Adesso che il tempo stringe, il cuore del renzismo batte all'impazzata. Serve un candidato per sfidare Nicola Zingaretti. E serve adesso, perché domani rischia di essere già troppo tardi. Per questo Matteo Orfini bombarda da quarantotto ore, sia pure in autonomia, il logo del Nazareno. E per la stessa ragione Matteo Renzi pressa Graziano Delrio, con la speranza di schierarlo nella sfida contro il governatore del Lazio. Il problema è che dal suo rifugio di Reggio Emilia, pollo alla brace per celebrare il week-end e mega famiglia attorno, il capogruppo dem continua a rispondere sempre allo stesso modo: "Grazie - il senso del ragionamento - ma è il momento di una classe dirigente nuova, giovane". Invita a cercare assieme la figura giusta e promette di volergli dare una mano. "Ma c'è bisogno di un nuovo 2012, come quando nacque la stagione di Renzi". La verità è che la clessidra sta consumando tutte le opzioni, s…
Adesso che il tempo stringe, il cuore del renzismo batte all'impazzata. Serve un candidato per sfidare Nicola Zingaretti. E serve adesso, perché domani rischia di essere già troppo tardi. Per questo Matteo Orfini bombarda da quarantotto ore, sia pure in autonomia, il logo del Nazareno. E per la stessa ragione Matteo Renzi pressa Graziano Delrio, con la speranza di schierarlo nella sfida contro il governatore del Lazio. Il problema è che dal suo rifugio di Reggio Emilia, pollo alla brace per celebrare il week-end e mega famiglia attorno, il capogruppo dem continua a rispondere sempre allo stesso modo: "Grazie - il senso del ragionamento - ma è il momento di una classe dirigente nuova, giovane". Invita a cercare assieme la figura giusta e promette di volergli dare una mano. "Ma c'è bisogno di un nuovo 2012, come quando nacque la stagione di Renzi". La verità è che la clessidra sta consumando tutte le opzioni, soprattutto nella galassia renziana che ha governato il partito per anni e senza rivali. Due Pd a contendersi il futuro, insomma, anche se uno ancora senza un candidato.
In tutto lo stato maggiore del Nazareno, a dire il vero, non mancano i dubbi sull'operazione Zingaretti. Ma poi torna sempre la stessa domanda: qual è l'alternativa? Orfini continua a spingere come un forsennato per far saltare il tappo, e pure il Pd. Che sotto sotto lo faccia a nome di Renzi è opzione concreta, ma da dimostrare. Di certo, guarda oltre il partito attuale. Che è poi lo stesso obiettivo di Carlo Calenda, un altro che gioca in proprio.
La cena lanciata dall'ex ministro sui social ha spiazzato i dem: si farà, forse, ma certamente non con tutti gli invitati. Perché proprio mentre Calenda fa sapere che i tre big hanno accettato, Paolo Gentiloni si tira fuori. Conferma invece Renzi, così come Marco Minniti. Non si riuniranno domani, però, perché il senatore di Scandicci è impegnato in una missione in Cina. L'idea di Calenda è sempre la stessa, un fronte Repubblicano, un listone per le Europee con dentro il Pd e le forze europeiste. E non gode dell'unanimità neanche tra i quattro commensali.
La sfida, quella vera, si gioca sul congresso. Se nulla ferma l'ingranaggio, la conta diventa inevitabile, come l'ansia dei renziani alla ricerca di un candidato. Zingaretti guarda l'agenda e pensa che la meta sia a un passo: a metà ottobre si dovrebbe partire con i congressi locali e un regolamento che impone la chiusura delle assise entro il 31 dicembre. Poi ci saranno le primarie. Prima, però, il governatore deve superare un ultimo scoglio: l'assemblea nazionale di ottobre. È lì che si decideranno le tappe congressuali. Ed è sempre in quella sede che si sfogheranno le spinte di chi vuole rimandare tutto a dopo le Europee. "Credo che ormai sia difficile fermarci", confida Zingaretti ai suoi. A questo punto ritiene che soltanto l'imponderabile, ad esempio una crisi di governo, possa bloccare il processo.
Orfini ci proverà comunque fino alla fine. Renzi, invece, continua a mandare avanti i suoi e fa sapere di non essere contrario al congresso. Non vuole apparire come chi teme quel passaggio. E però durante l'assemblea tutti dovranno fare i conti con una terra di mezzo, che si appella al buonsenso e che ha radici anche nel renzismo. "Si può tenere a febbraio o dopo le elezioni - chiarisce un dirigente influente come Antonello Giacomelli - l'importante è che non si riduca tutto a una conta. Sarebbe inutile. Ricordate quando la Dc convocò un'"assemblea degli esterni", con personalità lontane dalla militanza, per riflettere insieme? Ecco, anche noi dobbiamo discutere seriamente.E ripensarci".
Forse non c'è una regola in questo caos, soltanto pedine piazzate un po' alla rinfusa e con esiti imprevedibili. "Se la proposta di Orfini voleva essere un modo per rinviare le primarie - assicura Dario Franceschini, che tra i flutti correntizi naviga da decenni - beh, otterrà l'effetto opposto...". Il congresso si farà, prima o dopo. Se del Pd o di un partito nuovo è il dilemma di queste ore. Soprattutto dei renziani.
In tutto lo stato maggiore del Nazareno, a dire il vero, non mancano i dubbi sull'operazione Zingaretti. Ma poi torna sempre la stessa domanda: qual è l'alternativa? Orfini continua a spingere come un forsennato per far saltare il tappo, e pure il Pd. Che sotto sotto lo faccia a nome di Renzi è opzione concreta, ma da dimostrare. Di certo, guarda oltre il partito attuale. Che è poi lo stesso obiettivo di Carlo Calenda, un altro che gioca in proprio.
La cena lanciata dall'ex ministro sui social ha spiazzato i dem: si farà, forse, ma certamente non con tutti gli invitati. Perché proprio mentre Calenda fa sapere che i tre big hanno accettato, Paolo Gentiloni si tira fuori. Conferma invece Renzi, così come Marco Minniti. Non si riuniranno domani, però, perché il senatore di Scandicci è impegnato in una missione in Cina. L'idea di Calenda è sempre la stessa, un fronte Repubblicano, un listone per le Europee con dentro il Pd e le forze europeiste. E non gode dell'unanimità neanche tra i quattro commensali.
La sfida, quella vera, si gioca sul congresso. Se nulla ferma l'ingranaggio, la conta diventa inevitabile, come l'ansia dei renziani alla ricerca di un candidato. Zingaretti guarda l'agenda e pensa che la meta sia a un passo: a metà ottobre si dovrebbe partire con i congressi locali e un regolamento che impone la chiusura delle assise entro il 31 dicembre. Poi ci saranno le primarie. Prima, però, il governatore deve superare un ultimo scoglio: l'assemblea nazionale di ottobre. È lì che si decideranno le tappe congressuali. Ed è sempre in quella sede che si sfogheranno le spinte di chi vuole rimandare tutto a dopo le Europee. "Credo che ormai sia difficile fermarci", confida Zingaretti ai suoi. A questo punto ritiene che soltanto l'imponderabile, ad esempio una crisi di governo, possa bloccare il processo.
Orfini ci proverà comunque fino alla fine. Renzi, invece, continua a mandare avanti i suoi e fa sapere di non essere contrario al congresso. Non vuole apparire come chi teme quel passaggio. E però durante l'assemblea tutti dovranno fare i conti con una terra di mezzo, che si appella al buonsenso e che ha radici anche nel renzismo. "Si può tenere a febbraio o dopo le elezioni - chiarisce un dirigente influente come Antonello Giacomelli - l'importante è che non si riduca tutto a una conta. Sarebbe inutile. Ricordate quando la Dc convocò un'"assemblea degli esterni", con personalità lontane dalla militanza, per riflettere insieme? Ecco, anche noi dobbiamo discutere seriamente.E ripensarci".
Forse non c'è una regola in questo caos, soltanto pedine piazzate un po' alla rinfusa e con esiti imprevedibili. "Se la proposta di Orfini voleva essere un modo per rinviare le primarie - assicura Dario Franceschini, che tra i flutti correntizi naviga da decenni - beh, otterrà l'effetto opposto...". Il congresso si farà, prima o dopo. Se del Pd o di un partito nuovo è il dilemma di queste ore. Soprattutto dei renziani.