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(ansa)

Quando il Potere mette in scena l’uguaglianza

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 Dal trolley di Monti al bus di Fico: i buoni propositi nell’era della politica spettacolo 
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Sull'onda, ma anche con l'alibi dei buoni propositi si chiudono cerchi e si allestiscono rappresentazioni. Nell'Italia del 1946, così austera e timorosa di dare scandalo, solo una lunga e tenace sollevazione consentì ai nuovi parlamentari di ottenere la tessera per girare gratuitamente sui mezzi pubblici, che del resto avevano da poco sostituito le camionette. Bene, posto che l'andare in autobus favorì probabilmente anche la buona riuscita della Costituente, sarebbe stato bellissimo che il presidente Fico, una volta salito sul 95, fosse arrivato a Montecitorio senza farsi riconoscere - bavero rialzato, un bel cappello, un paio d'occhiali da sole - e, soprattutto, senza farsi fotografare né postare lo scatto.

Questo vale per tante altre ottime e necessarie cose: fare la fila alla Asl, pagarsi le bollette, ammassarsi sui treni dei pendolari, sbattersi con le cartelle pazze. Perché da sempre il potere tende a distinguere, separare, …
Sull'onda, ma anche con l'alibi dei buoni propositi si chiudono cerchi e si allestiscono rappresentazioni. Nell'Italia del 1946, così austera e timorosa di dare scandalo, solo una lunga e tenace sollevazione consentì ai nuovi parlamentari di ottenere la tessera per girare gratuitamente sui mezzi pubblici, che del resto avevano da poco sostituito le camionette. Bene, posto che l'andare in autobus favorì probabilmente anche la buona riuscita della Costituente, sarebbe stato bellissimo che il presidente Fico, una volta salito sul 95, fosse arrivato a Montecitorio senza farsi riconoscere - bavero rialzato, un bel cappello, un paio d'occhiali da sole - e, soprattutto, senza farsi fotografare né postare lo scatto.

Questo vale per tante altre ottime e necessarie cose: fare la fila alla Asl, pagarsi le bollette, ammassarsi sui treni dei pendolari, sbattersi con le cartelle pazze. Perché da sempre il potere tende a distinguere, separare, isolare chi lo detiene, ma oggi rischia di far cadere i suoi devoti in una opposta e ancora più insidiosa tentazione: la demagogia scenica, la quotidianità recitata, lo storytelling della prossimità, lo spettacolo dell'uguaglianza, l'umiltà mediagenica, il beau geste con ritorno social - ed eccoteli sorridenti in foto che servono alle mense dei poveri, eccoteli al bar a giocare a calciobalilla, eccoteli superecologici in bicicletta, eccoteli da soli alla stazione col trolley. Ma quella bici, a guardare bene la foto, ha le ruote troppo a terra per camminare, e il sellino troppo basso perché la pedalata sia umanamente possibile, per cui si tratta di un'immagine taroccata: è successo a Renzi, nel luglio scorso. E l'umile trolley si è presto trasfigurato nel simbolo orgoglioso della "ripartenza", sempre di Renzi, tanto da dominare in effigie la sala del Lingotto sopra lo slogan: "Tornare a casa per ripartire insieme".

Viene fuori adesso, oltretutto, che Fico non è che andasse tanto a zonzo in autobus: preferiva di gran lunga il taxi. È difficile pensare che d'ora in poi sceglierà di aspettare alla fermata uniformandosi all'imperscrutabile destino dei viaggiatori Atac. E non è per malignità, ma i politici, o se si vuole i potenti, sono sempre un po' troppo fervidi nell'enunciare le loro buone intenzioni: "Io sto con chi prende l'autobus tutte le mattine - proclamava il ministro dell'Interno Minniti - Io devo riuscire a sentire quello che sente lui, non chi ha tre auto di scorta come me"; e dal possibile sdoppiamento arrivano facilmente, come il governatore della Campania, all'appello accorato, "respirare il dolore del mondo". Ecco, forse questo sarebbe pretendere troppo da se stessi. Ma il punto è che una irresistibile entropia li riconduce poi, sistematicamente, ben lontano dalle loro stesse aspirazioni.

Tre, a veder bene, sono le condizioni tecniche che di solito li spingono a ritornare sui loro passi. Una è la privacy. Un'altra ruota attorno a una comparazione, tanto sospetta quanto rassicurante: in America, o in Europa si fa così, quindi anche noi. Ma è la terza condizione quella maiuscola e più indiscutibile: la Sicurezza, sommo rifugio e camuffamento di ogni privilegio. Ne va della vita: chi ha il cuore di metterla in discussione? Così presidenti, ministri, dignitari e notabili sono addirittura obbligati ad osservare il divieto di autobus e a non mischiarsi con gli altri umani. Vedi il povero sindaco Marino, che a parte la sua celebre Panda rossa, arrancava in bicicletta affiancato da una squadretta di vigili pedalatori; e Francesco Rutelli, "il sindaco col motorino" lo fu in realtà per poco; e poi vai a sapere come va a finire: anche i primi deputati leghisti (1992) arrivarono in fila per due a Montecitorio con l'autobus - tra parentesi li guidava il tesoriere Patelli di lì a poco pizzicato con un tangentone - ma dieci anni dopo i loro ministri pretesero auto blindate addirittura di colore verde Padania. Per cui lastricate di capricci, deviazioni e giravolte si rivelano le vie della normalità artificiale. Lo spettacolo, s'è detto, è il momento in cui la merce perviene all'occupazione totale della vita pubblica. Questo per dire che la messinscena è più forte di ogni pauperismo dimostrativo e di ogni preteso francescanesimo. Saperlo aiuta ad attraversare con lo sguardo l'estetica anti-glamour delle foto neo-presidenziali. Quanto all'ascolto, specie a Roma, gli autobus sono utili se non altro per quello che si sente lì dentro quando passano le auto dei palazzi a sirene spiegate. Ai tempi dei Padri Costituenti era tutto più semplice.