Pd, l’armistizio e il no al M5S. Renzi: “Non mollo”
Goffredo De Marchis , di GOFFREDO DE MARCHISLa direzione dopo il ko elettorale. Martina reggente, cita Churchill: “Successo mai definitivo, sconfitta mai fatale”
ROMA. La direzione comincia con il fantasma di Renzi che, via comunicato, avverte: "Non mollo. E il futuro prima o poi torna". Ma finisce con un presente poco sereno per l'ex segretario: dimissioni accettate, Maurizio Martina in sella per un tempo che può essere anche lungo, le minoranze che strappano la gestione collegiale, quindi il potere di avere voce in capitolo nella soluzione della crisi, e Paolo Gentiloni pronto a benedire il definitivo dopo Renzi. "Mi raccomando - sussurra il premier ad alcuni interlocutori nella sala di Largo del Nazareno - Adesso non regaliamo Martina a Matteo".
Significa: non provochiamo Renzi, non attacchiamolo direttamente, superiamo questa fase e stiamo uniti. Solo così il "futuro" si allontana e l'ex avrà un margine di manovra ristretto. Non detterà più la linea. Sembra, al terzo piano della sede dem assediata dai giornalisti, dai curiosi, dai disturbatori di ogni gene…
Significa: non provochiamo Renzi, non attacchiamolo direttamente, superiamo questa fase e stiamo uniti. Solo così il "futuro" si allontana e l'ex avrà un margine di manovra ristretto. Non detterà più la linea. Sembra, al terzo piano della sede dem assediata dai giornalisti, dai curiosi, dai disturbatori di ogni gene…
ROMA. La direzione comincia con il fantasma di Renzi che, via comunicato, avverte: "Non mollo. E il futuro prima o poi torna". Ma finisce con un presente poco sereno per l'ex segretario: dimissioni accettate, Maurizio Martina in sella per un tempo che può essere anche lungo, le minoranze che strappano la gestione collegiale, quindi il potere di avere voce in capitolo nella soluzione della crisi, e Paolo Gentiloni pronto a benedire il definitivo dopo Renzi. "Mi raccomando - sussurra il premier ad alcuni interlocutori nella sala di Largo del Nazareno - Adesso non regaliamo Martina a Matteo".
Significa: non provochiamo Renzi, non attacchiamolo direttamente, superiamo questa fase e stiamo uniti. Solo così il "futuro" si allontana e l'ex avrà un margine di manovra ristretto. Non detterà più la linea. Sembra, al terzo piano della sede dem assediata dai giornalisti, dai curiosi, dai disturbatori di ogni genere, attirati dalla messa in scena della sconfitta, che il passaparola abbia funzionato. La riunione fila via liscia. Senza incidenti, senza processi sommari al vecchio capo ma nemmeno difese sperticate del renzismo da parte dei soliti fedelissimi. Dev'esserci un tacito accordo tra i big (Gentiloni, Franceschini, Orlando) per superare il dominio assoluto dell'ex segretario. Se dura lo vedremo. Alla fine, le parole più severe gliele riserva il titolo di un lancio di agenzia in inglese firmato Associated press: "Renzi si dimette dopo il peggior risultato di sempre". Tutti gli altri, nel padiglione che si affaccia sul terrazzo e sui tetti di Roma, girano intorno al problema. A molti di loro basta aver avuto lo scalpo dell'ex segretario, che in fondo appena una settimana fa aveva affermato: "Lascio, ma dopo aver affrontato i prossimi passaggi politici". Invece è fuori, almeno dall'organigramma. "Caro presidente, preso atto dei risultati elettorali, rassegno le mie dimissioni da segretario del Pd", è il "tweet" contenuto nella lettera che Orfini legge all'assemblea in apertura. Renzi è assente, lontano da Roma.
Per non provocare rotture e scontri la prima cosa fare è attestarsi sul confine del no agli accordi con 5stelle e destre, sulla trincea dell'opposizione. È quello che fa il reggente Martina. "Grazie a Renzi, innanzitutto. A Di Maio e Salvini invece dico: avete vinto, governate se sapete farlo. E se prendete le presidenze delle Camere scegliete figure all'altezza". Martina cita Churchill per solleticare l'orgoglio del Pd: "Il successo non è mai definitivo, la sconfitta non è mai fatale. È il coraggio di continuare che conta". L'Italia "ha ancora bisogno di noi".
Il reggente propone 6000 assemblee di circolo questo fine settimana. Un'assemblea nazionale che discuta di idee e non sia una conta, tanto più che nessuno quando le scelte di governo saranno prese e a metà aprile potrebbe essere tutto in alto mare. Le primarie, boh. Il voto sul segretario effettivo, rimandato. Poi annuncia: la segreteria resta, accanto ad essa nasce un comitato con dentro tutte le correnti. Chiamatelo "caminetto", ma è il modo di tenere vivo il partito, di passare la nottata. Che è ancora lunga. Niente processi, quindi. Tira aria di tregua. In pubblico Gentiloni celebra l'addio: "Esempio di stile e coerenza. Ora fiducia in Martina", scrive sui social. Voltiamo pagina. Ma ai renziani la storia della collegialità non va giù. Luca Lotti si lamenta con Martina, ha aperto troppo.
Dopo il reggente parla il renziano Graziano Delrio, candidato in pectore alla segreteria: "Faremo un'opposizione responsabile. Adesso mandato pieno a Martina". Prende la parola anche Vincenzo De Luca stavolta in versione filosofo: "Ho visto un estraniamento del Pd rispetto al sistema dell'essere umano. La politica non si fa con i tweet". Lo bacchetta il giovane Marco Sarracino, orlandiano: "De Luca ci fa la morale sul notabilato dopo aver candidato tutta la famiglia". Silenzio, per non rovinare il clima.
Quando parlano Gianni Cuperlo e Andrea Orlando si capisce che i nodi verranno al pettine più avanti. Il primo invita a dare le colpe a tutta la classe dirigente, "padri nobili compresi", non solo a Renzi. Ma aggiunge: "Se servirà un governo di scopo non potremo fare finta di niente". Il secondo è ancora più chiaro: "L'Aventino istituzionale non ha senso. Una forza democratica partecipa al processo politico. Non tradiamo gli elettori, ma basta con la spocchia verso i 5stelle sui congiuntivi, sui curriculum, sulle proposte". Sono distorsioni della linea che matureranno nei prossimi giorni.
Orlando cerca di leggere tra le righe degli avvertimenti di Renzi, che sono frutto di una convinzione: i numeri nei gruppi parlamentari e nell'assemblea sono ancora dalla sua parte. Questo è il senso del "non mollo". Il ministro della Giustizia perciò mette in guardia: "Se qualcuno si carica il peso di una transizione lunga, è bene che non ci sia chi si defila e spara sul quartier generale secondo una strategia alla Mao Zedong". Parla dell'ex segretario.
Martina accenna a una fase costituente, Roberto Morassut, veltroniano, ricorda che è la sua posizione da anni: "Pluralismo di idee e non di correnti. Sarebbe un nuovo inizio davvero". Sarebbe. Si notano i toni felpati, il desiderio di non scatenare una guerra. Dario Nardella, il successore di Renzi a Palazzo Vecchio, invita a non "celebrare processi". Appello che cade nel vuoto, perché non è così che va la riunione. Il Pd unito, il Pd che non litiga appare ora la miglior garanzia contro un colpo di coda del renzismo. "È un primo passo", dice Gentiloni, prudente e malizioso. Carlo Calenda, neoiscritto, fa i selfie con i delegati. Michele Emiliano incede come sempre con l'aria da orco. È l'unico che rovina la festa. "Mi astengo sulla relazione di Martina. Ma è un voto di incoraggiamento". Insomma si fida a metà. Il voto finale dice: 7 astenuti (gli uomini del governatore pugliese) e il resto a favore. Ma la storia del Pd dopo Renzi è tutta da scrivere.
Significa: non provochiamo Renzi, non attacchiamolo direttamente, superiamo questa fase e stiamo uniti. Solo così il "futuro" si allontana e l'ex avrà un margine di manovra ristretto. Non detterà più la linea. Sembra, al terzo piano della sede dem assediata dai giornalisti, dai curiosi, dai disturbatori di ogni genere, attirati dalla messa in scena della sconfitta, che il passaparola abbia funzionato. La riunione fila via liscia. Senza incidenti, senza processi sommari al vecchio capo ma nemmeno difese sperticate del renzismo da parte dei soliti fedelissimi. Dev'esserci un tacito accordo tra i big (Gentiloni, Franceschini, Orlando) per superare il dominio assoluto dell'ex segretario. Se dura lo vedremo. Alla fine, le parole più severe gliele riserva il titolo di un lancio di agenzia in inglese firmato Associated press: "Renzi si dimette dopo il peggior risultato di sempre". Tutti gli altri, nel padiglione che si affaccia sul terrazzo e sui tetti di Roma, girano intorno al problema. A molti di loro basta aver avuto lo scalpo dell'ex segretario, che in fondo appena una settimana fa aveva affermato: "Lascio, ma dopo aver affrontato i prossimi passaggi politici". Invece è fuori, almeno dall'organigramma. "Caro presidente, preso atto dei risultati elettorali, rassegno le mie dimissioni da segretario del Pd", è il "tweet" contenuto nella lettera che Orfini legge all'assemblea in apertura. Renzi è assente, lontano da Roma.
Per non provocare rotture e scontri la prima cosa fare è attestarsi sul confine del no agli accordi con 5stelle e destre, sulla trincea dell'opposizione. È quello che fa il reggente Martina. "Grazie a Renzi, innanzitutto. A Di Maio e Salvini invece dico: avete vinto, governate se sapete farlo. E se prendete le presidenze delle Camere scegliete figure all'altezza". Martina cita Churchill per solleticare l'orgoglio del Pd: "Il successo non è mai definitivo, la sconfitta non è mai fatale. È il coraggio di continuare che conta". L'Italia "ha ancora bisogno di noi".
Il reggente propone 6000 assemblee di circolo questo fine settimana. Un'assemblea nazionale che discuta di idee e non sia una conta, tanto più che nessuno quando le scelte di governo saranno prese e a metà aprile potrebbe essere tutto in alto mare. Le primarie, boh. Il voto sul segretario effettivo, rimandato. Poi annuncia: la segreteria resta, accanto ad essa nasce un comitato con dentro tutte le correnti. Chiamatelo "caminetto", ma è il modo di tenere vivo il partito, di passare la nottata. Che è ancora lunga. Niente processi, quindi. Tira aria di tregua. In pubblico Gentiloni celebra l'addio: "Esempio di stile e coerenza. Ora fiducia in Martina", scrive sui social. Voltiamo pagina. Ma ai renziani la storia della collegialità non va giù. Luca Lotti si lamenta con Martina, ha aperto troppo.
Dopo il reggente parla il renziano Graziano Delrio, candidato in pectore alla segreteria: "Faremo un'opposizione responsabile. Adesso mandato pieno a Martina". Prende la parola anche Vincenzo De Luca stavolta in versione filosofo: "Ho visto un estraniamento del Pd rispetto al sistema dell'essere umano. La politica non si fa con i tweet". Lo bacchetta il giovane Marco Sarracino, orlandiano: "De Luca ci fa la morale sul notabilato dopo aver candidato tutta la famiglia". Silenzio, per non rovinare il clima.
Quando parlano Gianni Cuperlo e Andrea Orlando si capisce che i nodi verranno al pettine più avanti. Il primo invita a dare le colpe a tutta la classe dirigente, "padri nobili compresi", non solo a Renzi. Ma aggiunge: "Se servirà un governo di scopo non potremo fare finta di niente". Il secondo è ancora più chiaro: "L'Aventino istituzionale non ha senso. Una forza democratica partecipa al processo politico. Non tradiamo gli elettori, ma basta con la spocchia verso i 5stelle sui congiuntivi, sui curriculum, sulle proposte". Sono distorsioni della linea che matureranno nei prossimi giorni.
Orlando cerca di leggere tra le righe degli avvertimenti di Renzi, che sono frutto di una convinzione: i numeri nei gruppi parlamentari e nell'assemblea sono ancora dalla sua parte. Questo è il senso del "non mollo". Il ministro della Giustizia perciò mette in guardia: "Se qualcuno si carica il peso di una transizione lunga, è bene che non ci sia chi si defila e spara sul quartier generale secondo una strategia alla Mao Zedong". Parla dell'ex segretario.
Martina accenna a una fase costituente, Roberto Morassut, veltroniano, ricorda che è la sua posizione da anni: "Pluralismo di idee e non di correnti. Sarebbe un nuovo inizio davvero". Sarebbe. Si notano i toni felpati, il desiderio di non scatenare una guerra. Dario Nardella, il successore di Renzi a Palazzo Vecchio, invita a non "celebrare processi". Appello che cade nel vuoto, perché non è così che va la riunione. Il Pd unito, il Pd che non litiga appare ora la miglior garanzia contro un colpo di coda del renzismo. "È un primo passo", dice Gentiloni, prudente e malizioso. Carlo Calenda, neoiscritto, fa i selfie con i delegati. Michele Emiliano incede come sempre con l'aria da orco. È l'unico che rovina la festa. "Mi astengo sulla relazione di Martina. Ma è un voto di incoraggiamento". Insomma si fida a metà. Il voto finale dice: 7 astenuti (gli uomini del governatore pugliese) e il resto a favore. Ma la storia del Pd dopo Renzi è tutta da scrivere.