irritualità di aver spedito la lista per mail al Capo dello Stato, beh, la Seconda Repubblica, che per inciso dura ormai da un quarto di secolo, può vantare ben altri strappi al galateo. Perciò pazienza: con il pre-governo Fioramonti-Fioravanti al massimo si allunga il ricco e buffo repertorio delle finzioni istituzionali all'italiana.

Queste ultime, in effetti, sono ricorrenti e a loro modo perfino prevedibili. Non solo, ma se è vero che nel passato è concesso di trovare qualche bagliore di futuro, forse è stato un errore nei giorni scorsi sottovalutare la formula che l'onorevole Di Maio ha più volte sventolato come un'ideona preziosa e originale: il cosiddetto "governo di programma".
E adesso non è per fare i saputelli, ma tale inconsulta dizione allietò la crisi del Pci accompagnando la segreteria di Achille Occhetto nella seconda metà degli anni 80, con tanto di sberleffi in rima da parte dell'auto-satira di Tango e Cuore: "Cantami o diva del Pelide Achille/ del partito qual è il grande dramma:/ programma di governo o governo di programma?". Nell'estate del 1989, quasi fuori tempo massimo, il Pelide optò per la seconda ipotesi varando per l'appunto, con rullio di tamburi e squilli di tromba, il primo governo ombra della storia repubblicana.

La classica esperienza istruttiva di cui si è perso il ricordo. Furono dunque nominati 22 ministri, dirigenti anche di peso come Napolitano, agli Esteri, Reichlin, all'Economia, Tortella, all'Interno, e poi Minucci, Cervetti, Garavini, ai Trasporti. Vennero stanziati un sacco di soldi e affittato a caro prezzo un palazzo-monastero di 60 stanze al centro di Roma, ci fu pure la carta intestata con l'Ombra del Governo in maiuscolo.

Inaugurazione solenne, tutti in abito blu, torrenziale prolusione di Occhetto mentre la presidente della Camera Iotti, palesemente scettica, si mise a leggere il giornale. L'esecutivo, che dichiaratamente imitava lo Shadow Cabinet dei laburisti, si riunì 16 volte attorno a un tavolo a ferro di cavallo. Un primo provvedimento sull'amianto. Ma subito l'organismo produsse sovrapposizioni con le sezioni del Pci e i gruppi parlamentari, donde rivalità, poi liti, quindi le prime e le seconde e le terze dimissioni. A un certo punto lo stesso Occhetto si disamorò chiamando Reichlin a fare il vicepresidente. Infine il governo, semplicemente, si spense per oblio. Era durato sette mesi, più quattro di inattività durante i quali il Pci aveva smesso di essere quello che era stato per quasi settant'anni.

Ancora meno durò il fantastico "Governo Sole" inventato e insediato da Bossi a Venezia, tra il 1996 e 1997, nel quadro del processo d'indipendenza della Padania. In questo caso la messa in scena fu allestita all'insegna della duplicazione schizoide (due bandiere, due parlamenti, due monete, ecceterai) e dell'impostura - per quanto i soldi pubblici e degli ingenui militanti furono realmente impiegati per l'acquisto di un palazzetto in cui era conservata l'ampolla per la raccolta dell'acqua santa del Po. Il premier del Governo provvisorio fu Maroni, di quello effettivo l'indimenticabile Pagliarini. Scarsa documentazione accompagna purtroppo la breve vicenda governativa padana e il suo esaurimento (con vendita del palazzetto causa debiti).

Come si vede, la fiction istituzionale cinque stelle ha i suoi degni antecedenti. L'ultimissimo, nel governo Berlusconi quater, quando nel 2011, sempre per accontentare Bossi si cercò di far credere che era stato trasferito un ministero al Nord. Erano due stanze, oltretutto senza gabinetto, nella villa Reale di Monza. Dopo due giorni l'inaugurazione il custode dimenticò le chiavi dentro e da allora fu impossibile rientrare.