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Dialogo o Aventino, la spaccatura nei dem

Il fondatore Parisi “Salita di 6° grado”. Giachetti: “In bilico tra risorgere e esplodere”
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ROMA. Il Pd è un contenitore (non grande) con due partiti. Divisi sulla strategia della sconfitta, sulle poltrone che rimangono (domani si votano i capigruppo di Camera e Senato), sul giudizio della nuova stagione politica. Ma le due anime che convivono per ora sotto lo stesso tetto hanno una preoccupazione comune: all'irrilevanza può seguire la scomparsa. "Siamo in bilico tra risorgere ed esplodere definitivamente - dice Roberto Giachetti - . Se il Pd lo stressiamo ancora con indecisioni, con ipotesi di dialogo che non esistono, con le idee sui governi con tutti dentro, andiamo verso l'esplosione". Walter Verini, deputato veltroniano, la vede in un altro modo: "Siamo un partito triste. Ed è un paradosso che la sinistra sparisca quando ci sono nuove disuguglianze, nuove solitudini, nuove periferie. Di questo dovrebbero parlare nei caminetti". Ma è stato anche un errore non partecipare alla partita delle presidenze istituzion…
ROMA. Il Pd è un contenitore (non grande) con due partiti. Divisi sulla strategia della sconfitta, sulle poltrone che rimangono (domani si votano i capigruppo di Camera e Senato), sul giudizio della nuova stagione politica. Ma le due anime che convivono per ora sotto lo stesso tetto hanno una preoccupazione comune: all'irrilevanza può seguire la scomparsa. "Siamo in bilico tra risorgere ed esplodere definitivamente - dice Roberto Giachetti - . Se il Pd lo stressiamo ancora con indecisioni, con ipotesi di dialogo che non esistono, con le idee sui governi con tutti dentro, andiamo verso l'esplosione". Walter Verini, deputato veltroniano, la vede in un altro modo: "Siamo un partito triste. Ed è un paradosso che la sinistra sparisca quando ci sono nuove disuguglianze, nuove solitudini, nuove periferie. Di questo dovrebbero parlare nei caminetti". Ma è stato anche un errore non partecipare alla partita delle presidenze istituzionali. "Era l'ABC della politica: fare una nostra proposta alta, anche perdente. Una cosa è essere minoranza, un'altra è essere minoritari". 

È davvero un momento difficile. Esorcizzarlo con qualche tweet sull'incoerenza dei 5 stelle non basterà a superarlo. Arturo Parisi, che ci ha sempre creduto, che non ha mai ceduto al pessimismo, oggi spiega che "dimenticare quello che si è stato è un dolore, reinventarsi da capo è un'impresa". Se il fondatore dell'Ulivo, l'uomo delle mille soluzioni e dell'opposizione pura e dura ("meglio perdere che perdersi" fu uno dei suoi slogan più noti) getta la spugna, il Partito democratico è davvero a un bivio. "Mentre gli altri si trovano a scegliere tra strade tracciate apparentemente in discesa - prosegue Parisi - il Pd è di fronte ad una parete con passaggi di sesto grado alla ricerca di una via".

Ora c'è la contingenza del passaggio del governo. La linea di Renzi "tocca a loro" prevede l'Aventino totale come risultante del voto. "Presto ci accorgeremo che l'accordo Di Maio-Salvini è molto più solido di quanto si pensi e vale per l'esecutivo. Noi, che abbiamo fatto molti governi impuri e abbiamo pagato anche questo nelle urne, dobbiamo denunciare le loro contraddizioni e stare in minoranza", sentenzia Giachetti. C'è un'altra linea ed è quella che faticosamente sta cercando di costruire Maurizio Martina in maniera collegiale, che tiene insieme Dario Franceschini, Paolo Gentiloni, Andrea Orlando, Graziano Delrio. "Io penso che nel caminetto siano d'accordo con me - dice Verini - ma questa posizione fatica ad emergere". Il rischio è uno: che la possibilità di cogliere delle occasioni, di infilarsi negli ostacoli che incontreranno i vincitori si perda nelle trattative per i capigruppo o un paio di vicepresidenze. E che la strada per l'Aventino diventi materia di scambio all'interno. Le minoranze negano con tutte le loro forze. Se è davvero così si vedranno con chiarezza allora i due partiti dentro il Pd. Una scissione oggi farebbe ridere, al netto dei progetti di macronizzazione attribuiti all'ex segretario. "Ci vorrebbe semmai una bergoglizzazione", avverte Verini riferendosi al Pontefice. Ossia, la scelta di stare con chi soffre, con gli ultimi. A meno che Verini non voglia rivolgersi direttamente allo Spirito Santo. 

Ci sono delle idee. Nicola Zingaretti ha presentato il suo manifesto per un congresso vero, per le primarie. Ma il congresso non è vicino, non lo vuole nessuno. "Per carità. Il Pd va rifondato sulle proposte non sui nomi - osserva Roberto Morassut - . Oggi dovrebbe costituirsi una commissione aperta, anche di non iscritti al Pd, con il compito di redigere una documento per una nuova visione democratica". Un programma popolare. Un'impresa, come dice Parisi. Ma a questo dibattito manca una voce fondamentale: quella di Gentiloni, che molti vedono come l'ultima ciambella.