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Quell’abisso tra Berlusconi e Salvini al Colle

La distanza tra le posizioni dei leader di Lega e Forza Italia sembra incolmabile. La Lega “è pronta” anche per il voto, per Silvio e Forza Italia sarebbe un incubo
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La chiusura di Silvio ai Cinque stelle “populisti, giustizialisti, pauperisti”. L’apertura di Matteo a Di Maio e ai suoi. È bastato il primo giro di consultazioni per lasciare appesa giusto la targa all’uscio del “centrodestra unito”. Dentro, il vuoto e distanze che ad oggi sembrano incolmabili. Ma la partita è appena entrata nel vivo.
 
Berlusconi e Salvini sfilano dinanzi al presidente Mattarella e poi davanti alle telecamere offrendo due ricette di fatto contrapposte per la soluzione della crisi. Solo il prologo li accomuna (“Bisogna partire dal centrodestra che ha vinto le elezioni e da Salvini”), ma è poco più che uno slogan di partenza. Poi il Cavaliere si è lanciato in un affondo contro il M5S, pur mai citato, non dissimile da quelli che hanno caratterizzato la sua campagna elettorale. La sottolineatura della necessità di mantenere buoni rapporti con l’Europa (e le sue canceller…
La chiusura di Silvio ai Cinque stelle “populisti, giustizialisti, pauperisti”. L’apertura di Matteo a Di Maio e ai suoi. È bastato il primo giro di consultazioni per lasciare appesa giusto la targa all’uscio del “centrodestra unito”. Dentro, il vuoto e distanze che ad oggi sembrano incolmabili. Ma la partita è appena entrata nel vivo.
 
Berlusconi e Salvini sfilano dinanzi al presidente Mattarella e poi davanti alle telecamere offrendo due ricette di fatto contrapposte per la soluzione della crisi. Solo il prologo li accomuna (“Bisogna partire dal centrodestra che ha vinto le elezioni e da Salvini”), ma è poco più che uno slogan di partenza. Poi il Cavaliere si è lanciato in un affondo contro il M5S, pur mai citato, non dissimile da quelli che hanno caratterizzato la sua campagna elettorale. La sottolineatura della necessità di mantenere buoni rapporti con l’Europa (e le sue cancellerie) se non si vuole cadere in una “spirale recessiva” è un ulteriore segnale.
 
Una linea maturata negli ultimi giorni, segnati dai ripetuti veti dei grillini contro la sua persona, la sua storia, i suoi trascorsi giudiziari. E limata in mattinata nell’ultimo vertice tenuto dall’inquilino di Palazzo Grazioli con Gianni Letta e Niccolò Ghedini. Salvini premier sì, ma siccome non ci sono i numeri per sostenere un governo monocolore di centrodestra, allora bisogna aprire ad altri. E la forza con la quale il leader di Fi vorrebbe dialogare è solo una: il Pd. Se non fosse che poco prima, davanti alla stessa tribuna, ancora una volta il reggente Dem Maurizio Martina ha escluso in via pressoché definitiva qualsiasi coinvolgimento in una esperienza di governo. 
 
Sta qui il grand canyon che marca le distanze tra le due forze di centrodestra. Perché è invece a Di Maio e al M5S che si rivolge poco dopo Matteo Salvini. Lui sì, li indica espressamente quando parla della necessità di un dialogo costruttivo per dar vita a un governo. Qualsiasi altra soluzione, è il suo messaggio rivolto all’alleato di centrodestra, sarebbe precaria, temporanea e dunque per lui non praticabile. Il Pd, per essere chiari, non può essere un interlocutore della Lega (e viceversa, per la verità). 
 
Allo Studio alla Vetrata il capo del Carroccio conferma così al presidente Mattarella che è anche disponibile a un passo indieto, come avvenuto per le presidenze delle Camere, se potrà servire a superare veti e “smussare angoli”. Ma non per cedere il testimone al capo politico del M5S. Solo tattica per alzare il prezzo? Quel che è certo, Salvini lo ripete per tre volte, è che bisogna dare al Paese un “governo che duri cinque anni”. Se Di Maio è disposto a trattare senza pregiudiziali, è la traduzione, siederanno al tavolo a discutere. Diversamente, lo ha ribadito, dritti al voto. La Lega “è pronta”, per Berlusconi e Forza Italia sarebbe un incubo.