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Terza Repubblica - I nuovi leader populisti
La Terza Repubblica nasce sotto il segno di Luigi di Maio, candidato premier del M5S e di Matteo Salvini, segretario della Lega  

Nasce la Terza Repubblica: così cambia il bestiario politico

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Da Segni in poi le Grandi Riforme e le leggi elettorali per lo più lunari hanno sempre portato una terribile jella a chi se ne faceva l'alfiere
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Nel giugno dell'anno scorso, al momento di deporre la pietra definitiva sul sepolcro della legge elettorale maggioritaria, Arturo Parisi, politologo di vaglia, consigliere di Prodi, inventore dell'Ulivo, fondatore dei Democratici, ministro del centrosinistra e tante altre cose, affidò il suo giudizio a una poesia di Giuseppe Ungaretti, "Valloncello dell'albero isolato". Sono pochi versi molto belli, e proprio nel gran caos dei risultati, dei mezzi risultati e degli pseudo risultati vale forse la pena di riascoltarli perché comunque si  adattano a quello che sta accadendo al sistema politico italiano e al paesaggio che fino a ieri l'aveva più o meno stabilmente e avventurosamente rappresentato: "Di queste case/ non è rimasto che qualche brandello di muro./ Di tanti/ che mi corrispondevano/ non è rimasto/ neppure tanto./ Ma nel cuore/ nessuna croce manca./ È il mio cuore/ il paese più straziato". …
Nel giugno dell'anno scorso, al momento di deporre la pietra definitiva sul sepolcro della legge elettorale maggioritaria, Arturo Parisi, politologo di vaglia, consigliere di Prodi, inventore dell'Ulivo, fondatore dei Democratici, ministro del centrosinistra e tante altre cose, affidò il suo giudizio a una poesia di Giuseppe Ungaretti, "Valloncello dell'albero isolato". Sono pochi versi molto belli, e proprio nel gran caos dei risultati, dei mezzi risultati e degli pseudo risultati vale forse la pena di riascoltarli perché comunque si  adattano a quello che sta accadendo al sistema politico italiano e al paesaggio che fino a ieri l'aveva più o meno stabilmente e avventurosamente rappresentato: "Di queste case/ non è rimasto che qualche brandello di muro./ Di tanti/ che mi corrispondevano/ non è rimasto/ neppure tanto./ Ma nel cuore/ nessuna croce manca./ È il mio cuore/ il paese più straziato".
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Ecco, può suonare inopportuno, frivolo, ampolloso o bislacco annunciare l'arrivo della Terza Repubblica con i versi di una lirica. Ma al di là dei richiami ermetici ed estetici, e del condiviso stato d'animo che ha spinto l'onorevole Parisi, fino a prova contraria della Seconda, degli schieramenti, dei partiti e degli uomini che le hanno dato vita e fin qui l'hanno accompagnata, resta stanotte poco più che il minimo - e come nel "Valloncello" del fante Ungaretti non è un bel vedere, anzi è un vero disastro. Come si dice  facilmente in questi casi: comincia un'altra storia, un'altra epoca, un'altra fase. O più prosaicamente, un altro andazzo. In questo senso, e sempre tenendo conto che nulla si ripete nella stessa forma, le elezioni del marzo 2018 ricordano quelle del marzo 1994, quando alla vittoria del neonato partito berlusconiano si fa comunemente far risalire, anche nelle fiction tv, la fine definitiva della Prima Repubblica e il crollo del suo già ben lesionato architrave.
E se pure alla storiografia questo genere di temporizzazioni non garbano affatto, con più goloso slancio i giornalisti politici vi inzuppano la brioche; per cui, come che vada e per quanto rapidamente Berlusconi e Salvini siano pronti a voltarsi la schiena e azzuffarsi, il centrodestra è da oggi irriconoscibile rispetto a quello che bene o male era stato negli ultimi anni. In modo più netto, Forza Italia è ridotta all'ombra sottile di se stessa; e per quanto ancora fantasticamente carismatica, la sua 81enne leadership è minacciata da un progressivo logorio di ordine bio-anagrafico. Mentre la Lega di Salvini, cui passando dalla secessione padanista allo slogan "prima gli italiani" va la palma del trasformismo post-ideologico, beh, avrà pure preso i suoi voti, ma nulla più ha a che fare con il pur confuso progetto di Bossi. Insomma, tutto nel campo, ex monarchico, del centrodestra è mutato.
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In quello del centrosinistra, opposto ma forse non abbastanza, da ieri ha ufficialmente e definitivamente fatto bancarotta l'idea - mille mille volte i dirigenti, cui certo non difetta il vizio della retorica, avrebbero detto "il sogno" - di quella formazione per così dire unitaria che nel corso di 25 anni ha preso via via il nome di Progressisti, Ulivo, Federazione, Alleanza, Unione e infine, quando era chiaramente troppo tardi, Partito democratico. Insomma: basta, finito, kaputt, consummatum est. Nulla o quasi, d'altra parte, deteneva più il Pd delle residuali culture politiche - e anche della tempra, dello stile e della passione che avevano utilmente informato la Dc e il Pci. L'ultimo suo vero leader puntava semmai a un'entità di incerta e generica prospettiva cui era stato dato in prestito il nome di "partito della nazione", ma la cui autentica sigla, PdR, si declinava nel nome appunto di Renzi.
La cosa insieme buffa e triste per loro è che sia lui che Berlusca volevano arrivare a questa benedetta Terza Repubblica. Silvione con il Patto del Nazareno (ci sono a questo  riguardo espliciti incoraggiamenti di Verdini); mentre Matteuccio, che però non aveva esitato a mandarlo a monte favorendo l'elezione di Mattarella, si era fatto l'idea di arrivarci in pompa magna vincendo il referendum e diventando il padrone d'Italia. Ora, questa storia delle Grandi Riforme e delle annesse e per lo più lunari leggi elettorali non solo ha travagliato l'intera Seconda Repubblica, ma da Segni in poi ha sempre portato una terribile jella a chi se ne faceva l'alfiere. Quanto alla furba ingegneria del voto, dopo il vano Italicum, cui il pregiato ma crudo Vernacoliere riservò l'appellativo di "Inculatellum", i risultati di questo 4 marzo debbono molto anche alla fulgida invenzione del Rosatellum. Il classico capolavoro di chi, dal centrodestra e dal centrosinistra, scava all'unisono una bella buca e poi ci casca dentro.
Non si possono infatti "accomodare", ammoniva il povero Moro, "situazioni politicamente contorte" con "false soluzioni" e "artificiosi strumenti". Che è esattamente ciò che il centrodestra e il centrosinistra hanno appena fatto, e magari si preparano a rifare nella XVIII legislatura riaprendo l'iniziatico bailamme sulle leggi elettorali. Ma non solo questo porta a ipotizzare che entrambi i protagonisti della Seconda si siano meritati questa Terza Repubblica proporzionale a cinque stelle senza più destra né sinistra. Tenebre e macerie sono lì, riconosciute e conclamate dagli stessi che le hanno assecondate. Nel penultimo messaggio di fine anno, dicembre 2016, Grillo pronunciò un fervorino molto patriottico che concluse davanti alle telecamere sventolando un tricolore. Nel settembre scorso, nemmeno sei mesi fa, appena proclamato vincitore delle "Giginarie" con 37 mila voti online, l'aspirante premier Di Maio salì sul palco della fiera di Rimini per fare una specie di giuramento evocando disciplina e onore. Dal soffitto piovvero coriandoli bianchi rossi e verdi.