ROMA - "Ora sarò il regista della coalizione di Centrodestra". Così Silvio Berlusconi si rivolgeva al suo elettorato, tentando di rassicurarlo, il giorno dopo lo smacco subito da Forza Italia alle politiche, con il sorpasso della Lega e il pallino che finisce nelle mani di un Matteo Salvini che per tutta la campagna elettorale non aveva fatto altro che smarcarsi dalla leadership azzurra per passare ora all'incasso. Che la metafora berlusconiana alludesse a una regia di tipo cinematografico o calcistico, la sostanza non cambia. Il nuovo attore protagonista, o il centravanti di sfondamento, non ne vuole sapere di farsi impartire ordini da chi non ha più i numeri per farlo. E adesso Berlusconi sta facendo una fatica enorme per apparire ancora decisivo e non ormai subalterno alla visione salviniana della nuova legislatura vista dal Centrodestra.
I temi sul tavolo sono ormai noti. Con gli altri "vincitori", i 5 Stelle, vanno necessariamente concordati i nomi per le presidenze di Camera e Senato. Sembrava un percorso delineato, con Montecitorio ai pentastellati e Palazzo Madama al Centrodestra. Ma la rivendicazione di quest'ultima presidenza da parte di Forza Italia si è improvvisamente complicata con il veto posto dal M5s a una figura di "indagato" come quella di Paolo Romani, capogruppo forzista al Senato nella vecchia legislatura. Se Salvini non dovesse forzare e invece assecondasse il "no" del M5s, la crisi nei rapporti tra il Carroccio e Forza Italia sarebbe più che conclamata. E a rendere il quadro ancor più fosco c'è la spinta di Fratelli d'Italia per una presidenza del Senato affodata allo stesso Salvini.
Il puzzle delle presidenze lascia, ma solo per ora, sullo sfondo il nodo della formazione di un nuovo governo per il Paese. E con il Pd che si è tirato indietro rispetto a qualsiasi accordo politico con i vincitori delle elezioni, le ipotesi restano solo tre: una saldatura tra Salvini e Di Maio, un governo "di tutti" per modificare la legge elettorale o il secco ritorno alle urne con quella che c'è, il Rosatellum, e che ha determinato l'attuale quadro di incertezza. A caldo, dopo il voto, la prima ipotesi appariva come la più remota. Più per il dualismo tra i leader che per le differenze programmatiche. Ma è stato proprio Salvini, nelle ultime ore, ad aprire ai 5 stelle sulla base delle affinità sostanziali. Esibendo quasi con voluta sfrontatezza l'ennesima divergenza con Berlusconi, che a quelli del M5s aprirebbe solo per "cacciarli via" come importuni venditori porta a porta.
Il punto è che Berlusconi ora è costretto a inseguire all'interno del Centrodestra. Un ruolo, l'inseguitore e non il regista, che non gli è mai appartenuto da quando scese in campo nel 1994. Ma è con quella patente che mercoledì prossimo si troverà a Roma, faccia a faccia con gli "alleati" Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Un incontro preceduto oggi da una "telefonata cordiale" durante la quale Salvini e Berlusconi si sarebbero reciprocamente confermati gli impegni già presi nell'ambito della coalizione. Come lo stesso Salvini ribadisce in serata da Udine: "Con Berlusconi siamo d'accordo su tutto".
Lo si capirà davvero soltanto mercoledì prossimo, quando i tre leader dovranno inevitabilmente confrontarsi sui primi contatti avuti in questi giorni con 5stelle, Pd e Leu per sciogliere il nodo delle presidenze di Camera e Senato. Anche perché Salvini da Udine riafferma il concetto: "Siamo disposti a ragionare e a confrontarci con tutti sul programma, non sulle presidenze o sui vicesegretari, perché vogliamo che il Parlamento cominci a lavorare il più presto possibile affinchè gli italiani abbiamo un governo che passi dalle parole ai fatti. Partiamo dalla coalizione di Centrodestra".
Mercoledì sarà dunque l'ora della verità nel Centrodestra. Anche perché il 23 marzo c'è la prima riunione del nuovo Parlamento e inizia, complice il voto segreto, la 'lotteria' per il rinnovo dei presidenti delle Camere. Al di là delle telefonate "cordiali", per prepararsi e fare il punto della situazione Berlusconi oggi a Villa San Martino, ad Arcore, ha convocato per il tradizionale pranzo del lunedì i figli (Marina e Piersilvio), i vertici di Fininvest (Fedele Confalonieri e il neo senatore Adriano Galliani) e i legali (Niccolò Ghedini).
Come detto, Fratelli d'Italia preme per Salvini presidente del Senato. "Agevolerebbe il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a dargli l'incarico - spiega Ignazio La Russa -, perchè se si aspira davvero ad un governo sul suo nome, in situazioni di difficoltà la scelta ricade sul presidente del Senato. Mettere un altro leghista al Senato - aggiunge La Russa - significherebbe che Salvini è più capo della Lega che del centrodestra".
Chi indica Salvini a Palazzo Chigi è Roberto Maroni, ma a determinate condizioni. "Il problema - dice su '6su Radiouno' è che se l'alleanza è con i 5 stelle, mi pare complicato. Complicato avere un'alleanza simile a Roma e sui territori, dove invece il governo è al Centrodestra e i cinque stelle sono all'opposizione. Difficile poi far finta di niente". Per Maroni, la soluzione sarebbe "un governo di larghe intese che faccia la nuova legge elettorale e poi si può tornare a votare. Dopodiché chi vince governa. Il problema con i Cinque Stelle non è che non hanno esperienza; il problema è che dicono cose che faccio fatica a condividere, come il reddito di cittadinanza, che è il più forte incentivo a non cercare lavoro. Il Nord produttivo vuole il lavoro vero". In ogni caso, Maroni rispetterà "fino in fondo" la decisione di Salvini e non guiderà alcuna scissione dettata da divergenze sulle alleanze. Anche se, sottolinea, "è una questione di coerenza politica".
Sulla questione dei "territori" e della coerenza politica evocata da Maroni, diventa un caso la Liguria. Dove il coordinatore ligure di Forza Italia, Sandro Biasotti, neo eletto al Senato, in una intervista al Secolo XIX dice "no" a patti contro natura, e quindi fine dell'alleanza di centrodestra in Liguria, se prendesse corpo a Roma un governo Lega-M5s. Per tutta risposta, Biasotti si trova di fronte allo sbarramento innalzato da assessori regionali e consiglieri di Forza Italia, ai quali si è aggiunto il capogruppo regionale della Lega Alessandro Piana, che lo ha costretto nel giro di qualche ora a correggere il tiro. Così Biasotti afferma di non avere la minima intenzione di affossare la maggioranza Toti, ribadendo però che a suo giudizio un'alleanza di governo Lega-M5S creerebbe problemi a livello locale.
I temi sul tavolo sono ormai noti. Con gli altri "vincitori", i 5 Stelle, vanno necessariamente concordati i nomi per le presidenze di Camera e Senato. Sembrava un percorso delineato, con Montecitorio ai pentastellati e Palazzo Madama al Centrodestra. Ma la rivendicazione di quest'ultima presidenza da parte di Forza Italia si è improvvisamente complicata con il veto posto dal M5s a una figura di "indagato" come quella di Paolo Romani, capogruppo forzista al Senato nella vecchia legislatura. Se Salvini non dovesse forzare e invece assecondasse il "no" del M5s, la crisi nei rapporti tra il Carroccio e Forza Italia sarebbe più che conclamata. E a rendere il quadro ancor più fosco c'è la spinta di Fratelli d'Italia per una presidenza del Senato affodata allo stesso Salvini.
Il puzzle delle presidenze lascia, ma solo per ora, sullo sfondo il nodo della formazione di un nuovo governo per il Paese. E con il Pd che si è tirato indietro rispetto a qualsiasi accordo politico con i vincitori delle elezioni, le ipotesi restano solo tre: una saldatura tra Salvini e Di Maio, un governo "di tutti" per modificare la legge elettorale o il secco ritorno alle urne con quella che c'è, il Rosatellum, e che ha determinato l'attuale quadro di incertezza. A caldo, dopo il voto, la prima ipotesi appariva come la più remota. Più per il dualismo tra i leader che per le differenze programmatiche. Ma è stato proprio Salvini, nelle ultime ore, ad aprire ai 5 stelle sulla base delle affinità sostanziali. Esibendo quasi con voluta sfrontatezza l'ennesima divergenza con Berlusconi, che a quelli del M5s aprirebbe solo per "cacciarli via" come importuni venditori porta a porta.
Il punto è che Berlusconi ora è costretto a inseguire all'interno del Centrodestra. Un ruolo, l'inseguitore e non il regista, che non gli è mai appartenuto da quando scese in campo nel 1994. Ma è con quella patente che mercoledì prossimo si troverà a Roma, faccia a faccia con gli "alleati" Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Un incontro preceduto oggi da una "telefonata cordiale" durante la quale Salvini e Berlusconi si sarebbero reciprocamente confermati gli impegni già presi nell'ambito della coalizione. Come lo stesso Salvini ribadisce in serata da Udine: "Con Berlusconi siamo d'accordo su tutto".
Lo si capirà davvero soltanto mercoledì prossimo, quando i tre leader dovranno inevitabilmente confrontarsi sui primi contatti avuti in questi giorni con 5stelle, Pd e Leu per sciogliere il nodo delle presidenze di Camera e Senato. Anche perché Salvini da Udine riafferma il concetto: "Siamo disposti a ragionare e a confrontarci con tutti sul programma, non sulle presidenze o sui vicesegretari, perché vogliamo che il Parlamento cominci a lavorare il più presto possibile affinchè gli italiani abbiamo un governo che passi dalle parole ai fatti. Partiamo dalla coalizione di Centrodestra".
Mercoledì sarà dunque l'ora della verità nel Centrodestra. Anche perché il 23 marzo c'è la prima riunione del nuovo Parlamento e inizia, complice il voto segreto, la 'lotteria' per il rinnovo dei presidenti delle Camere. Al di là delle telefonate "cordiali", per prepararsi e fare il punto della situazione Berlusconi oggi a Villa San Martino, ad Arcore, ha convocato per il tradizionale pranzo del lunedì i figli (Marina e Piersilvio), i vertici di Fininvest (Fedele Confalonieri e il neo senatore Adriano Galliani) e i legali (Niccolò Ghedini).
Come detto, Fratelli d'Italia preme per Salvini presidente del Senato. "Agevolerebbe il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a dargli l'incarico - spiega Ignazio La Russa -, perchè se si aspira davvero ad un governo sul suo nome, in situazioni di difficoltà la scelta ricade sul presidente del Senato. Mettere un altro leghista al Senato - aggiunge La Russa - significherebbe che Salvini è più capo della Lega che del centrodestra".
Chi indica Salvini a Palazzo Chigi è Roberto Maroni, ma a determinate condizioni. "Il problema - dice su '6su Radiouno' è che se l'alleanza è con i 5 stelle, mi pare complicato. Complicato avere un'alleanza simile a Roma e sui territori, dove invece il governo è al Centrodestra e i cinque stelle sono all'opposizione. Difficile poi far finta di niente". Per Maroni, la soluzione sarebbe "un governo di larghe intese che faccia la nuova legge elettorale e poi si può tornare a votare. Dopodiché chi vince governa. Il problema con i Cinque Stelle non è che non hanno esperienza; il problema è che dicono cose che faccio fatica a condividere, come il reddito di cittadinanza, che è il più forte incentivo a non cercare lavoro. Il Nord produttivo vuole il lavoro vero". In ogni caso, Maroni rispetterà "fino in fondo" la decisione di Salvini e non guiderà alcuna scissione dettata da divergenze sulle alleanze. Anche se, sottolinea, "è una questione di coerenza politica".
Sulla questione dei "territori" e della coerenza politica evocata da Maroni, diventa un caso la Liguria. Dove il coordinatore ligure di Forza Italia, Sandro Biasotti, neo eletto al Senato, in una intervista al Secolo XIX dice "no" a patti contro natura, e quindi fine dell'alleanza di centrodestra in Liguria, se prendesse corpo a Roma un governo Lega-M5s. Per tutta risposta, Biasotti si trova di fronte allo sbarramento innalzato da assessori regionali e consiglieri di Forza Italia, ai quali si è aggiunto il capogruppo regionale della Lega Alessandro Piana, che lo ha costretto nel giro di qualche ora a correggere il tiro. Così Biasotti afferma di non avere la minima intenzione di affossare la maggioranza Toti, ribadendo però che a suo giudizio un'alleanza di governo Lega-M5S creerebbe problemi a livello locale.