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Davide Casaleggio (ansa)

“Parlamento inutile”. Se Casaleggio insegue Craxi e Berlusconi

Nuovo attacco al Palazzo sul quale si regge la democrazia italiana, ma in passato tutti gli aggressori sono stati respinti
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Anche se nessuno prima di lui si era spinto al punto da auspicarne "il superamento" - ovvero la sparizione - il giovane Casaleggio non è il primo a sostenere l'inutilità del Parlamento. Lo hanno preceduto quelli che erano partiti in tromba, con un lungo elenco di riforme in tasca, e dopo la seconda curva sono dovuti scendere dalla spider turbo e cercare disperatamente un veicolo anfibio per uscire da quel labirinto pieno di trappole sul quale si regge, nonostante tutto, la democrazia italiana.

Nella Prima Repubblica, la concezione ecumenica che i democristiani avevano del Parlamento li rendeva anche consapevoli che quello era un campo minato, dove il governo doveva accontentare tutti gli alleati (e tutte le correnti dello Scudo Crociato) per non saltare in aria. Piero Calamandrei, il grande giurista fiorentino che era stato uno dei padri costituenti, fu il primo a svelare il trucco, deluso: "Ormai le deliberazioni del Parlamento non sono che la riprod…
Anche se nessuno prima di lui si era spinto al punto da auspicarne "il superamento" - ovvero la sparizione - il giovane Casaleggio non è il primo a sostenere l'inutilità del Parlamento. Lo hanno preceduto quelli che erano partiti in tromba, con un lungo elenco di riforme in tasca, e dopo la seconda curva sono dovuti scendere dalla spider turbo e cercare disperatamente un veicolo anfibio per uscire da quel labirinto pieno di trappole sul quale si regge, nonostante tutto, la democrazia italiana.

Nella Prima Repubblica, la concezione ecumenica che i democristiani avevano del Parlamento li rendeva anche consapevoli che quello era un campo minato, dove il governo doveva accontentare tutti gli alleati (e tutte le correnti dello Scudo Crociato) per non saltare in aria. Piero Calamandrei, il grande giurista fiorentino che era stato uno dei padri costituenti, fu il primo a svelare il trucco, deluso: "Ormai le deliberazioni del Parlamento non sono che la riproduzione, già scontata in anticipo, di deliberazioni già prese dalle direzioni dei partiti".

L'unico modo che i parlamentari avevano per farsi valere, quando non condividevano i patti ufficiali, erano le imboscate dei franchi tiratori, dove il voto segreto garantiva la segretezza della ribellione. Il caso più clamoroso fu quello del secondo governo di Francesco Cossiga, che il 27 settembre 1980 chiese la fiducia sul "decretone", e la ottenne con 329 sì contro 264 no. Ma un'ora dopo, nel voto finale a scrutinio segreto, venne battuto per un voto, 297 contro 298. E fu costretto a dimettersi.

I democristiani sapevano che prima di portare una riforma in aula bisognava disinnescare le mine, e quindi si muovevano con la lentezza di un artificiere. Poi arrivò Bettino Craxi che, una volta messo piede a Palazzo Chigi, non accettò più questa regola di sopravvivenza. E dal palco del congresso socialista di Verona (1984) accusò il Parlamento di aver legiferato in quell'anno solo sui molluschi eduli lamellibranchi, l'eviscerazione del pollame, il prosciutto di San Daniele, le ricevitorie del lotto e le scuole di chitarra ("Tutto qui"), mentre non era stato approvato nessuno dei 300 disegni di legge presentati dal governo. Quella battaglia il leader socialista la perse, riuscendo a ottenere solo un parziale disarmo dei franchi tiratori ma non una riforma radicale dei regolamenti parlamentari.

Una strada diversa la tentarono prima Romano Prodi, che da ex democristiano conosceva fin troppo bene l'importanza della prudenza, e poi Silvio Berlusconi, che doveva fare i conti con lo spappolamento del centro-destra: assistemmo così a quegli affollatissimi "vertici di maggioranza" che vedevano attorno allo stesso tavolo dai 20 ai 30 protagonisti, tra segretari e capigruppo di ogni partito o partitino di una coalizione nella quale si nebulizzava il bipolarismo del maggioritario annacquato.

Nessuno dei due la spuntò. Prodi venne sfiduciato due volte, la prima alla Camera per un solo voto, 312 contro 313 ("Basta con questi dilettanti, non si può venire in Parlamento quando si sa di non avere i numeri" fu il perfido commento di Massimo D'Alema), la seconda al Senato per cinque, 156 contro 161 (grazie anche ad alcuni non gratuiti tradimenti).

Perse pure Berlusconi, che per aggirare le sabbie mobili di Montecitorio aveva tentato di far passare l'idea del "voto ponderato": ogni legge sarebbe stata votata dai soli capigruppo, ciascuno dei quali sarebbe stato conteggiato per il numero dei suoi parlamentari. "Dopo 70-80 votazioni una persona che non è tuttologa può anche deprimersi", disse l'ex Cavaliere, motivando l'esautorazione dei peones, ma la proposta venne gelidamente ignorata persino dai suoi alleati.

Anche se sconfitto, Berlusconi era comunque riuscito a spostare il baricentro del potere dal Palazzo con la maiuscola a un palazzo con la minuscola, palazzo Grazioli. E a poco a poco aveva sostituito i vertici di Palazzo Chigi con i pranzi di lavoro (essendo le cene già impegnate). Matteo Renzi è andato oltre, rifiutando categoricamente ogni richiesta di vertici, verifiche e tavolate varie. Eppure è riuscito nell'impresa di far approvare al Parlamento un lungo elenco di riforme - dal Jobs Act alle Unioni civili passando per l'Italicum e la Buona scuola - stipulando il Patto del Nazareno e intavolando ogni volta una trattativa a due con il "junior partner" Angelino Alfano. Però anche lui, dopo la rottura dell'accordo con Berlusconi, è dovuto andare in cerca dei voti periferici ma determinanti dei verdiniani, accettando alla fine di pagare in Parlamento il prezzo del compromesso.

La trattativa-fiume, il "governo del cambiamento" l'ha fatta prima di nascere, ma poiché il "contratto" non è valido come alleanza, le riunioni sono sconsigliate. Salvini annuncia le decisioni via Twitter e Di Maio comunica la sua linea su Facebook. Toninelli, che è più socievole, telefona. E intanto il Parlamento aspetta: fino a oggi, zero leggi.