La nuova Lega che punta ormai ad «abbattere il muro di Bruxelles», del Matteo Salvini leader dell’internazionale populista che fa tremare il Ppe, si prepara a cambiare pelle. Archiviata la prima Pontida di governo, in cantiere c’è già la trasformazione della forza in partito più che mai nazionale. Di certo assai più “leggero”, negli organigrammi e nella struttura. Del resto, il capo è artefice unico dell’exploit al 30 per cento nei sondaggi: basta lui e i suoi post sui social.
Niente più nazione veneta e nazione lombarda federate al partito, come da vecchio statuto. Ora Lega unica e nazionale, snella, che per la prima volta sbarcherà con tanto di sede a Roma. Anche se da via Bellerio si affrettano a precisare che quella storica a Milano resterà centrale. Se ne aggiungeranno tante altre, anche al Sud, al pari delle nuove sezioni regionali, sulla scia dei voti e dei consensi che si moltiplicano un po’ ovunque. E siccome i social e il web sono ormai determinanti nella perenne campagna elettorale salviniana, ecco il progetto - per adesso in culla - di un sito ancora più potenziato, magari capace di aprire consultazioni lampo della base, come anticipa l’agenzia Agi. Il pensiero corre subito alla piattaforma Rousseau, ai Cinque stelle in mano alla Casaleggio Associati, al “non partito” di Di Maio che fa della piattaforma il suo dna. Ecco perché in serata, dopo che si diffonde la notizia, fonti vicine al leader si affrettano a precisare che non ci sarà «alcuna trasformazione della Lega in partito liquido con ipotetico trasferimento su una piattaforma in Rete: il contatto reale con il territorio sarà rafforzato attraverso le sedi». Come dire, di sedi locali e militanti e tesserati è fatto il partito che un tempo chiamavano Carroccio e che ora sarà nazionale.
Il progetto camminerà di pari passo con quello della “Lega delle leghe”, della confederazione dei partiti populisti al quale Matteo Salvini si sta ormai dedicando. Con tanto di agenda europea per le prossime settimane. Smentisce che ambisce a diventare la guida internazionale del rassemblemant. Si vedrà. Quel che è certo è che il Financial Times considera il leader italiano una minaccia per l’Unione europea «forse più di Donald Trump», Unione che - continua - «rischia di diventare la Repubblica di Weimar dei nostri tempi». Il ministro dell’Interno ci ride su, mentre raggiunge Siena per godersi il primo Palio nella città strappata alla sinistra e transitata clamorosamente alla Lega. «Vi sembro minaccioso? Semmai, se passano le nostre idee l’Europa si salva. Sono un pericolo per quei quattro tecnocrati e finanzieri che hanno affamato milioni di persone nel mondo».
Cinque missioni dunque già in cantiere nei prossimi giorni. Due in Nordafrica, in Egitto e Tunisia, nelle vesti di ministro dell’Interno, per parlare di sbarchi. E altre tre in Europa - in Svezia, Olanda e Germania - per tessere da leader populista la tela della futura federazione. L’obiettivo, spiegano fonti vicine al segretario, non è un partito unico: «Ma formare una rete tra simili sensibilità populiste per rifondare l’Europa». Dal Rassemblement national della francese Le Pen, alla tedesca Alternative fur Deutschland, dall’austriaco Fpoe all’olandese Pvv, passando per i polacchi della nuova destra (Knp) e soprattutto per il Fidesz dell’ungherese Viktor Orban che ancora (ma non per molto forse) milita nel Ppe.
A Bruxelles, nella sede dei popolari europei, le previsioni in vista delle Europee-referendum del prossimo anno sono già abbastanza fosche. Stimano una perdita probabile di almeno 30-40 deputati rispetto ai 214 attuali. Mentre l’internazionale populista verrebbe attestata sulla soglia di almeno un centinaio di parlamentari. Sempre che il terremoto politico non si riveli ancora più destabilizzante per il Continente.
Molto dipenderà da quel che accadrà in Germania nei prossimi giorni, dai destini e dalla tenuta di Angela Merkel. Salvini mantiene il suo filo diretto con il ministro dell’Interno, il bavarese Horst Seehofer che sta dando battaglia alla Cancelleria proprio sul terreno dell’immigrazione e che ha congelato le sue dimissioni. «A differenza loro non metto bocca in casa altrui», taglia corto il vicepremier italiano. Per concludere con una stoccata: «Certo, se il loro problema nasce da un’immigrazione fuori controllo, vuol dire che la Lega non sbagliava». Che Salvini e la sua “internazionale” attendano solo la defenestrazione della Merkel non è più un mistero.
Niente più nazione veneta e nazione lombarda federate al partito, come da vecchio statuto. Ora Lega unica e nazionale, snella, che per la prima volta sbarcherà con tanto di sede a Roma. Anche se da via Bellerio si affrettano a precisare che quella storica a Milano resterà centrale. Se ne aggiungeranno tante altre, anche al Sud, al pari delle nuove sezioni regionali, sulla scia dei voti e dei consensi che si moltiplicano un po’ ovunque. E siccome i social e il web sono ormai determinanti nella perenne campagna elettorale salviniana, ecco il progetto - per adesso in culla - di un sito ancora più potenziato, magari capace di aprire consultazioni lampo della base, come anticipa l’agenzia Agi. Il pensiero corre subito alla piattaforma Rousseau, ai Cinque stelle in mano alla Casaleggio Associati, al “non partito” di Di Maio che fa della piattaforma il suo dna. Ecco perché in serata, dopo che si diffonde la notizia, fonti vicine al leader si affrettano a precisare che non ci sarà «alcuna trasformazione della Lega in partito liquido con ipotetico trasferimento su una piattaforma in Rete: il contatto reale con il territorio sarà rafforzato attraverso le sedi». Come dire, di sedi locali e militanti e tesserati è fatto il partito che un tempo chiamavano Carroccio e che ora sarà nazionale.
Il progetto camminerà di pari passo con quello della “Lega delle leghe”, della confederazione dei partiti populisti al quale Matteo Salvini si sta ormai dedicando. Con tanto di agenda europea per le prossime settimane. Smentisce che ambisce a diventare la guida internazionale del rassemblemant. Si vedrà. Quel che è certo è che il Financial Times considera il leader italiano una minaccia per l’Unione europea «forse più di Donald Trump», Unione che - continua - «rischia di diventare la Repubblica di Weimar dei nostri tempi». Il ministro dell’Interno ci ride su, mentre raggiunge Siena per godersi il primo Palio nella città strappata alla sinistra e transitata clamorosamente alla Lega. «Vi sembro minaccioso? Semmai, se passano le nostre idee l’Europa si salva. Sono un pericolo per quei quattro tecnocrati e finanzieri che hanno affamato milioni di persone nel mondo».
Cinque missioni dunque già in cantiere nei prossimi giorni. Due in Nordafrica, in Egitto e Tunisia, nelle vesti di ministro dell’Interno, per parlare di sbarchi. E altre tre in Europa - in Svezia, Olanda e Germania - per tessere da leader populista la tela della futura federazione. L’obiettivo, spiegano fonti vicine al segretario, non è un partito unico: «Ma formare una rete tra simili sensibilità populiste per rifondare l’Europa». Dal Rassemblement national della francese Le Pen, alla tedesca Alternative fur Deutschland, dall’austriaco Fpoe all’olandese Pvv, passando per i polacchi della nuova destra (Knp) e soprattutto per il Fidesz dell’ungherese Viktor Orban che ancora (ma non per molto forse) milita nel Ppe.
A Bruxelles, nella sede dei popolari europei, le previsioni in vista delle Europee-referendum del prossimo anno sono già abbastanza fosche. Stimano una perdita probabile di almeno 30-40 deputati rispetto ai 214 attuali. Mentre l’internazionale populista verrebbe attestata sulla soglia di almeno un centinaio di parlamentari. Sempre che il terremoto politico non si riveli ancora più destabilizzante per il Continente.
Molto dipenderà da quel che accadrà in Germania nei prossimi giorni, dai destini e dalla tenuta di Angela Merkel. Salvini mantiene il suo filo diretto con il ministro dell’Interno, il bavarese Horst Seehofer che sta dando battaglia alla Cancelleria proprio sul terreno dell’immigrazione e che ha congelato le sue dimissioni. «A differenza loro non metto bocca in casa altrui», taglia corto il vicepremier italiano. Per concludere con una stoccata: «Certo, se il loro problema nasce da un’immigrazione fuori controllo, vuol dire che la Lega non sbagliava». Che Salvini e la sua “internazionale” attendano solo la defenestrazione della Merkel non è più un mistero.