Diciotti, l'ultimo slittamento del codice grillino
Goffredo De Marchis , di GOFFREDO DE MARCHISSilvio Berlusconi e Luigi Di Maio hanno pronunciato la medesima sentenza su Matteo Salvini indagato. Ora i due estremi si toccano
Il vero "delitto perfetto" si è consumato ieri quando il leader più indagato (e condannato) d'Italia e il vicepremier più giustizialista hanno pronunciato la medesima sentenza, in barba alle inchieste: "L'indagato Matteo Salvini deve continuare il suo lavoro al Viminale". Improvvisamente si sono sovrapposte le immagini di Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio a difesa del ministro dell'Interno. E se il giudizio del Cavaliere era scontato, lo è molto meno quello del capo politico di un Movimento nato e cresciuto nel mito delle dimissioni al primo fruscìo di una carta della Procura.
Si chiude così il cerchio dei molti slittamenti nel codice di disciplina grillino sui rapporti tra politici e inchieste che li riguardano. Slittamento coinciso con la rapida e inarrestabile conquista del potere, nei comuni e al governo nazionale. Prima appestati per un'iscrizione nel registro degli indagati, poi reprobi solo in caso d…
Si chiude così il cerchio dei molti slittamenti nel codice di disciplina grillino sui rapporti tra politici e inchieste che li riguardano. Slittamento coinciso con la rapida e inarrestabile conquista del potere, nei comuni e al governo nazionale. Prima appestati per un'iscrizione nel registro degli indagati, poi reprobi solo in caso d…
Il vero "delitto perfetto" si è consumato ieri quando il leader più indagato (e condannato) d'Italia e il vicepremier più giustizialista hanno pronunciato la medesima sentenza, in barba alle inchieste: "L'indagato Matteo Salvini deve continuare il suo lavoro al Viminale". Improvvisamente si sono sovrapposte le immagini di Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio a difesa del ministro dell'Interno. E se il giudizio del Cavaliere era scontato, lo è molto meno quello del capo politico di un Movimento nato e cresciuto nel mito delle dimissioni al primo fruscìo di una carta della Procura.
Si chiude così il cerchio dei molti slittamenti nel codice di disciplina grillino sui rapporti tra politici e inchieste che li riguardano. Slittamento coinciso con la rapida e inarrestabile conquista del potere, nei comuni e al governo nazionale. Prima appestati per un'iscrizione nel registro degli indagati, poi reprobi solo in caso di reato grave (e il sequestro di persona contestato a Salvini ha l'aria di esserlo), infine silurati in caso di rinvio a giudizio. Ma il codice etico dei 5stelle ha superato anche questo passaggio. Per salvare il salvabile. Ovvero Virginia Raggi, ex fiore all'occhiello della propaganda grillina, la vittoria più grande del Movimento prima del 4 marzo.
Ora i due estremi si toccano. Il "mafioso" Berlusconi (parole di Di Battista) e Di Maio si ritrovano a condividere una battaglia. Con una differenza non piccola, certamente, che il ministro del Lavoro ha sottolineato grazie a un colpo di reni nel suo video di vicinanza a Salvini: difendere l'indagato senza attaccare la magistratura. Altrimenti la somiglianza diventa fotocopia. Berlusconi invece non rinuncia alla battaglia che lo portò a definire i giudici dei "malati mentali": "Ancora una volta l'autorità giudiziaria è intervenuta su una vicenda politica su cui non dovrebbe minimamente interferire", ha scritto in una nota. Di Maio no. Dice, salvandosi in corner, che non bisogna accendere guerre, che i pm vanno rispettati. Ci mancherebbe.
Fuori dal governo, però, c'è il popolo dei 5stelle che in questi anni si è nutrito di rabbia, protesta, forca, denuncia, richieste di dimissioni alla prima contravvenzione e onestà, purezza, pulizia. Quando Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, usa la formula "i nostri" non si riferisce ai parlamentari grillini, ai vertici del partito, ai dirigenti più in vista. I nostri chi, gli chiedono.
Lui risponde: i social, i commenti in rete, Twitter, Facebook, quella "bestia" che evidentemente Di Maio e Casalino conoscono bene, a lungo nutrita dai vaffa e che può spostarsi in un attimo dal consenso ai virtuali forconi. Basta un click. O un avviso di garanzia. O una presa di posizione simile a Berlusconi. Ma coi clic e con le dimissioni non si governa, si resta fermi in un tempo immutabile.
Si chiude così il cerchio dei molti slittamenti nel codice di disciplina grillino sui rapporti tra politici e inchieste che li riguardano. Slittamento coinciso con la rapida e inarrestabile conquista del potere, nei comuni e al governo nazionale. Prima appestati per un'iscrizione nel registro degli indagati, poi reprobi solo in caso di reato grave (e il sequestro di persona contestato a Salvini ha l'aria di esserlo), infine silurati in caso di rinvio a giudizio. Ma il codice etico dei 5stelle ha superato anche questo passaggio. Per salvare il salvabile. Ovvero Virginia Raggi, ex fiore all'occhiello della propaganda grillina, la vittoria più grande del Movimento prima del 4 marzo.
Ora i due estremi si toccano. Il "mafioso" Berlusconi (parole di Di Battista) e Di Maio si ritrovano a condividere una battaglia. Con una differenza non piccola, certamente, che il ministro del Lavoro ha sottolineato grazie a un colpo di reni nel suo video di vicinanza a Salvini: difendere l'indagato senza attaccare la magistratura. Altrimenti la somiglianza diventa fotocopia. Berlusconi invece non rinuncia alla battaglia che lo portò a definire i giudici dei "malati mentali": "Ancora una volta l'autorità giudiziaria è intervenuta su una vicenda politica su cui non dovrebbe minimamente interferire", ha scritto in una nota. Di Maio no. Dice, salvandosi in corner, che non bisogna accendere guerre, che i pm vanno rispettati. Ci mancherebbe.
Fuori dal governo, però, c'è il popolo dei 5stelle che in questi anni si è nutrito di rabbia, protesta, forca, denuncia, richieste di dimissioni alla prima contravvenzione e onestà, purezza, pulizia. Quando Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, usa la formula "i nostri" non si riferisce ai parlamentari grillini, ai vertici del partito, ai dirigenti più in vista. I nostri chi, gli chiedono.
Lui risponde: i social, i commenti in rete, Twitter, Facebook, quella "bestia" che evidentemente Di Maio e Casalino conoscono bene, a lungo nutrita dai vaffa e che può spostarsi in un attimo dal consenso ai virtuali forconi. Basta un click. O un avviso di garanzia. O una presa di posizione simile a Berlusconi. Ma coi clic e con le dimissioni non si governa, si resta fermi in un tempo immutabile.