Primo provvedimento ed è subito scontro. Il decreto dignità ideato e voluto da Luigi Di Maio non fa in tempo a essere promulgato dal capo dello Stato che la Lega di Matteo Salvini lavora già per smontarlo pezzo per pezzo. La contrapposizione che si è consumata sotto traccia prima e dopo il consiglio dei ministri di lunedì è frontale. E sta producendo come punto di caduta il clamoroso ritorno dei voucher. Proprio i buoni lavoro, bandiera delle politiche di Matteo Renzi ammainata dal suo successore Paolo Gentiloni per evitare il referendum promosso dalla Cgil.
Ebbene, l'unica mediazione che il ministro del Lavoro e capo del Movimento dice di essere disposto ad accettare - rispetto alle tre pesanti richieste di modifica fatte recapitare dall'alleato - porta al ripristino dei voucher. Almeno per alcune categorie: in agricoltura, turismo, probabilmente lavori domestici e altro ancora. "Il provvedimento è un buon inizio ma il Par…
Ebbene, l'unica mediazione che il ministro del Lavoro e capo del Movimento dice di essere disposto ad accettare - rispetto alle tre pesanti richieste di modifica fatte recapitare dall'alleato - porta al ripristino dei voucher. Almeno per alcune categorie: in agricoltura, turismo, probabilmente lavori domestici e altro ancora. "Il provvedimento è un buon inizio ma il Par…
Primo provvedimento ed è subito scontro. Il decreto dignità ideato e voluto da Luigi Di Maio non fa in tempo a essere promulgato dal capo dello Stato che la Lega di Matteo Salvini lavora già per smontarlo pezzo per pezzo. La contrapposizione che si è consumata sotto traccia prima e dopo il consiglio dei ministri di lunedì è frontale. E sta producendo come punto di caduta il clamoroso ritorno dei voucher. Proprio i buoni lavoro, bandiera delle politiche di Matteo Renzi ammainata dal suo successore Paolo Gentiloni per evitare il referendum promosso dalla Cgil.
Ebbene, l'unica mediazione che il ministro del Lavoro e capo del Movimento dice di essere disposto ad accettare - rispetto alle tre pesanti richieste di modifica fatte recapitare dall'alleato - porta al ripristino dei voucher. Almeno per alcune categorie: in agricoltura, turismo, probabilmente lavori domestici e altro ancora. "Il provvedimento è un buon inizio ma il Parlamento lo renderà ancora più efficiente e produttivo", è la stilettata di Salvini dopo aver disertato, non a caso, sia il Consiglio dei ministri di lunedì in cui il testo è stato approvato, sia la conferenza stampa dell'indomani col premier Conte e Di Maio a Palazzo Chigi, preferendo il Palio di Siena. "No a modifiche in Aula che annacquino" le misure, gli ha subito mandato a dire l'altro vicepremier. Il braccio di ferro è appena iniziato.
Il fatto è che la mezza rivolta scoppiata tra i "padroncini" del Nord e le proteste dei grossi imprenditori recapitate in via Bellerio hanno avuto il classico effetto miccia. Tant'è che il tessitore leghista di lungo corso, il vice di Salvini e sottosegretario alla Presidenza Giancarlo Giorgetti, ha già imbastito la trattativa col leader alleato. Col ripristino dei buoni lavoro, sono altre due le retromarce invocate dalla Lega. La prima riguarda la cosiddetta "causale", imposta col decreto alle imprese per giustificare e ottenere l'eventuale proroga di un contratto a termine. La seconda, il prolungamento della durata massima di quegli stessi contratti, con un ritorno dai 24 mesi previsti agli originari 36. Ma Di Maio con Giorgetti è stato assai schietto, raccontano: "Sui voucher siamo pronti a discutere, anche per più categorie, ma il resto per me è inaccettabile, sul precariato non faccio retromarcia, verrebbe meno il senso del provvedimento". Anche perché se il segretario leghista sta facendo della lotta all'immigrazione il suo brand di governo, il capo del Movimento vuole intestarsi in parallelo la guerra al precariato da qui alle Europee. Comunque vada, questa la strategia del vicepremier 5stelle, i pochi ritocchi dovranno essere concordati e blindati in un maxi emendamento del governo prima dell'approdo in commissione. La paura è quella di imboscate in Parlamento. Porre la fiducia già al primo decreto resta un'ipotesi ma che farebbe storcere il muso a tanti nei gruppi del Movimento. Ma su questo Giorgetti non ha opposto resistenze e il premier Conte sarebbe d'accordo.
Se i due alleati di governo hanno già incrociato le spade sul decreto dignità, se dopo 35 giorni non hanno trovato ancora intesa su alcune delicate deleghe da assegnare ai sottosegretari, su un altro terreno invece si sono ritrovati al fianco. Tanto Salvini quanto Di Maio hanno gradito pochissimo la sortita con cui il ministro dell'Economia Giovanni Tria, in audizione alle commissioni Bilancio delle Camere, ha smorzato gli entusiasmi, sia sulle prospettive di crescita sia sul possibile aumento delle spese. È stato letto come uno stop mascherato a Flat tax e reddito di cittadinanza, quanto meno nel breve e medio termine: le misure cardine del contratto lega-stellato. Il ministro dell'Interno è sbottato nella quotidiana telefonata col socio di governo: "Crescita o no, già nella legge di stabilità in autunno noi pretendiamo forme di sgravi fiscali, intanto per le aziende, su questo non ci piove". Il messaggio al ministro di "garanzia" quirinalizia Tria è brutale: attento a non trasformarsi in un bastone tra le ruote di un esecutivo che deve marciare a velocità folle verso gli obiettivi promessi nel patto. Costi quel che costi.
Ebbene, l'unica mediazione che il ministro del Lavoro e capo del Movimento dice di essere disposto ad accettare - rispetto alle tre pesanti richieste di modifica fatte recapitare dall'alleato - porta al ripristino dei voucher. Almeno per alcune categorie: in agricoltura, turismo, probabilmente lavori domestici e altro ancora. "Il provvedimento è un buon inizio ma il Parlamento lo renderà ancora più efficiente e produttivo", è la stilettata di Salvini dopo aver disertato, non a caso, sia il Consiglio dei ministri di lunedì in cui il testo è stato approvato, sia la conferenza stampa dell'indomani col premier Conte e Di Maio a Palazzo Chigi, preferendo il Palio di Siena. "No a modifiche in Aula che annacquino" le misure, gli ha subito mandato a dire l'altro vicepremier. Il braccio di ferro è appena iniziato.
Il fatto è che la mezza rivolta scoppiata tra i "padroncini" del Nord e le proteste dei grossi imprenditori recapitate in via Bellerio hanno avuto il classico effetto miccia. Tant'è che il tessitore leghista di lungo corso, il vice di Salvini e sottosegretario alla Presidenza Giancarlo Giorgetti, ha già imbastito la trattativa col leader alleato. Col ripristino dei buoni lavoro, sono altre due le retromarce invocate dalla Lega. La prima riguarda la cosiddetta "causale", imposta col decreto alle imprese per giustificare e ottenere l'eventuale proroga di un contratto a termine. La seconda, il prolungamento della durata massima di quegli stessi contratti, con un ritorno dai 24 mesi previsti agli originari 36. Ma Di Maio con Giorgetti è stato assai schietto, raccontano: "Sui voucher siamo pronti a discutere, anche per più categorie, ma il resto per me è inaccettabile, sul precariato non faccio retromarcia, verrebbe meno il senso del provvedimento". Anche perché se il segretario leghista sta facendo della lotta all'immigrazione il suo brand di governo, il capo del Movimento vuole intestarsi in parallelo la guerra al precariato da qui alle Europee. Comunque vada, questa la strategia del vicepremier 5stelle, i pochi ritocchi dovranno essere concordati e blindati in un maxi emendamento del governo prima dell'approdo in commissione. La paura è quella di imboscate in Parlamento. Porre la fiducia già al primo decreto resta un'ipotesi ma che farebbe storcere il muso a tanti nei gruppi del Movimento. Ma su questo Giorgetti non ha opposto resistenze e il premier Conte sarebbe d'accordo.
Se i due alleati di governo hanno già incrociato le spade sul decreto dignità, se dopo 35 giorni non hanno trovato ancora intesa su alcune delicate deleghe da assegnare ai sottosegretari, su un altro terreno invece si sono ritrovati al fianco. Tanto Salvini quanto Di Maio hanno gradito pochissimo la sortita con cui il ministro dell'Economia Giovanni Tria, in audizione alle commissioni Bilancio delle Camere, ha smorzato gli entusiasmi, sia sulle prospettive di crescita sia sul possibile aumento delle spese. È stato letto come uno stop mascherato a Flat tax e reddito di cittadinanza, quanto meno nel breve e medio termine: le misure cardine del contratto lega-stellato. Il ministro dell'Interno è sbottato nella quotidiana telefonata col socio di governo: "Crescita o no, già nella legge di stabilità in autunno noi pretendiamo forme di sgravi fiscali, intanto per le aziende, su questo non ci piove". Il messaggio al ministro di "garanzia" quirinalizia Tria è brutale: attento a non trasformarsi in un bastone tra le ruote di un esecutivo che deve marciare a velocità folle verso gli obiettivi promessi nel patto. Costi quel che costi.