Matteo Renzi è un oratore straordinario. Ricorda Cicerone, Berlusconi, Enrico Brignano. Assomma con rara efficacia tutte le sue culture: da Giorgio La Pira a Susanna Messaggio, divincolandosi da temi e suggestioni della vecchia Sinistra con una non-chalance naturale e decisiva. Qualunque suo atto pubblico porta i codici di una rockstar: l’autocritica che diventa rincorsa per distruggere gli avversari, l’intervento senza un prima e un dopo, che non prevede l’ascolto – dunque la legittimazione – di chi sia in disaccordo, la battuta sferzante e il sorriso bonario dosati con ilare ferocia.
Prendiamo l'assemblea Pd. Di fronte a una platea sbandata, che per vestire di rosso aveva dovuto aspettare un lutto, il segretario naturale ha per l’ennesima volta interpretato sia Giulio Cesare che Antonio. Mentre Martina diceva cosa sensate ma lamentose, articolate, mentre Cuperlo lo cercava invano in sala per analizzare una teoria di sconfitte, mentre Zingaretti lo attaccava sperando di cominciare la costruzione della propria identità, Renzi si era già sepolto, riesumato, celebrato.
Ogni frase, un obiettivo. «Per 4 anni il Pd è stato l’argine al populismo in Italia», significava “Poi avete voluto farmi fuori e s’è visto”. «Fuori da qui non c’è la rivoluzione marxista e leninista ma c’erano Salvini e Di Maio», stava per “Chiunque mi critichi è un ferrovecchio bolscevico”. «Dice: ma la tua è un’analisi superficiale. Quanto volete!» vuol dire: “Sticazzi se non siete d’accordo”.
Il tutto sfilettando chiunque: da Pisapia («la sua fantomatica operazione»), a Gentiloni («Ci eravamo innamorati dell’ipotesi di giocare col falso nueve»), dai riders agli imprenditori del Nord-Est. Persino il Messico, irriso perché lì ha vinto la sinistra ma quel Paese non conta una mazza. E, soprattutto, il culturame: «Sparano al Pd e cosa fanno gli intellettuali, i radical chic? Gli editoriali per chiedere ‘dov’è la sinistra a Macerata?’. Era in quella pallottola, e non negli editoriali che dicevano dov’è la sinistra, caro Ezio Mauro!»
Poco prima, aveva giustamente accusato i pentastellati di aver ridotto la politica italiana in rissa, salvo gambizzare in battuta Roberto Fico («Possono regolarizzare i contributi delle colf. Ma sempre una componente della Lega sono»). Aveva criticato i linciaggi web della Casaleggio Associati, additando subito dopo un cronista da un palco. In una sorta di versione dorotea del Giornalista del Giorno di grillista memoria.
Il tutto, contornato da ottime battute: «Ragazzi, non ho ancora detto niente. E forse è il motivo dell’applauso». «Dico una cosa che ci farà perdere voti. Dice: ancora?». «Hanno preso un premier che nessuno conosce, a volte nemmeno loro, quasi una nomination da casa del Grande Fratello anzi, come direbbe Conte, da casa del Grande Congiunto…».
Boutade invidiabili, ma meno efficaci di un tempo perché provenienti da un bunker. Quello di chi invita gli avversari interni a smetterla di trattare i vicini come nemici, ma poi chiude esagitando: «State segando l’albero sul quale siete seduti! Continuate pure! Ci rivedremo al congresso, riperderete il congresso e il giorno dopo riprenderete ad attaccare chi ha vinto!» con un tono che ricorda Silvio quando scandiva: “Siete sempre, e solo, i soliti comunisti!”.
Insomma, un discorso fantastico. Al momento utile a rinsaldare e scaldare il suo 18 per cento. Sperando per il Pd che il linguaggio epico a un certo punto non diventi Lirico.
Prendiamo l'assemblea Pd. Di fronte a una platea sbandata, che per vestire di rosso aveva dovuto aspettare un lutto, il segretario naturale ha per l’ennesima volta interpretato sia Giulio Cesare che Antonio. Mentre Martina diceva cosa sensate ma lamentose, articolate, mentre Cuperlo lo cercava invano in sala per analizzare una teoria di sconfitte, mentre Zingaretti lo attaccava sperando di cominciare la costruzione della propria identità, Renzi si era già sepolto, riesumato, celebrato.
Ogni frase, un obiettivo. «Per 4 anni il Pd è stato l’argine al populismo in Italia», significava “Poi avete voluto farmi fuori e s’è visto”. «Fuori da qui non c’è la rivoluzione marxista e leninista ma c’erano Salvini e Di Maio», stava per “Chiunque mi critichi è un ferrovecchio bolscevico”. «Dice: ma la tua è un’analisi superficiale. Quanto volete!» vuol dire: “Sticazzi se non siete d’accordo”.
Il tutto sfilettando chiunque: da Pisapia («la sua fantomatica operazione»), a Gentiloni («Ci eravamo innamorati dell’ipotesi di giocare col falso nueve»), dai riders agli imprenditori del Nord-Est. Persino il Messico, irriso perché lì ha vinto la sinistra ma quel Paese non conta una mazza. E, soprattutto, il culturame: «Sparano al Pd e cosa fanno gli intellettuali, i radical chic? Gli editoriali per chiedere ‘dov’è la sinistra a Macerata?’. Era in quella pallottola, e non negli editoriali che dicevano dov’è la sinistra, caro Ezio Mauro!»
Poco prima, aveva giustamente accusato i pentastellati di aver ridotto la politica italiana in rissa, salvo gambizzare in battuta Roberto Fico («Possono regolarizzare i contributi delle colf. Ma sempre una componente della Lega sono»). Aveva criticato i linciaggi web della Casaleggio Associati, additando subito dopo un cronista da un palco. In una sorta di versione dorotea del Giornalista del Giorno di grillista memoria.
Il tutto, contornato da ottime battute: «Ragazzi, non ho ancora detto niente. E forse è il motivo dell’applauso». «Dico una cosa che ci farà perdere voti. Dice: ancora?». «Hanno preso un premier che nessuno conosce, a volte nemmeno loro, quasi una nomination da casa del Grande Fratello anzi, come direbbe Conte, da casa del Grande Congiunto…».
Boutade invidiabili, ma meno efficaci di un tempo perché provenienti da un bunker. Quello di chi invita gli avversari interni a smetterla di trattare i vicini come nemici, ma poi chiude esagitando: «State segando l’albero sul quale siete seduti! Continuate pure! Ci rivedremo al congresso, riperderete il congresso e il giorno dopo riprenderete ad attaccare chi ha vinto!» con un tono che ricorda Silvio quando scandiva: “Siete sempre, e solo, i soliti comunisti!”.
Insomma, un discorso fantastico. Al momento utile a rinsaldare e scaldare il suo 18 per cento. Sperando per il Pd che il linguaggio epico a un certo punto non diventi Lirico.