A cento giorni dalla nascita del governo, alzi la mano chi vorrebbe trovarsi nei panni del presidente del Consiglio e avvocato del popolo Giuseppe Conte, che parla, parla, parla, ma le parole sue sono appunto parole, mentre la faccia non mente e sotto il ciuffo volante e piacione sempre più spesso dice: "Chi me l'ha fatto fare?".
E c'è perfino da capirlo, perché il potere è tutto fuorché un gioco o uno sfizio; e se non bastassero i guai del momento e quelli finanziari dell'immediato futuro, basta un minimo di memoria per riconoscere che l'8 settembre non è la data più propizia. Ma pazienza, quella non gli manca. Il punto è per quanto ancora.
Quando agli albori si trattò di presentare Conte all'opinione pubblica, Giggino Di Maio, cui non difetta l'enfasi, disse: "Uno tosto". Salvini fu decisamente più sfumato. Al giornalista tedesco che lo inseguiva chiedendogli se fosse …
E c'è perfino da capirlo, perché il potere è tutto fuorché un gioco o uno sfizio; e se non bastassero i guai del momento e quelli finanziari dell'immediato futuro, basta un minimo di memoria per riconoscere che l'8 settembre non è la data più propizia. Ma pazienza, quella non gli manca. Il punto è per quanto ancora.
Quando agli albori si trattò di presentare Conte all'opinione pubblica, Giggino Di Maio, cui non difetta l'enfasi, disse: "Uno tosto". Salvini fu decisamente più sfumato. Al giornalista tedesco che lo inseguiva chiedendogli se fosse …
A cento giorni dalla nascita del governo, alzi la mano chi vorrebbe trovarsi nei panni del presidente del Consiglio e avvocato del popolo Giuseppe Conte, che parla, parla, parla, ma le parole sue sono appunto parole, mentre la faccia non mente e sotto il ciuffo volante e piacione sempre più spesso dice: "Chi me l'ha fatto fare?".
E c'è perfino da capirlo, perché il potere è tutto fuorché un gioco o uno sfizio; e se non bastassero i guai del momento e quelli finanziari dell'immediato futuro, basta un minimo di memoria per riconoscere che l'8 settembre non è la data più propizia. Ma pazienza, quella non gli manca. Il punto è per quanto ancora.
Quando agli albori si trattò di presentare Conte all'opinione pubblica, Giggino Di Maio, cui non difetta l'enfasi, disse: "Uno tosto". Salvini fu decisamente più sfumato. Al giornalista tedesco che lo inseguiva chiedendogli se fosse un professore o un politico, rispose: "Tutti sono politici - e qui si fermò perplesso, per poi concludere in corner con un sorriso: - anche voi". Sia pure ragionevolmente malignetta, l'impressione è che né l'uno né l'altro dei futuri vicepresidenti sapesse bene chi fosse quel signore incognito, ma sufficientemente ambizioso da farsi installare come mai era accaduto in 70 anni ai vertici del comando. Meglio dovettero conoscerlo durante un pranzo a tre in un ristorante dalle parti di Forte Bravetta, "Er Barone", da non molto salito agli onori televisivi di "Cucine da incubo" e raddrizzato da Cannavacciuolo. A tavola Conte fu convincente. Ma dopo un paio di giorni, da sconosciuto che era ("un certo Conte", "il meno famoso omonimo del compositore" e così via), fu investito dal suo stesso curriculum universitario che ne faceva un fin troppo attivo vulcano di studi, soggiorni e accademiche virtù. A quel punto la crisi sembrò poter fare a meno di lui. Il presidente Mattarella, con lo sguardo rivolto allo spread, chiese più o meno ai dioscuri del cambiamento: siete sicuri che se si incattiviscono i mercati sia questa che proponete la figura giusta?
Si perdoni il bisticcio, ma alla cerimonia del giuramento fece in effetti la sua figura, cosa che giustamente gli sta parecchio a cuore. Solo il perfido Freccero notò tracce di tintura fra i capelli. Elegante e a suo agio, al momento della firma disdegnò la penna quirinalizia per tirare fuori dalla tasca interna della giacca, con gesto ampiamente sperimentato, la sua Montblanc. La cerimonia del passaggio delle consegne fu lunare, ma non per colpa sua visto che non si trovava più il campanello, forse preda di guerra e comunque sostituito in extremis da un simbolico campanellino da far tintinnare con due dita, più da fiaba che da Consiglio dei ministri.
Anche in Parlamento l'atteggiamento di Conte fu appropriato, salvo un maledetto incidente da microfono per cui a un dato momento fu pizzicato mentre chiedeva a Di Maio, accanto a lui: "Posso" dire una certa cosa?. E quell'altro, con la manina sulla bocca: no. Sono questi indizi e queste visioni, al giorno d'oggi, che costruiscono il senso della politica. E così, da premier ignoto, in men che non si dica divenne il premier altrui, il presidenticchio, il capo del governo per procura, il vicepresidente dei vicepresidenti, il terzo ministro, che possono sembrare amene boutades e definizioni cattivelle, ma nel suo caso riflettono la realtà della politica, che vive pur sempre di rapporti di forza - e in questo Conte partiva assai peggio che svantaggiato, una via di mezzo fra il prestanome, il tappabuchi e la foglia di fico.
Non è detto che, col pretesto di mediare, il personaggio non abbia vagheggiato l'ideuzza di darsi un profilo più moderato, cautamente in linea con quello dei ministri Moavero e Tria. Ma fra la Rai, l'economia, l'Europa e i migranti, tutto lascia pensare che abbia compreso quanto prima che non era il caso. Come se non bastasse, appena possibile gli hanno piazzato attorno un cerchio magico di consiglieri a lui del tutto estranei, ma non certo a Di Maio e forse nemmeno a Salvini. A cominciare da Rocco Casalino, che a sua volta ha scelto e reclutato una trentina di comunicatori (un milione 500 mila euri di spesa, anche per l'ex spin doctor di Francesca Pascale) e che di Conte può legittimamente considerarsi l'alter ego mediatico, l'impresario, il regista, il direttore di scena, quello della fotografia, il social media manager e il dress code consultant (camicia bianca fra le macerie di Amatrice, maglietta della Protezione civile nella prima visita a Genova).
In tale contesto è risuonato a suo modo significativo un timido accenno alla "prigione di Palazzo Chigi", così come meno gioiosa di quello che forse doveva figurare è apparsa l'immagine della piccola cerimonia di compleanno del premier, lievemente perplesso e subissato da un nugolo di entusiasti giovanotti e ragazze, sul lucido tavolo un tortino alla frutta, numero due bottiglie di spumante e alcuni palloncini.
Tre mesi sono pochi per un bilancio operativo, ma bastano a delineare uno stile pubblico. In questo, con l'ariaccia che tira, la cortesia del premier è senz'altro il tratto più apprezzabile, notato anche dal filosofo Aldo Masullo, insieme al linguaggio semplice e rispettoso. Ma anche qui il rischio è di uno scivolamento nella pura esteriorità ornamentale, a volte pure con bizzarri effetti cognitivi e scenografici, un modesto video deja-vu, una conferenza stampa su un tronetto bianco su un tappeto persiano tipo reggia del Marocco. Fra baciamani, pochette, gemelli e moltiplicazione di bandiere e ulteriori orpelli il superfluo batte a due mani sul portone del palazzo del governo.
Nel frattempo i due giovanotti si giocano la partita della loro vita esercitando, nei riguardi del premier, l'ordinaria e ormai abituale prevaricazione: botti, avanzate alla baionetta, ritirate strategiche, incroci, grovigli, scavalcamenti e così via. Adesso viene fuori, almeno, che il professore pensa al futuro, il suo. Il destino di un paese è faccenda molto più complicata.
E c'è perfino da capirlo, perché il potere è tutto fuorché un gioco o uno sfizio; e se non bastassero i guai del momento e quelli finanziari dell'immediato futuro, basta un minimo di memoria per riconoscere che l'8 settembre non è la data più propizia. Ma pazienza, quella non gli manca. Il punto è per quanto ancora.
Quando agli albori si trattò di presentare Conte all'opinione pubblica, Giggino Di Maio, cui non difetta l'enfasi, disse: "Uno tosto". Salvini fu decisamente più sfumato. Al giornalista tedesco che lo inseguiva chiedendogli se fosse un professore o un politico, rispose: "Tutti sono politici - e qui si fermò perplesso, per poi concludere in corner con un sorriso: - anche voi". Sia pure ragionevolmente malignetta, l'impressione è che né l'uno né l'altro dei futuri vicepresidenti sapesse bene chi fosse quel signore incognito, ma sufficientemente ambizioso da farsi installare come mai era accaduto in 70 anni ai vertici del comando. Meglio dovettero conoscerlo durante un pranzo a tre in un ristorante dalle parti di Forte Bravetta, "Er Barone", da non molto salito agli onori televisivi di "Cucine da incubo" e raddrizzato da Cannavacciuolo. A tavola Conte fu convincente. Ma dopo un paio di giorni, da sconosciuto che era ("un certo Conte", "il meno famoso omonimo del compositore" e così via), fu investito dal suo stesso curriculum universitario che ne faceva un fin troppo attivo vulcano di studi, soggiorni e accademiche virtù. A quel punto la crisi sembrò poter fare a meno di lui. Il presidente Mattarella, con lo sguardo rivolto allo spread, chiese più o meno ai dioscuri del cambiamento: siete sicuri che se si incattiviscono i mercati sia questa che proponete la figura giusta?
Si perdoni il bisticcio, ma alla cerimonia del giuramento fece in effetti la sua figura, cosa che giustamente gli sta parecchio a cuore. Solo il perfido Freccero notò tracce di tintura fra i capelli. Elegante e a suo agio, al momento della firma disdegnò la penna quirinalizia per tirare fuori dalla tasca interna della giacca, con gesto ampiamente sperimentato, la sua Montblanc. La cerimonia del passaggio delle consegne fu lunare, ma non per colpa sua visto che non si trovava più il campanello, forse preda di guerra e comunque sostituito in extremis da un simbolico campanellino da far tintinnare con due dita, più da fiaba che da Consiglio dei ministri.
Anche in Parlamento l'atteggiamento di Conte fu appropriato, salvo un maledetto incidente da microfono per cui a un dato momento fu pizzicato mentre chiedeva a Di Maio, accanto a lui: "Posso" dire una certa cosa?. E quell'altro, con la manina sulla bocca: no. Sono questi indizi e queste visioni, al giorno d'oggi, che costruiscono il senso della politica. E così, da premier ignoto, in men che non si dica divenne il premier altrui, il presidenticchio, il capo del governo per procura, il vicepresidente dei vicepresidenti, il terzo ministro, che possono sembrare amene boutades e definizioni cattivelle, ma nel suo caso riflettono la realtà della politica, che vive pur sempre di rapporti di forza - e in questo Conte partiva assai peggio che svantaggiato, una via di mezzo fra il prestanome, il tappabuchi e la foglia di fico.
Non è detto che, col pretesto di mediare, il personaggio non abbia vagheggiato l'ideuzza di darsi un profilo più moderato, cautamente in linea con quello dei ministri Moavero e Tria. Ma fra la Rai, l'economia, l'Europa e i migranti, tutto lascia pensare che abbia compreso quanto prima che non era il caso. Come se non bastasse, appena possibile gli hanno piazzato attorno un cerchio magico di consiglieri a lui del tutto estranei, ma non certo a Di Maio e forse nemmeno a Salvini. A cominciare da Rocco Casalino, che a sua volta ha scelto e reclutato una trentina di comunicatori (un milione 500 mila euri di spesa, anche per l'ex spin doctor di Francesca Pascale) e che di Conte può legittimamente considerarsi l'alter ego mediatico, l'impresario, il regista, il direttore di scena, quello della fotografia, il social media manager e il dress code consultant (camicia bianca fra le macerie di Amatrice, maglietta della Protezione civile nella prima visita a Genova).
In tale contesto è risuonato a suo modo significativo un timido accenno alla "prigione di Palazzo Chigi", così come meno gioiosa di quello che forse doveva figurare è apparsa l'immagine della piccola cerimonia di compleanno del premier, lievemente perplesso e subissato da un nugolo di entusiasti giovanotti e ragazze, sul lucido tavolo un tortino alla frutta, numero due bottiglie di spumante e alcuni palloncini.
Tre mesi sono pochi per un bilancio operativo, ma bastano a delineare uno stile pubblico. In questo, con l'ariaccia che tira, la cortesia del premier è senz'altro il tratto più apprezzabile, notato anche dal filosofo Aldo Masullo, insieme al linguaggio semplice e rispettoso. Ma anche qui il rischio è di uno scivolamento nella pura esteriorità ornamentale, a volte pure con bizzarri effetti cognitivi e scenografici, un modesto video deja-vu, una conferenza stampa su un tronetto bianco su un tappeto persiano tipo reggia del Marocco. Fra baciamani, pochette, gemelli e moltiplicazione di bandiere e ulteriori orpelli il superfluo batte a due mani sul portone del palazzo del governo.
Nel frattempo i due giovanotti si giocano la partita della loro vita esercitando, nei riguardi del premier, l'ordinaria e ormai abituale prevaricazione: botti, avanzate alla baionetta, ritirate strategiche, incroci, grovigli, scavalcamenti e così via. Adesso viene fuori, almeno, che il professore pensa al futuro, il suo. Il destino di un paese è faccenda molto più complicata.