Quindi il giocatore di poker, o lo scacchista vista la durata dell'incontro (88 giorni), non era Matteo Salvini ma Sergio Mattarella. Che si è preso tutti i rischi del mondo mettendo in campo due governi tecnici (quello evocato a guida Belloni prima del contratto Lega-5stelle e quello incaricato di Cottarelli), una serie di date per le elezioni anticipate, l'eventualità di una legislatura che nemmeno parte, l'ipotesi di un esecutivo con zero voti a favore in Parlamento. Alla fine ha trovato la strada per uscire dalla crisi. Con una soluzione che può pure non piacergli, che secondo il Quirinale potrebbe avere bisogno di una rete di protezione, soprattutto nei rapporti con l'Europa, ma che rispetta i principi costituzionali, dà un governo politico all'Italia e difende le prerogative del presidente della Repubblica.
Mattarella continua a dire ai suoi collaboratori che lo ha fatto per l'istituzione, non per sè. Anzi, ha pensato a…
Mattarella continua a dire ai suoi collaboratori che lo ha fatto per l'istituzione, non per sè. Anzi, ha pensato a…
Quindi il giocatore di poker, o lo scacchista vista la durata dell'incontro (88 giorni), non era Matteo Salvini ma Sergio Mattarella. Che si è preso tutti i rischi del mondo mettendo in campo due governi tecnici (quello evocato a guida Belloni prima del contratto Lega-5stelle e quello incaricato di Cottarelli), una serie di date per le elezioni anticipate, l'eventualità di una legislatura che nemmeno parte, l'ipotesi di un esecutivo con zero voti a favore in Parlamento. Alla fine ha trovato la strada per uscire dalla crisi. Con una soluzione che può pure non piacergli, che secondo il Quirinale potrebbe avere bisogno di una rete di protezione, soprattutto nei rapporti con l'Europa, ma che rispetta i principi costituzionali, dà un governo politico all'Italia e difende le prerogative del presidente della Repubblica.
Mattarella continua a dire ai suoi collaboratori che lo ha fatto per l'istituzione, non per sè. Anzi, ha pensato al suo successore. La vicenda del veto su Paolo Savona al ministero dell'Economia è tutta qui. Difendere il potere di nomina dei ministri del capo dello Stato. Servirà anche a chi verrà dopo. Per paradosso potrebbe toccare a un presidente che se il governo dura cinque anni sarà scelto proprio da questa maggioranza nel 2022. Anche lui dovrà essere libero di esercitare le funzioni sancite dalla Costituzione. Questo è un motivo di soddisfazione per Mattarella. Non tanto contenuta, stavolta. Sorprendente semmai, considerato il carattere del presidente. Basta confrontare il viso tirato, la voce grave di domenica sera quando ha ricostruito il flop del primo tentativo di Giuseppe Conte e il ringraziamento alla stampa di ieri sera, appena quattro giorni dopo: il tono allegro e il sorriso trattenuto ma evidente.
L'altra rotta che il Colle ha sempre avuto nel suo Gps era dare ai cittadini un esecutivo nel rispetto del voto del 4 marzo e un esecutivo politico che meglio di altri potrà fare fronte alle difficoltà finanziarie. Una maggioranza con i voti sufficienti, una prova affidata ai vincitori parziali del voto, il coinvolgimento quasi pieno dei due leader più popolari. Alla fine la squadra, agli occhi del Quirinale, nei limiti del possibile mantiene l'equilibrio tra gli interessi dell'Italia e la capacità di muoversi nel perimetro dei vincoli europei e internazionali.
Poi c'è la grande partita con Di Maio e Salvini. In poche ore, dopo il clamoroso attacco su Raiuno del capo grillino domenica e la richiesta di impeachment, Mattarella ha ripreso il filo e ha messo da parte la questione personale. Forse un politico più fumantino e orgoglioso non gli avrebbe più rivolto la parola per anni. Invece già martedì Di Maio era di nuovo al Colle, anche grazie alla mediazione del presidente della Camera Roberto Fico. Pronto a essere guidato mano nella mano da Mattarella, a riaprire il canale con la Lega, a chiedere la rimozione di Savona e a ricominciare. Salvini è stato ricevuto in gran segreto martedì, il giorno dello spread impazzito e del massimo rischio per i conti pubblici. Lì ha girato la ruota della crisi. Le ansie della parte produttiva del Paese, il pressing dei governatori del Nord (a Roma in poche ore sono sbarcati Zaia e Fedriga) hanno riportato al tavolo il leader del Carroccio. Lentamente Savona è scivolato al ministero degli Affari europei, una delega piccola piccola. Il resto è avvenuto ieri sera, fino al sorriso del capo dello Stato.
Mattarella continua a dire ai suoi collaboratori che lo ha fatto per l'istituzione, non per sè. Anzi, ha pensato al suo successore. La vicenda del veto su Paolo Savona al ministero dell'Economia è tutta qui. Difendere il potere di nomina dei ministri del capo dello Stato. Servirà anche a chi verrà dopo. Per paradosso potrebbe toccare a un presidente che se il governo dura cinque anni sarà scelto proprio da questa maggioranza nel 2022. Anche lui dovrà essere libero di esercitare le funzioni sancite dalla Costituzione. Questo è un motivo di soddisfazione per Mattarella. Non tanto contenuta, stavolta. Sorprendente semmai, considerato il carattere del presidente. Basta confrontare il viso tirato, la voce grave di domenica sera quando ha ricostruito il flop del primo tentativo di Giuseppe Conte e il ringraziamento alla stampa di ieri sera, appena quattro giorni dopo: il tono allegro e il sorriso trattenuto ma evidente.
L'altra rotta che il Colle ha sempre avuto nel suo Gps era dare ai cittadini un esecutivo nel rispetto del voto del 4 marzo e un esecutivo politico che meglio di altri potrà fare fronte alle difficoltà finanziarie. Una maggioranza con i voti sufficienti, una prova affidata ai vincitori parziali del voto, il coinvolgimento quasi pieno dei due leader più popolari. Alla fine la squadra, agli occhi del Quirinale, nei limiti del possibile mantiene l'equilibrio tra gli interessi dell'Italia e la capacità di muoversi nel perimetro dei vincoli europei e internazionali.
Poi c'è la grande partita con Di Maio e Salvini. In poche ore, dopo il clamoroso attacco su Raiuno del capo grillino domenica e la richiesta di impeachment, Mattarella ha ripreso il filo e ha messo da parte la questione personale. Forse un politico più fumantino e orgoglioso non gli avrebbe più rivolto la parola per anni. Invece già martedì Di Maio era di nuovo al Colle, anche grazie alla mediazione del presidente della Camera Roberto Fico. Pronto a essere guidato mano nella mano da Mattarella, a riaprire il canale con la Lega, a chiedere la rimozione di Savona e a ricominciare. Salvini è stato ricevuto in gran segreto martedì, il giorno dello spread impazzito e del massimo rischio per i conti pubblici. Lì ha girato la ruota della crisi. Le ansie della parte produttiva del Paese, il pressing dei governatori del Nord (a Roma in poche ore sono sbarcati Zaia e Fedriga) hanno riportato al tavolo il leader del Carroccio. Lentamente Savona è scivolato al ministero degli Affari europei, una delega piccola piccola. Il resto è avvenuto ieri sera, fino al sorriso del capo dello Stato.