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Manovra, è caos sul tetto del 3%. Fiammata dello spread oltre 290

Salvini assicura: "L'Italia rispetterà le regole". Savona prende tempo. Governo a caccia di 24 miliardi
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L'"avvertimento" di Fitch e l'appello alla prudenza del ministro dell'Economia Tria dalla Cina non placano il clima di rissa sui conti pubblici. A poco più di tre settimane dalla presentazione del nuovo programma economico del governo che sarà contenuto nella cosiddetta "nota" di aggiornamento al Documento di economia e finanza si brancola ancora nel buio: probabilmente si dovrà viaggiare a denti stretti almeno fino al 27 settembre data prevista dalla legge per il varo della "nota" che il Tesoro vuole rispettare, nonostante gli inviti ad anticipare il quadro programmatico del 2019, anche perché è necessario attendere il 21 di questo mese quando l'Istat metterà a disposizione i dati più freschi del 2018.

Così ieri i mercati, al primo test successivo alla pagella di Ficht di venerdì scorso, hanno reagito con nervosismo: lo spread è salito altre quota 290 superando il live…
L'"avvertimento" di Fitch e l'appello alla prudenza del ministro dell'Economia Tria dalla Cina non placano il clima di rissa sui conti pubblici. A poco più di tre settimane dalla presentazione del nuovo programma economico del governo che sarà contenuto nella cosiddetta "nota" di aggiornamento al Documento di economia e finanza si brancola ancora nel buio: probabilmente si dovrà viaggiare a denti stretti almeno fino al 27 settembre data prevista dalla legge per il varo della "nota" che il Tesoro vuole rispettare, nonostante gli inviti ad anticipare il quadro programmatico del 2019, anche perché è necessario attendere il 21 di questo mese quando l'Istat metterà a disposizione i dati più freschi del 2018.

Così ieri i mercati, al primo test successivo alla pagella di Ficht di venerdì scorso, hanno reagito con nervosismo: lo spread è salito altre quota 290 superando il livello di fine settimana e solo in chiusura è ridisceso a 282 forse per una delle tante affermazioni del vicepremier Salvini che ha detto che l'Italia "rispetterà le regole".

Parole sufficienti per arrestare di qualche punto base il fatidico spread ma non certo per recuperare gli oltre 150 punti di differenziale con il Bund tedesco che già quest'anno ci costano circa un miliardo in termini di spesa per interessi sul debito pubblico. Tanto più che il balletto intorno al 3 per cento continua: lo stesso Salvini non ha evitato ieri di gettare ulteriore benzina sul fuoco rilanciando l'idea di "sfiorare il 3 per cento". Parole che si sommano a quelle poco rassicuranti di Di Maio, che a ridosso del giudizio di Fitch, ha sostanzialmente detto che non pugnalerà gli italiani per star dietro ad una agenzia di rating. Non contribuisce a fare chiarezza il ministro per gli Affari europei, Paolo Savona, che all'uscita di un breve consiglio dei ministri, ha consegnato ai giornalisti l'ennesima frase sibillina: "Lo sforamento del 3 per cento? Aspettate un paio di giorni...". Non aiuta ad abbassare la polvere il viceministro dell'Economia Massimo Garavaglia che, interrogato sullo sforamento del 3 per cento, si è limitato ad assicurare che "non si arriverà a tanto".

La verità è che, come hanno sottolineato molti osservatori, il dibattito è "viziato": si parla del 3 per cento del rapporto deficit-Pil, fissato negli Anni Novanta dal Trattato di Maastricht ma superato dal Fiscal compact e dalle regole europee del biennio 2011-2012 e introdotte nella nostra Costituzione: in realtà oggi si deve raggiungere il pareggio di bilancio strutturale cioè al netto della congiuntura avversa (al netto cioè di ammortizzatori sociali o tassi d'interesse). In base queste regole la Commissione, negli atti ufficiali, ci ha già detto che mancano all'appello uno 0,3 per cento di Pil (circa 5 miliardi) per quest'anno e uno 0,6 (circa 10 miliardi per il prossimo) per rispettare il percorso di avvicinamento al pareggio di bilancio che ci è richiesto. Ma anche se si volesse far riferimento al disavanzo nominale (il 3 per cento di Maastricht) bisognerebbe considerare che il Def lasciato in eredità nell'aprile scorso da Gentiloni-Padoan indica un obiettivo di deficit-Pil dello 0,8 per cento raggiungibile peraltro solo mettendo in campo l'aumento dell'Iva.

Regole che per il momento sembrano dimenticate e che, forse, potranno essere scavalcate dal nuovo vento populista che gira per l'Europa. Tuttavia va ricordato che i mercati guarderanno la riduzione del debito italiano (operazione peraltro appena compiuta nel 2018 da Spagna e Portogallo) e che molti osservatori calcolano che il limite massimo per il nostro deficit-Pil nel 2019 è teoricamente fissato al 2 per cento, soglia che in presenza di una crescita del Pil, inflazione compresa, del 2,5 per cento, consente di far diminuire seppur di poco il debito. Anche per questo dal previsto vertice di maggioranza di domani i gialloverdi, dovranno cercare coperture che, Iva compresa, nella migliore delle ipotesi, dovranno raggiungere i 24 miliardi.