Pd-M5S, prove di “contratto”
Annalisa Cuzzocrea , Goffredo De Marchis , di ANNALISA CUZZOCREA e GOFFREDO DE MARCHISScontro sul conflitto d'interessi. Berlusconi: "Toni da esproprio proletario"
ROMA. Jobs act, conflitto d'interessi, una legge sui partiti, il reddito di cittadinanza. Alla fine, anche se dovessero andare verso la rottura, si gioca sui programmi il destino di un'alleanza complicata tra il Movimento 5 stelle e il Pd. Perché dietro il fallimento di questo tentativo, appare la sola strada del voto anticipato. E nessuna delle due forze può permettersi di affrontare il precipizio delle urne per un veto sui nomi o per le ripicche del passato. Può mandare tutto all'aria se lo scontro è tra due indirizzi diversi, tra due filosofie, tra due idee opposte dell'Italia.
L'esito positivo delle consultazioni annunciato da Roberto Fico e il tempo in più concesso da Sergio Mattarella sono le premesse su cui dovrebbe poggiare il "contratto" futuro di Maurizio Martina e Luigi Di Maio. Ieri si è conclusa l'esplorazione del presidente della Camera. Altri due colloqui con il Pd e i grillini, infi…
L'esito positivo delle consultazioni annunciato da Roberto Fico e il tempo in più concesso da Sergio Mattarella sono le premesse su cui dovrebbe poggiare il "contratto" futuro di Maurizio Martina e Luigi Di Maio. Ieri si è conclusa l'esplorazione del presidente della Camera. Altri due colloqui con il Pd e i grillini, infi…
ROMA. Jobs act, conflitto d'interessi, una legge sui partiti, il reddito di cittadinanza. Alla fine, anche se dovessero andare verso la rottura, si gioca sui programmi il destino di un'alleanza complicata tra il Movimento 5 stelle e il Pd. Perché dietro il fallimento di questo tentativo, appare la sola strada del voto anticipato. E nessuna delle due forze può permettersi di affrontare il precipizio delle urne per un veto sui nomi o per le ripicche del passato. Può mandare tutto all'aria se lo scontro è tra due indirizzi diversi, tra due filosofie, tra due idee opposte dell'Italia.
L'esito positivo delle consultazioni annunciato da Roberto Fico e il tempo in più concesso da Sergio Mattarella sono le premesse su cui dovrebbe poggiare il "contratto" futuro di Maurizio Martina e Luigi Di Maio. Ieri si è conclusa l'esplorazione del presidente della Camera. Altri due colloqui con il Pd e i grillini, infine il via libera a un confronto mentre fuori dalle stanze di Montecitorio rimbombavano ancora le frecciate dei renziani sui social e i dubbi dei militanti a 5 stelle sulle piattaforme grilline. Ma la scommessa del Quirinale è che ci sia il margine di manovra. Che dopo la direzione dem del 3 maggio si apra un vero "tavolo" di discussione. Le delegazioni una di fronte all'altra (la composizione farà capire anche la serietà dell'esperimento), i rispettivi programmi elettorali chiusi nelle cartelline e un programma tutto nuovo da costruire insieme.
Un mezzo miracolo, onestamente, anche guardandolo dal punto di vista dei contenuti, tralasciando i malumori della base grillina e dei militanti Pd che Matteo Renzi s'incarica di rappresentare. Però quando si comincerà a parlare il passo avanti diventerà innegabile. È quello che vuole il reggente Pd. È ciò a cui i renziani oggi si oppongono, lasciandosi la carta di riserva. Cioè, accettare il tavolo, scelta obbligata, e vedere come si schianta.
Ci sono alcuni punti dai quali la partenza è possibile. Il taglio permanente del cuneo fiscale per i posti a tempo indeterminato in modo da dare più soldi ai lavoratori e abbattere i costi delle imprese. Sta nei programmi di entrambi i partiti. La decarbonizzazione dell'economia entro il 2025: altro tema comune nell'elenco delle promesse. I grillini, dopo aver fatto finta di niente mentre dialogavano con la Lega, rilanciano il reddito di cittadinanza. Il Pd risponde con assegni universali alla famiglie numerose e estensione del reddito d'inclusione. C'è una via di mezzo? Sono comunque materie che rientrano nel mare magno e drammatico della lotta alla povertà, dell'uscita dalla crisi, del precariato. Il Jobs act è un provvedimento al quale il Pd non può rinunciare. Ma i 5stelle lo hanno messo nel mirino, come ha detto ieri Gianluigi Paragone. Cominciano i guai. La Buona scuola è materia incadescente. Basta con i prof mandati a lavorare a 1000 km da casa, insiste Di Maio. Difficile trovare un compromesso. L'Europa, come dice Martina, dev'essere una scelta di campo. Più facile discuterne dopo le mezze marce indietro del Movimento nel post elezioni.
Ridurre le tasse è uno slogan condiviso, tagliare gli sprechi anche. Fu il Pd a presentare una legge per abolire i vitalizi la scorsa legislatura e ieri la Camera ha concluso l'istruttoria per il ricalcolo degli assegni. La legge Fornero secondo i grillini va abolita, secondo il Pd no, attenuandone gli effetti con provvedimenti come l'anticipo pensionistico (Ape).
I pontieri pronti a creare il clima giusto per collaborare non mancano. Sabino Cassese è tra i più attivi. Va segnalato anche l'economista Leonardo Becchetti, editorialista di Avvenire, il quotidiano della Cei, terminale di un mondo cattolico che vede bene il matrimonio. Ma nessuno può escludere un ritorno ai ferri corti. Se ne avuta un'eco già ieri. Il capo politico dei grillini ha sottolineato l'importanza di una norma contro il conflitto d'interessi. Contro Berlusconi: un'antica battaglia della sinistra. Nel frattempo il Pd l'ha molto ridimensionata. Matteo Orfini la mette così: "Non è più attuale. Semmai oggi riguarda la Casaleggio associati". Martina invece tiene il punto su una legge che regoli la vita dei partiti applicando l'articolo 49 della Costituzione. Regole che il M5s rifiuta e si è fatto da solo tra blog e piattaforma Rousseau. Come si vede, basta poco per scivolare nelle urne.
L'esito positivo delle consultazioni annunciato da Roberto Fico e il tempo in più concesso da Sergio Mattarella sono le premesse su cui dovrebbe poggiare il "contratto" futuro di Maurizio Martina e Luigi Di Maio. Ieri si è conclusa l'esplorazione del presidente della Camera. Altri due colloqui con il Pd e i grillini, infine il via libera a un confronto mentre fuori dalle stanze di Montecitorio rimbombavano ancora le frecciate dei renziani sui social e i dubbi dei militanti a 5 stelle sulle piattaforme grilline. Ma la scommessa del Quirinale è che ci sia il margine di manovra. Che dopo la direzione dem del 3 maggio si apra un vero "tavolo" di discussione. Le delegazioni una di fronte all'altra (la composizione farà capire anche la serietà dell'esperimento), i rispettivi programmi elettorali chiusi nelle cartelline e un programma tutto nuovo da costruire insieme.
Un mezzo miracolo, onestamente, anche guardandolo dal punto di vista dei contenuti, tralasciando i malumori della base grillina e dei militanti Pd che Matteo Renzi s'incarica di rappresentare. Però quando si comincerà a parlare il passo avanti diventerà innegabile. È quello che vuole il reggente Pd. È ciò a cui i renziani oggi si oppongono, lasciandosi la carta di riserva. Cioè, accettare il tavolo, scelta obbligata, e vedere come si schianta.
Ci sono alcuni punti dai quali la partenza è possibile. Il taglio permanente del cuneo fiscale per i posti a tempo indeterminato in modo da dare più soldi ai lavoratori e abbattere i costi delle imprese. Sta nei programmi di entrambi i partiti. La decarbonizzazione dell'economia entro il 2025: altro tema comune nell'elenco delle promesse. I grillini, dopo aver fatto finta di niente mentre dialogavano con la Lega, rilanciano il reddito di cittadinanza. Il Pd risponde con assegni universali alla famiglie numerose e estensione del reddito d'inclusione. C'è una via di mezzo? Sono comunque materie che rientrano nel mare magno e drammatico della lotta alla povertà, dell'uscita dalla crisi, del precariato. Il Jobs act è un provvedimento al quale il Pd non può rinunciare. Ma i 5stelle lo hanno messo nel mirino, come ha detto ieri Gianluigi Paragone. Cominciano i guai. La Buona scuola è materia incadescente. Basta con i prof mandati a lavorare a 1000 km da casa, insiste Di Maio. Difficile trovare un compromesso. L'Europa, come dice Martina, dev'essere una scelta di campo. Più facile discuterne dopo le mezze marce indietro del Movimento nel post elezioni.
Ridurre le tasse è uno slogan condiviso, tagliare gli sprechi anche. Fu il Pd a presentare una legge per abolire i vitalizi la scorsa legislatura e ieri la Camera ha concluso l'istruttoria per il ricalcolo degli assegni. La legge Fornero secondo i grillini va abolita, secondo il Pd no, attenuandone gli effetti con provvedimenti come l'anticipo pensionistico (Ape).
I pontieri pronti a creare il clima giusto per collaborare non mancano. Sabino Cassese è tra i più attivi. Va segnalato anche l'economista Leonardo Becchetti, editorialista di Avvenire, il quotidiano della Cei, terminale di un mondo cattolico che vede bene il matrimonio. Ma nessuno può escludere un ritorno ai ferri corti. Se ne avuta un'eco già ieri. Il capo politico dei grillini ha sottolineato l'importanza di una norma contro il conflitto d'interessi. Contro Berlusconi: un'antica battaglia della sinistra. Nel frattempo il Pd l'ha molto ridimensionata. Matteo Orfini la mette così: "Non è più attuale. Semmai oggi riguarda la Casaleggio associati". Martina invece tiene il punto su una legge che regoli la vita dei partiti applicando l'articolo 49 della Costituzione. Regole che il M5s rifiuta e si è fatto da solo tra blog e piattaforma Rousseau. Come si vede, basta poco per scivolare nelle urne.