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La Bugia del Potere: unica verità di questa lunga crisi

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Dal teatrino della politica si è passati al “teatricchio”: tutti non solo mentono ma cambiano idea in pochissime ore
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Fra i luoghi comuni inflitti dalla classe di governo della Seconda Repubblica - la più bugiarda peraltro che mai si ricordi - c'era "il teatrino della politica". Lo si evocava con il dovuto disprezzo proprio per chiamarsene fuori e attribuire invece agli avversari tutto il carico nefando di giochi, giochini, giochetti, trucchi, trappole, ipocrisie, doppiezze, finte, finzioni, bluff, contro-bluff, inghippi, commedie e messinscene, appunto, che la vita pubblica italiana, così ricca di espressività e senso dello spettacolo, riusciva a rappresentare sul proscenio nazionale, a maggior gloria della Suprema Bugia del Potere.

Bene. Sarà un caso, ma agli albori di questa Terza Repubblica il "teatrino della politica" è misteriosamente scomparso: nessuno degli odierni e nuovi protagonisti, o attori che dir si vogliano, compreso Berlusconi che è vecchio e fin troppo se n'è fatto scudo per oltre un ventennio, ne ha pi&ug…
Fra i luoghi comuni inflitti dalla classe di governo della Seconda Repubblica - la più bugiarda peraltro che mai si ricordi - c'era "il teatrino della politica". Lo si evocava con il dovuto disprezzo proprio per chiamarsene fuori e attribuire invece agli avversari tutto il carico nefando di giochi, giochini, giochetti, trucchi, trappole, ipocrisie, doppiezze, finte, finzioni, bluff, contro-bluff, inghippi, commedie e messinscene, appunto, che la vita pubblica italiana, così ricca di espressività e senso dello spettacolo, riusciva a rappresentare sul proscenio nazionale, a maggior gloria della Suprema Bugia del Potere.

Bene. Sarà un caso, ma agli albori di questa Terza Repubblica il "teatrino della politica" è misteriosamente scomparso: nessuno degli odierni e nuovi protagonisti, o attori che dir si vogliano, compreso Berlusconi che è vecchio e fin troppo se n'è fatto scudo per oltre un ventennio, ne ha più parlato: né ai microfoni delle postazioni volanti che allietano i corridoi istituzionali; né, fra un sorriso fotografico e l'altro, negli agghiaccianti salottini con tappetoni, bandiere e pareti damascate.

Ed è una scomparsa più che sospetta, per certi versi sintomatica, nel senso che da quanto si è finora capito di questa lunga crisi, il tasso di verità, sincerità e autenticità fra i partiti e dentro i partiti (o clan) non sembra più alto del solito, anzi il grado e la quantità di bugie stanno decisamente sfondando la soglia del decoro.

Detta in altro modo: tutti sistematicamente non solo mentono, che sarebbe antica materia trattata addirittura nel capitolo XVIII del Principe di Machiavelli, ma con la massima naturalezza, per non dire con la più grande faccia tosta, i vari Di Maio, Salvini, Berlusconi e spezzoni democratici cambiano e ricambiano idea, sempre a seconda delle supposte convenienze e spesso a seconda dell'interlocutore, a distanza di ore, giorni, settimane. Fino ad aver, come sorci silenziosi nella dispensa, sostituito le linee di politica estera e i programmi elettorali, come il MoVimento; o rinnegando, come il Cavaliere, i più enormi spropositi sulla difesa della democrazia dai barbari; o saltabeccando da un social all'altro, secondo il Salvini style, con selfie di assai mutevole intensità - a parte il retrogusto di lavoretti algoritmici andati a buon fine, sembrerebbe, nella campagna elettorale by Cambridge Analityca.

La cosa anche buffa è che ognuno - anche i neo capigruppo, i gigli magici superstiti, i casaleggisti rampichini, i pretesi "facilitatori" - ecco, ciascuno crede di essere più furbo degli altri; né alcuno sembra chiedersi chi potrà mai più credergli, domani sul contratto "alla tedesca" (come le patate acqua & salvia), i veti incrociati, il doppio forno, il terzo uomo, il passo indietro o di lato, la legge elettorale, la strizza delle elezioni o l'arrivo a Palazzo a piedi, in autobus, col taxi o l'utilitaria.

A mettere insieme, magari in ordine cronologico o compilando una summa di argomenti, tutte le balle che sono state dette fino a ieri se ne andrebbero sei o sette pagine di giornale. Più interessante, semmai, sarebbe chiedersi se c'è ancora qualche non addetto ai lavori che prenda sul serio ciò che dicono, senza subito abbandonarsi allo sfinimento civile.

E adesso è facile dire: uh, quante storie, non esageriamo! Ma nei momenti più cupi la sensazione è che sia entrato in causa il rapporto con la realtà, uno smottamento profondo alla cui base c'è la mancanza di un linguaggio comune, l'inesperienza istituzionale dei leader ragazzoni, la fine definitiva della vergogna in cui si sono plasmati, il trasformismo esistenziale che li ha premiati, la smania del marketing, l'ossessione demoscopica, la mitologia social con le sue verità istantanee, provvisorie e miniaturizzate.

Ma senza farla troppo lunga, né desolatamente cervellotica, ammesso e non concesso che la Terza Repubblica assomigli alla Prima, ciò che va oggi in scena è la degenerazione del fin troppo deprecato "teatrino della politica", uno spettacolo ben più misero, caotico, claustrofobico e inconcludente. Un "teatricchio", si direbbe: là dove l'inesorabile abbassamento dei diminutivi s'accompagna alla sarta della presidente del Senato, ai bicchierozzi di Vinitaly, ai post del presidente Pd con Carlo Verdone e ai nazi-graffiti a Montecitorio.

Poco o nulla resta di alto in questa crisi. "Un balletto di ombre - l'ha definito il grande Ceronetti - che ha paura di confessare al Capo dello Stato la propria leggerezza, la propria inconsistenza, la propria fuga di fronte all'abominevole eredità in cui sono state lasciate a cavarsela dai loro predecessori democratici, che ne sghignazzano al riparo della loro provvida sconfitta con un mucchio, un mucchio di voti merdosi inservibili".