Salvini alla crociata nella Ue: “Una Lega dei populisti per vincere le europee”
Carmelo Lopapa , dal nostro inviato CARMELO LOPAPAIl leader a Pontida attacca il Ppe: "Perderà pezzi, Orbán non resterà". E programma cinque viaggi a luglio. "Governeremo 30 anni"
Adesso sogna i "barbari" alla conquista dell'Europa, Matteo Salvini. Perché la Lega che ha sfondato al Sud non basta più, il partito che ha sbriciolato il resto del centrodestra toccando il 30 per cento nei sondaggi è solo una tappa della sua escalation. Dal pratone di Pontida, a un mese esatto dalla nascita del governo coi 5Stelle, il vicepremier lancia la "Lega delle leghe", l'internazionale dei populisti che alle Europee del prossimo anno dovrà "sconfiggere l'Europa dei banchieri e delle multinazionali".
È di nuovo campagna elettorale e l'appuntamento di giugno 2019 diventa "un referendum tra le élite della finanza e dell'immigrazione e l'Europa dei popoli", proclama il leader raccogliendo scontate ovazioni dalla sua gente (75 mila diranno con parecchia generosità gli organizzatori). "O noi o loro: abbatteremo il muro di Bruxelles come è stato distrutto quel…
È di nuovo campagna elettorale e l'appuntamento di giugno 2019 diventa "un referendum tra le élite della finanza e dell'immigrazione e l'Europa dei popoli", proclama il leader raccogliendo scontate ovazioni dalla sua gente (75 mila diranno con parecchia generosità gli organizzatori). "O noi o loro: abbatteremo il muro di Bruxelles come è stato distrutto quel…
Adesso sogna i "barbari" alla conquista dell'Europa, Matteo Salvini. Perché la Lega che ha sfondato al Sud non basta più, il partito che ha sbriciolato il resto del centrodestra toccando il 30 per cento nei sondaggi è solo una tappa della sua escalation. Dal pratone di Pontida, a un mese esatto dalla nascita del governo coi 5Stelle, il vicepremier lancia la "Lega delle leghe", l'internazionale dei populisti che alle Europee del prossimo anno dovrà "sconfiggere l'Europa dei banchieri e delle multinazionali".
È di nuovo campagna elettorale e l'appuntamento di giugno 2019 diventa "un referendum tra le élite della finanza e dell'immigrazione e l'Europa dei popoli", proclama il leader raccogliendo scontate ovazioni dalla sua gente (75 mila diranno con parecchia generosità gli organizzatori). "O noi o loro: abbatteremo il muro di Bruxelles come è stato distrutto quello di Berlino, quando sembrava impensabile", è il grido di battaglia del segretario federale che ci ha preso gusto e con Di Maio e il M5S vuole restare al potere. "La sinistra si rassegni, saremo al governo per trent'anni".
Dunque, la Lega d'Europa, partito transnazionale o confederazione si vedrà, lepenisti e salviniani di tutto il Continente intanto unitevi, è l'appello. "Chiamatela pure alleanza internazionale dei populisti, per me è un complimento: saremo maggioranza". Con un'ora di sermone dal palco e il giuramento con rosario in mano, si conclude la lunga giornata di Pontida che era iniziata col leader in giro per i gazebo tra i militanti (in t-shirt azzurra col suo faccione stampato e la scritta "La pacchia è strafinita").
Salvini, provato, raggiunge nel pomeriggio il ristorante La Marina, in cima alla collina sopra il pratone. Lì, tra un vitello tonnato e un bicchiere di bianco, dismessa la camicia bianca e tornato in bermuda e maglietta (stavolta con #chiudiamoiporti), il progetto europeo viene declinato più chiaramente. "Lavorerò già dalle prossime settimane con gli amici che nel resto d'Europa, dalla Svezia all'Olanda, non sono strutturati in una forza organica come la Lega, cercheremo di costruire una rete". Marine Le Pen c'è. Viktor Orban è il colpaccio in canna, anche se iscritto al Ppe. "Sono sempre in contatto con lui, non so se ha voglia di restare ancora coi popolari, negli ultimi tempi gli insulti contro di lui si sono sprecati, ho il sospetto che da qui a breve il Ppe perderà pezzi importanti".
Sarà Salvini a guidare l'internazionale dei populisti? "Ma no, non ho di queste ambizioni - si schermisce al tavolo - mi basterà contribuire alla sua nascita, poi vedremo". Intanto il capo del Viminale ha in cantiere ben cinque missioni all'estero nel solo mese di luglio, oltre al Nordafrica, proprio alcuni Paesi europei coi quali intende tessere la tela.
Esulta perché la terza nave di Ong andrà ad approdare lontano dall'Italia, plaude ai libici che "stanno facendo un gran lavoro, hanno già salvato e riportato sulle loro coste mille migranti, ora bisogna aiutarli garantendo loro più motovedette, se gli altri ministri ce lo lasciano fare". E la parentesi non è casuale, dato che non mancano resistenze nel consiglio dei ministri che si occuperà del dossier nelle prossime ore. Del resto, con gli uomini di Di Maio (e non solo con Fico) i rapporti si fanno ogni giorno più tesi, proprio sull'affaire migranti. Il ministro da Pontida fa i complimenti ai grillini, "persone onesti e coerenti", ma ribadisce che "se i porti si chiudono lo decide il Viminale". Beccandosi subito il rimbrotto del collega alle Infrastrutture, Danilo Toninelli, che gli ricorda come "le prerogative sono congiunte, visto che ai Trasporti fanno capo Capitanerie e Guardia Costiera".
Nell'ora di discorso davanti a militanti arrivati anche da Calabria, Sicilia, Puglia, tra le citazioni di Simone Weil e Rosario Livatino, Gianfranco Miglio e Walt Disney ("Se puoi sognarlo puoi anche farlo"), dopo le invettive contro mafia e camorra ("Anche per voi la pacchia è finita"), il segretario non dedica una parola a Silvio Berlusconi. Anzi, il governatore molisano Donato Toma che - salito sul palco come il ligure Toti e il siciliano Musumeci - osa citare il Cavaliere, viene interrotto da migliaia di fischi. Perché non c'è altra destra che il partito già unico salviniano riconosca. "E non abbiamo nemmeno opposizione - lamenta con sarcasmo Giancarlo Giorgetti - la sfida è in Europa".
È di nuovo campagna elettorale e l'appuntamento di giugno 2019 diventa "un referendum tra le élite della finanza e dell'immigrazione e l'Europa dei popoli", proclama il leader raccogliendo scontate ovazioni dalla sua gente (75 mila diranno con parecchia generosità gli organizzatori). "O noi o loro: abbatteremo il muro di Bruxelles come è stato distrutto quello di Berlino, quando sembrava impensabile", è il grido di battaglia del segretario federale che ci ha preso gusto e con Di Maio e il M5S vuole restare al potere. "La sinistra si rassegni, saremo al governo per trent'anni".
Dunque, la Lega d'Europa, partito transnazionale o confederazione si vedrà, lepenisti e salviniani di tutto il Continente intanto unitevi, è l'appello. "Chiamatela pure alleanza internazionale dei populisti, per me è un complimento: saremo maggioranza". Con un'ora di sermone dal palco e il giuramento con rosario in mano, si conclude la lunga giornata di Pontida che era iniziata col leader in giro per i gazebo tra i militanti (in t-shirt azzurra col suo faccione stampato e la scritta "La pacchia è strafinita").
Salvini, provato, raggiunge nel pomeriggio il ristorante La Marina, in cima alla collina sopra il pratone. Lì, tra un vitello tonnato e un bicchiere di bianco, dismessa la camicia bianca e tornato in bermuda e maglietta (stavolta con #chiudiamoiporti), il progetto europeo viene declinato più chiaramente. "Lavorerò già dalle prossime settimane con gli amici che nel resto d'Europa, dalla Svezia all'Olanda, non sono strutturati in una forza organica come la Lega, cercheremo di costruire una rete". Marine Le Pen c'è. Viktor Orban è il colpaccio in canna, anche se iscritto al Ppe. "Sono sempre in contatto con lui, non so se ha voglia di restare ancora coi popolari, negli ultimi tempi gli insulti contro di lui si sono sprecati, ho il sospetto che da qui a breve il Ppe perderà pezzi importanti".
Sarà Salvini a guidare l'internazionale dei populisti? "Ma no, non ho di queste ambizioni - si schermisce al tavolo - mi basterà contribuire alla sua nascita, poi vedremo". Intanto il capo del Viminale ha in cantiere ben cinque missioni all'estero nel solo mese di luglio, oltre al Nordafrica, proprio alcuni Paesi europei coi quali intende tessere la tela.
Esulta perché la terza nave di Ong andrà ad approdare lontano dall'Italia, plaude ai libici che "stanno facendo un gran lavoro, hanno già salvato e riportato sulle loro coste mille migranti, ora bisogna aiutarli garantendo loro più motovedette, se gli altri ministri ce lo lasciano fare". E la parentesi non è casuale, dato che non mancano resistenze nel consiglio dei ministri che si occuperà del dossier nelle prossime ore. Del resto, con gli uomini di Di Maio (e non solo con Fico) i rapporti si fanno ogni giorno più tesi, proprio sull'affaire migranti. Il ministro da Pontida fa i complimenti ai grillini, "persone onesti e coerenti", ma ribadisce che "se i porti si chiudono lo decide il Viminale". Beccandosi subito il rimbrotto del collega alle Infrastrutture, Danilo Toninelli, che gli ricorda come "le prerogative sono congiunte, visto che ai Trasporti fanno capo Capitanerie e Guardia Costiera".
Nell'ora di discorso davanti a militanti arrivati anche da Calabria, Sicilia, Puglia, tra le citazioni di Simone Weil e Rosario Livatino, Gianfranco Miglio e Walt Disney ("Se puoi sognarlo puoi anche farlo"), dopo le invettive contro mafia e camorra ("Anche per voi la pacchia è finita"), il segretario non dedica una parola a Silvio Berlusconi. Anzi, il governatore molisano Donato Toma che - salito sul palco come il ligure Toti e il siciliano Musumeci - osa citare il Cavaliere, viene interrotto da migliaia di fischi. Perché non c'è altra destra che il partito già unico salviniano riconosca. "E non abbiamo nemmeno opposizione - lamenta con sarcasmo Giancarlo Giorgetti - la sfida è in Europa".