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Diciotti, l'ultimo slittamento del codice grillino

Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio hanno pronunciato la medesima sentenza su Matteo Salvini indagato. Ora i due estremi si toccano
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Il vero "delitto perfetto" si è consumato ieri quando il leader più indagato (e condannato) d'Italia e il vicepremier più giustizialista hanno pronunciato la medesima sentenza, in barba alle inchieste: "L'indagato Matteo Salvini deve continuare il suo lavoro al Viminale". Improvvisamente si sono sovrapposte le immagini di Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio a difesa del ministro dell'Interno. E se il giudizio del Cavaliere era scontato, lo è molto meno quello del capo politico di un Movimento nato e cresciuto nel mito delle dimissioni al primo fruscìo di una carta della Procura.

Si chiude così il cerchio dei molti slittamenti nel codice di disciplina grillino sui rapporti tra politici e inchieste che li riguardano. Slittamento coinciso con la rapida e inarrestabile conquista del potere, nei comuni e al governo nazionale. Prima appestati per un'iscrizione nel registro degli indagati, poi reprobi solo in caso d…
Il vero "delitto perfetto" si è consumato ieri quando il leader più indagato (e condannato) d'Italia e il vicepremier più giustizialista hanno pronunciato la medesima sentenza, in barba alle inchieste: "L'indagato Matteo Salvini deve continuare il suo lavoro al Viminale". Improvvisamente si sono sovrapposte le immagini di Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio a difesa del ministro dell'Interno. E se il giudizio del Cavaliere era scontato, lo è molto meno quello del capo politico di un Movimento nato e cresciuto nel mito delle dimissioni al primo fruscìo di una carta della Procura.

Si chiude così il cerchio dei molti slittamenti nel codice di disciplina grillino sui rapporti tra politici e inchieste che li riguardano. Slittamento coinciso con la rapida e inarrestabile conquista del potere, nei comuni e al governo nazionale. Prima appestati per un'iscrizione nel registro degli indagati, poi reprobi solo in caso di reato grave (e il sequestro di persona contestato a Salvini ha l'aria di esserlo), infine silurati in caso di rinvio a giudizio. Ma il codice etico dei 5stelle ha superato anche questo passaggio. Per salvare il salvabile. Ovvero Virginia Raggi, ex fiore all'occhiello della propaganda grillina, la vittoria più grande del Movimento prima del 4 marzo.

Ora i due estremi si toccano. Il "mafioso" Berlusconi (parole di Di Battista) e Di Maio si ritrovano a condividere una battaglia. Con una differenza non piccola, certamente, che il ministro del Lavoro ha sottolineato grazie a un colpo di reni nel suo video di vicinanza a Salvini: difendere l'indagato senza attaccare la magistratura. Altrimenti la somiglianza diventa fotocopia. Berlusconi invece non rinuncia alla battaglia che lo portò a definire i giudici dei "malati mentali": "Ancora una volta l'autorità giudiziaria è intervenuta su una vicenda politica su cui non dovrebbe minimamente interferire", ha scritto in una nota. Di Maio no. Dice, salvandosi in corner, che non bisogna accendere guerre, che i pm vanno rispettati. Ci mancherebbe.

Fuori dal governo, però, c'è il popolo dei 5stelle che in questi anni si è nutrito di rabbia, protesta, forca, denuncia, richieste di dimissioni alla prima contravvenzione e onestà, purezza, pulizia. Quando Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, usa la formula "i nostri" non si riferisce ai parlamentari grillini, ai vertici del partito, ai dirigenti più in vista. I nostri chi, gli chiedono.

Lui risponde: i social, i commenti in rete, Twitter, Facebook, quella "bestia" che evidentemente Di Maio e Casalino conoscono bene, a lungo nutrita dai vaffa e che può spostarsi in un attimo dal consenso ai virtuali forconi. Basta un click. O un avviso di garanzia. O una presa di posizione simile a Berlusconi. Ma coi clic e con le dimissioni non si governa, si resta fermi in un tempo immutabile.