Ieri Beppe Grillo ha proposto seriamente di formare un Senato dei cittadini composto da gente scelta a caso. Con questo principio, l’Australopithecus africanus avrebbe atteso di essere estratto tra le varie specie animali, invece di dannarsi per avere il pollice opponibile. E il pianeta sarebbe dominato dalle carpe.
Stavo ancora riprendendomi dalla notizia, pronto a stilare per questo angolino altre categorie decisive da indicare random (neurochirurghi, centravanti della Nazionale, piloti di aereo, artificieri, Presidenti del Consi… no, quello già fatto) quando Rita Pavone ha sfidato i Pearl Jam. Non musicalmente. Su quello non c’è gara: tra “La Pappa col Pomodoro” e “Alive” passa la stessa differenza che intercorre tra un bouquet di girasoli e una notte di dicembre a Bucarest. No, la sfida era politica. Il gruppo grunge di Seattle aveva infatti concluso lo splendido concerto di Roma intonando “Imagine” a favore dei migranti. E Rita su Twitter li ha invitati brutalmente a farsi gli affari loro. Al culmine di una metamorfosi che ha portato l’ex Gian Burrasca a farsi troll di se stessa, con un turbinio di retweet che raggrumano malumori assortiti contro nemici immaginari e non.
Rita ha vissuto lungamente all’estero. Ergo si è fatta dell’Italia l’immagine che le raccontano i suoi media di riferimento: siti di fake news, Giornali Liberi di varia estrazione, Meluzzi, qualunque frattaglia contro i migranti — e contro Roberto Saviano — eccetera. Mi scuso se per una giornata non sgancerò la tradizionale salva di peti con cui normalmente contrappunto questa rubrica. Ma vedendo cos’è diventata un’eroina della mia infanzia*, mi vengono d’acchito due ipotesi: o è sempre stata una pericolosa mitomane, o è anche lei il frutto del racconto tossico che questo Paese fa di se stesso da almeno una ventina d’anni. Da quando Berlusconi cominciò a seminare il terreno su cui oggi raccoglie Salvini. Figlio spurio, anche, dei social, dove chiunque può nobilitare qualunque opinione. Non importa che sia basata su una qualche verità. Perché sul web merito e ragione non contano. Le informazioni sono scelte a caso. Come in una specie di parlamento di quelli che vorrebbe Grillo. E, spesso, il pollice opponibile è quello con cui ragionano.
*Comunque sempre meglio di Povia
Stavo ancora riprendendomi dalla notizia, pronto a stilare per questo angolino altre categorie decisive da indicare random (neurochirurghi, centravanti della Nazionale, piloti di aereo, artificieri, Presidenti del Consi… no, quello già fatto) quando Rita Pavone ha sfidato i Pearl Jam. Non musicalmente. Su quello non c’è gara: tra “La Pappa col Pomodoro” e “Alive” passa la stessa differenza che intercorre tra un bouquet di girasoli e una notte di dicembre a Bucarest. No, la sfida era politica. Il gruppo grunge di Seattle aveva infatti concluso lo splendido concerto di Roma intonando “Imagine” a favore dei migranti. E Rita su Twitter li ha invitati brutalmente a farsi gli affari loro. Al culmine di una metamorfosi che ha portato l’ex Gian Burrasca a farsi troll di se stessa, con un turbinio di retweet che raggrumano malumori assortiti contro nemici immaginari e non.
Rita ha vissuto lungamente all’estero. Ergo si è fatta dell’Italia l’immagine che le raccontano i suoi media di riferimento: siti di fake news, Giornali Liberi di varia estrazione, Meluzzi, qualunque frattaglia contro i migranti — e contro Roberto Saviano — eccetera. Mi scuso se per una giornata non sgancerò la tradizionale salva di peti con cui normalmente contrappunto questa rubrica. Ma vedendo cos’è diventata un’eroina della mia infanzia*, mi vengono d’acchito due ipotesi: o è sempre stata una pericolosa mitomane, o è anche lei il frutto del racconto tossico che questo Paese fa di se stesso da almeno una ventina d’anni. Da quando Berlusconi cominciò a seminare il terreno su cui oggi raccoglie Salvini. Figlio spurio, anche, dei social, dove chiunque può nobilitare qualunque opinione. Non importa che sia basata su una qualche verità. Perché sul web merito e ragione non contano. Le informazioni sono scelte a caso. Come in una specie di parlamento di quelli che vorrebbe Grillo. E, spesso, il pollice opponibile è quello con cui ragionano.
*Comunque sempre meglio di Povia