Politica

Consulta: legittimi i divieti per le toghe nei partiti

No alla partecipazione sistematica dei magistrati. La decisione della Corte costituzionale sulla vicenda Emiliano

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ROMA - Consulta versus Michele Emiliano, ex sindaco di Bari e attuale governatore della Puglia. Ma non solo: Consulta versus l'ambiguità di una toga che, pur mantenendo il suo abito anche se temporaneamente nell'armadio, calca la scena politica. L'ex presidente e segretario del Pd pugliese, ed esponente della sinistra Dem, ha perso l'ultima battaglia – dai più peraltro considerata già perduta in partenza – sulla possibilità di restare, al contempo, sia magistrato, seppure in aspettativa, sia esponente politico. I giudici costituzionali ribadiscono la loro stessa giurisprudenza, già stabilita per un altro magistrato, il napoletano Luigi Bobbio di An, e confermano che rientra nel novero degli illeciti disciplinari iscriversi a un partito politico, anche se ciò avviene quando il magistrato è in aspettativa.

Il caso di Emiliano appunto. Che nel 2004 lascia il posto di pubblico ministero a Bari, dove pure aveva diretto inchieste importanti anche sulla politica, e si candida, vincendo, a sindaco della stessa città. La sua, nel Pd, è un'escalation, al punto che eccolo diventare anche presidente regionale del partito. Convinto che un giudice in aspettativa, quindi temporaneamente fuori dalle funzioni strettamente giudiziarie, possa sentirsi libero al punto da fare politica attivamente.

Proprio su questo la Corte costituzionale prende una decisione definitiva, ribadisce l'attualità dell'illecito disciplinare, fissato nell'ordinamento giudiziario voluto dal governo Berlusconi quando ministro Guardasigilli era il leghista Roberto Castelli, e approvato poi nel 2006 quando in via Arenula sedeva Clemente Mastella. Tra gli illeciti, puntigliosamente indicati, vi è anche il divieto dell'iscrizione ai partiti.

Singolarmente, per oltre dieci anni, né i ministri della Giustizia che si sono succeduti, né tantomeno il procuratore generale della Cassazione – entrambi titolari dell'azione disciplinare – sembrano accorgersi del caso Emiliano. Che pure è lì, sotto gli occhi di tutti. Se ne avvede, per l'appunto dieci anni dopo, l'ex Pg Pasquale Ciccolo, che mette Emiliano sotto processo disciplinare, per aver violato la legge. Si apre il caso al Csm, dove il governatore pugliese sceglie un difensore di punta, il procuratore di Torino Armando Spataro. E proprio Spataro invita il Csm a sollevare una questione di costituzionalità davanti alla Consulta, eccependo che Emiliano, quando faceva vita di partita, era senza la toga addosso, era quindi un uomo “libero”, che poteva anche iscriversi a un partito. Un anno fa il Csm fa propria l'istanza di Spataro e si rivolge alla Corte. Che oggi ribadisce la sentenza che era stata firmata dall'ex vice presidente Paolo Maddalena: una toga, anche in aspettativa, deve rispettare le regole che valgono per i magistrati in servizio. Sì alla candidatura in un'istituzione, ma un no netto alla vita di partito e quindi certamente un no all'iscrizione allo stesso partito, fino a diventarne addirittura presidente.

La decisione della Consulta assume, proprio in questo momento politico, un significato importante. Perché il Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede ha già annunciato, giusto una settimana fa davanti al Csm, che farà una legge per bloccare le cosiddette “porte girevoli”, la possibilità per i magistrati di candidarsi e poi rientrare nella funzione giudiziaria. Una legge che da molte legislature si cerca di approvare, ma che si è sempre bloccata all'ultimo step. Adesso Bonafede potrà citare, come ulteriore pezza di appoggio, anche la decisione su Emiliano. Sintetizzabile così: il magistrato non può portare due casacche, la toga sulle sue spalle esclude che egli possa indossare sopra un altro vestito.            



 
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