Minniti: "Va bene discutere ma senza un vero leader la sinistra non ha futuro"
Goffredo De Marchis , di GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - "Altro che programma. L'opposizione dev'essere incarnata da un leader". Che non può e non vuole essere lui, chiarisce subito Marco Minniti. La sua è l'analisi di un politico "che non ha nemmeno un fedelissimo in Parlamento", che non muove truppe, che non ha correnti.
Alle Feste dell'Unità in giro per l'Italia si è guadagnato molti applausi dai militanti. Forse hanno riconosciuto in lui il protagonista di un'azione di contrasto agli sbarchi diversa da quello del successore al Viminale, Matteo Salvini. E l'immigrazione è stato certamente il tema forte di agosto. Quindi il gradimento potrebbe essere legato a una congiuntura.
Lui non lo nega. "È probabile sia cosi". Tutto nasce da un discorso sul capo politico. "Salvini - dice Minniti - con le sue idee perverse lo è. Dico di più: è il capo politico di un partito leninista. Nel suo mondo non si leva mai una…
Alle Feste dell'Unità in giro per l'Italia si è guadagnato molti applausi dai militanti. Forse hanno riconosciuto in lui il protagonista di un'azione di contrasto agli sbarchi diversa da quello del successore al Viminale, Matteo Salvini. E l'immigrazione è stato certamente il tema forte di agosto. Quindi il gradimento potrebbe essere legato a una congiuntura.
Lui non lo nega. "È probabile sia cosi". Tutto nasce da un discorso sul capo politico. "Salvini - dice Minniti - con le sue idee perverse lo è. Dico di più: è il capo politico di un partito leninista. Nel suo mondo non si leva mai una…
ROMA - "Altro che programma. L'opposizione dev'essere incarnata da un leader". Che non può e non vuole essere lui, chiarisce subito Marco Minniti. La sua è l'analisi di un politico "che non ha nemmeno un fedelissimo in Parlamento", che non muove truppe, che non ha correnti.
Alle Feste dell'Unità in giro per l'Italia si è guadagnato molti applausi dai militanti. Forse hanno riconosciuto in lui il protagonista di un'azione di contrasto agli sbarchi diversa da quello del successore al Viminale, Matteo Salvini. E l'immigrazione è stato certamente il tema forte di agosto. Quindi il gradimento potrebbe essere legato a una congiuntura.
Lui non lo nega. "È probabile sia cosi". Tutto nasce da un discorso sul capo politico. "Salvini - dice Minniti - con le sue idee perverse lo è. Dico di più: è il capo politico di un partito leninista. Nel suo mondo non si leva mai una voce contraria, non esiste il dissenso". Ma anche la sinistra, a suo modo, non può sfuggire a questa regola che è del mondo di oggi e anche di ieri. "La connessione sentimentale con il popolo la può realizzare solo un leader. Serve a ben poco discutere del programma, distinguersi sullo 0,2 del deficit, proporre un aumento del reddito di inclusione per ribattere al reddito di cittadinanza".
Se serve, comunque non è fondamentale. "Perché il programma non crea la connessione con la gente. Quella la può creare soltanto una persona, un capo". Quando gli chiedi se allora potrebbe correre per le primarie, risponde: "Non ci penso nemmeno". Alla domanda su chi voterà al congresso ribatte: "Quando si farà vedrò i candidati. Sarò molto attento a cogliere le varie sensibilità. Io non ho corrente, non posso dire 'devo sentire i miei' perché i miei non esistono. Decido da solo".
Il Pd e la sinistra in generale però hanno bisogno di un leader. Questa è la sua certezza. Sembra di capire che occorra al fondo l'uomo solo al comando anche se adesso, dopo la stagione renziana e le sconfitte, va di moda dire: basta con il capitano solitario. Lo ha fatto ieri Nicola Zingaretti. Invece, lascia intendere Minniti, il capitano è essenziale. Anzi, è l'unico strumento politico in grado di recuperare terreno. Con Salvini, dice, l'ex ministro dell'Interno condivide le porte sbattute in faccia dall'Europa. Minniti ebbe modo di saggiare la mancanza di solidarietà dell'Unione al vertice europeo di Tallin nel luglio del 2017.
Di fronte ad arrivi sulle coste italiane che raggiunsero la cifra record di 8500 in due giorni (fine giugno) la risposta dei colleghi europei fu sempre la stessa: vi diamo più soldi, 35 milioni e voi aprite nuovi hotspot. Minniti uscì da quella riunione con le mani nei capelli che non ha. Comprese il pericolo di un fenomeno fuori controllo. E decise di fare da sé: accordi con le tribù, campi profughi in Libia, controllo delle Nazioni unite. Bloccando il flusso. Strategia criticata anche dentro il Pd e ai massimi livelli, da Graziano Delrio al presidente Matteo Orfini. Per non parlare dell'area a sinistra dei democratici. Poi arrivarono i complimenti di Macron e Juncker. Non si poteva rispondere "grazie per le belle parole, ma l'Europa come al solito ha voltato la testa"?
Non avrebbe aiutato il Pd a conquistare consenso denunciare l'ignavia di Bruxelles? "Non potevo farlo io. A differenza di Salvini non ero un capo politico. Non ero nemmeno un capocorrente che poteva dire al suo partito: "Guardate, ho 10 deputati. Se questa linea non viene difesa dal Pd, quei 10 voti possono venire meno su un altro provvedimento"". Salvini invece, da segretario della Lega, può trasformare ogni nave nel Mediterraneo in una scusa per la sua propaganda. "La cosa paradossale ed è l'altra grande differenza tra noi due - spiega Minniti - è che può farlo perché gli sbarchi sono diminuiti dell'85 per cento. Oggi si parla di 177 migranti non di 10 mila in due giorni. Si può ben protestare con l'Europa, per lucrare voti, sapendo e sperando che ti dicano di no se non devi affrontare una gigantesca ondata migratoria come è capitato al nostro governo. Altrimenti devi fare qualcosa".
Quel "qualcosa" a sinistra non gliel'hanno ancora perdonato. In Italia perlomeno. In Francia, al contrario, Minniti ottiene molti riconoscimenti "postumi". "Da Le Monde e Libération", sottolinea con una certa soddisfazione. Quotidiani della gauche più o meno dura. Sul telefonino ha anche un messaggio di Marcelle Padovani, la vedova di Bruno Trentin. Vuole scrivere un suo ritratto sul Nouvel Observateur dove racconterà "la politica innovativa del governo Gentiloni sugli sbarchi". E anche lui, fuori dalla corsa per la segreteria, sta preparando un libro.
Alle Feste dell'Unità in giro per l'Italia si è guadagnato molti applausi dai militanti. Forse hanno riconosciuto in lui il protagonista di un'azione di contrasto agli sbarchi diversa da quello del successore al Viminale, Matteo Salvini. E l'immigrazione è stato certamente il tema forte di agosto. Quindi il gradimento potrebbe essere legato a una congiuntura.
Lui non lo nega. "È probabile sia cosi". Tutto nasce da un discorso sul capo politico. "Salvini - dice Minniti - con le sue idee perverse lo è. Dico di più: è il capo politico di un partito leninista. Nel suo mondo non si leva mai una voce contraria, non esiste il dissenso". Ma anche la sinistra, a suo modo, non può sfuggire a questa regola che è del mondo di oggi e anche di ieri. "La connessione sentimentale con il popolo la può realizzare solo un leader. Serve a ben poco discutere del programma, distinguersi sullo 0,2 del deficit, proporre un aumento del reddito di inclusione per ribattere al reddito di cittadinanza".
Se serve, comunque non è fondamentale. "Perché il programma non crea la connessione con la gente. Quella la può creare soltanto una persona, un capo". Quando gli chiedi se allora potrebbe correre per le primarie, risponde: "Non ci penso nemmeno". Alla domanda su chi voterà al congresso ribatte: "Quando si farà vedrò i candidati. Sarò molto attento a cogliere le varie sensibilità. Io non ho corrente, non posso dire 'devo sentire i miei' perché i miei non esistono. Decido da solo".
Il Pd e la sinistra in generale però hanno bisogno di un leader. Questa è la sua certezza. Sembra di capire che occorra al fondo l'uomo solo al comando anche se adesso, dopo la stagione renziana e le sconfitte, va di moda dire: basta con il capitano solitario. Lo ha fatto ieri Nicola Zingaretti. Invece, lascia intendere Minniti, il capitano è essenziale. Anzi, è l'unico strumento politico in grado di recuperare terreno. Con Salvini, dice, l'ex ministro dell'Interno condivide le porte sbattute in faccia dall'Europa. Minniti ebbe modo di saggiare la mancanza di solidarietà dell'Unione al vertice europeo di Tallin nel luglio del 2017.
Di fronte ad arrivi sulle coste italiane che raggiunsero la cifra record di 8500 in due giorni (fine giugno) la risposta dei colleghi europei fu sempre la stessa: vi diamo più soldi, 35 milioni e voi aprite nuovi hotspot. Minniti uscì da quella riunione con le mani nei capelli che non ha. Comprese il pericolo di un fenomeno fuori controllo. E decise di fare da sé: accordi con le tribù, campi profughi in Libia, controllo delle Nazioni unite. Bloccando il flusso. Strategia criticata anche dentro il Pd e ai massimi livelli, da Graziano Delrio al presidente Matteo Orfini. Per non parlare dell'area a sinistra dei democratici. Poi arrivarono i complimenti di Macron e Juncker. Non si poteva rispondere "grazie per le belle parole, ma l'Europa come al solito ha voltato la testa"?
Non avrebbe aiutato il Pd a conquistare consenso denunciare l'ignavia di Bruxelles? "Non potevo farlo io. A differenza di Salvini non ero un capo politico. Non ero nemmeno un capocorrente che poteva dire al suo partito: "Guardate, ho 10 deputati. Se questa linea non viene difesa dal Pd, quei 10 voti possono venire meno su un altro provvedimento"". Salvini invece, da segretario della Lega, può trasformare ogni nave nel Mediterraneo in una scusa per la sua propaganda. "La cosa paradossale ed è l'altra grande differenza tra noi due - spiega Minniti - è che può farlo perché gli sbarchi sono diminuiti dell'85 per cento. Oggi si parla di 177 migranti non di 10 mila in due giorni. Si può ben protestare con l'Europa, per lucrare voti, sapendo e sperando che ti dicano di no se non devi affrontare una gigantesca ondata migratoria come è capitato al nostro governo. Altrimenti devi fare qualcosa".
Quel "qualcosa" a sinistra non gliel'hanno ancora perdonato. In Italia perlomeno. In Francia, al contrario, Minniti ottiene molti riconoscimenti "postumi". "Da Le Monde e Libération", sottolinea con una certa soddisfazione. Quotidiani della gauche più o meno dura. Sul telefonino ha anche un messaggio di Marcelle Padovani, la vedova di Bruno Trentin. Vuole scrivere un suo ritratto sul Nouvel Observateur dove racconterà "la politica innovativa del governo Gentiloni sugli sbarchi". E anche lui, fuori dalla corsa per la segreteria, sta preparando un libro.