La legge o la morale? Il dubbio di McEwan
Walter Veltroni, di Walter Veltroni“Il Verdetto”, tratto dal romanzo “La ballata di Adam Henry” dello scrittore inglese racconta la storia di una giudice messa di fronte al più antico dilemma
Ian McEwan non è solo un grande scrittore, uno dei maggiori del nostro tempo. È anche un magnifico entomologo civile, capace di sezionare e leggere, estraendone il filamento essenziale del dna, lo spirito del tempo, i mutamenti antropologici degli umani. Il film Il Verdetto che ha sceneggiato traendolo dal suo romanzo La ballata di Adam Henry ne è testimonianza. Ogni sua parola ha il pregio di evocare nel lettore lo stupore del dubbio, di metterlo spalle al muro nella ricerca della giusta risposta etica, morale, sentimentale ai dilemmi nei quali inciampiamo ogni giorno, ogni momento.
McEwan non ci fa mai trovare una sola porta, magari aperta. No, sempre due. E sempre chiuse, con le chiavi appese che scintillano in un angolo, ci attirano, ci respingono. In un suo recente bellissimo intervento che si intitola, non casualmente, The Self cita John Updike del quale dice di invidiare la capacità di ricordare "tutte le filastrocche delle bambine al parco gio…
McEwan non ci fa mai trovare una sola porta, magari aperta. No, sempre due. E sempre chiuse, con le chiavi appese che scintillano in un angolo, ci attirano, ci respingono. In un suo recente bellissimo intervento che si intitola, non casualmente, The Self cita John Updike del quale dice di invidiare la capacità di ricordare "tutte le filastrocche delle bambine al parco gio…
Ian McEwan non è solo un grande scrittore, uno dei maggiori del nostro tempo. È anche un magnifico entomologo civile, capace di sezionare e leggere, estraendone il filamento essenziale del dna, lo spirito del tempo, i mutamenti antropologici degli umani. Il film Il Verdetto che ha sceneggiato traendolo dal suo romanzo La ballata di Adam Henry ne è testimonianza. Ogni sua parola ha il pregio di evocare nel lettore lo stupore del dubbio, di metterlo spalle al muro nella ricerca della giusta risposta etica, morale, sentimentale ai dilemmi nei quali inciampiamo ogni giorno, ogni momento.
McEwan non ci fa mai trovare una sola porta, magari aperta. No, sempre due. E sempre chiuse, con le chiavi appese che scintillano in un angolo, ci attirano, ci respingono. In un suo recente bellissimo intervento che si intitola, non casualmente, The Self cita John Updike del quale dice di invidiare la capacità di ricordare "tutte le filastrocche delle bambine al parco giochi, il nome della signora che vendeva le caramelle, l'odore che aveva l'alito del mio primo dentista".
Nel film McEwan in verità si consente un'autocitazione facendo pronunciare a Stanley Tucci il nome di Peter Fortune, il protagonista del suo libro per bambini L'inventore dei sogni. Così sempre McEwan ci riporta al primo devastante interrogativo che ci straziava nei giochi di bambini. Quell'attimo frenetico, quella esitazione carica di adrenalina, timore, sfrontatezza e codardia che prende un bambino di fronte al fazzoletto tenuto da qualcuno che non ha identità e che ci ha scelto, ci ha chiamato insieme al nostro avversario. Chi non è timido guarda negli occhi del suo "nemico" di "rubabandiera" per studiarne le intenzioni, per decifrarne debolezze o impeti. Impariamo lì quello che saremo chiamati a fare molte volte nella vita. Dobbiamo scegliere il momento giusto per strappare da una mano la stoffa colorata e correre verso un luogo che per noi è salvezza, è casa. Perché la casa è dove sentiamo sia, dove troviamo riparo e protezione, mai corrisponde a un solo indirizzo.
McEwan ci riporta sempre lì, al dubbio. Starò facendo la cosa giusta? Starò scegliendo il momento giusto? Avrò capito bene lo sguardo di chi ho di fronte?
Il dubbio oggi è una bestemmia, una blasfemia.
Il verdetto diretto da Richard Eyre è invece un'ode al dubbio, alla difficoltà di trovare la verità assoluta. La storia è quella di una donna giudice civile, Fiona Maye, che è chiamata sempre a dirimere casi terribili nei quali coscienza e norma, sentimento e ragione sono spesso in un insanabile conflitto. Il film, nei suoi primi passi, ci porta in un'aula di tribunale in cui la giudice deve dirimere, davanti ai genitori e alla legge, il caso di due gemelli legati l'uno all'altro. Dice Fiona: "Se i gemelli rimangono uniti, entrambi i bambini moriranno. Se l'ospedale avrà l'autorizzazione per separarli, Luke morirà immediatamente, mentre c'è la possibilità che Michael cresca e diventi un bambino normale e sano. La logica del male minore è chiara. Un bambino in buona salute è meglio di due morti. Ma se i medici operano il corpo di Luke recidendo l'aorta, con l'inevitabile conseguenza della sua morte, come si può non chiamarlo omicidio.... È opportuno sottolineare un'evidenza: in questo tribunale si applica la legge e non la morale".
La legge e non la morale, un contrasto micidiale per chi deve decidere la vita e la morte di altri. Ma Fiona si trova di fronte a un altro lacerante caso: un ragazzo di diciassette anni, malato di leucemia, che rifiuta le necessarie trasfusioni di sangue perché lui e la sua famiglia sono Testimoni di Geova. Lui è minorenne e l'ospedale interroga la giudice perché sia autorizzato a procedere forzatamente. Lei si trova di fronte al dilemma tra il libero arbitrio e la legge collettiva. Dove finisce l'uno e inizia l'altro? Non è in fondo lo stesso tema della possibilità del trattamento di fine vita? Può la legge essere più forte della volontà individuale applicata al bene più privato che esista, la vita? Può un vincolo religioso essere più potente delle norme collettive che ci siamo dati a protezione della vita di tutti gli esseri umani? Dubbi che straziano chi deve decidere, chi dipende da quella decisione. Un essere umano, investito dall'autorità pubblica, può proporsi l'obiettivo di "salvare un individuo dalla sua religione e da se stesso"?
Un articolo non deve svelare l'intreccio di un film. Ma può dire di altri due temi che invadono questa storia: l'ossessione per l'altro, alla quale Mc Ewan ha dedicato l'inquietante L'amore fatale e la solitudine, tema che ricorre permanentemente nella poetica dello scrittore inglese. Fin da Peter Fortune, forse Ian bambino, al quale piaceva "stare da solo a pensare i suoi pensieri".
In questo film tutti sono soli. Ma è una solitudine sociale, non scelta. È come se fosse scoppiata una bomba invisibile che ha reciso tutti i fili dei legami tra le persone affidandoci, viandanti dispersi, all'immane compito di affrontare il dubbio e cercare l'altro. Forse le due cose essenziali della vita.
McEwan non ci fa mai trovare una sola porta, magari aperta. No, sempre due. E sempre chiuse, con le chiavi appese che scintillano in un angolo, ci attirano, ci respingono. In un suo recente bellissimo intervento che si intitola, non casualmente, The Self cita John Updike del quale dice di invidiare la capacità di ricordare "tutte le filastrocche delle bambine al parco giochi, il nome della signora che vendeva le caramelle, l'odore che aveva l'alito del mio primo dentista".
Nel film McEwan in verità si consente un'autocitazione facendo pronunciare a Stanley Tucci il nome di Peter Fortune, il protagonista del suo libro per bambini L'inventore dei sogni. Così sempre McEwan ci riporta al primo devastante interrogativo che ci straziava nei giochi di bambini. Quell'attimo frenetico, quella esitazione carica di adrenalina, timore, sfrontatezza e codardia che prende un bambino di fronte al fazzoletto tenuto da qualcuno che non ha identità e che ci ha scelto, ci ha chiamato insieme al nostro avversario. Chi non è timido guarda negli occhi del suo "nemico" di "rubabandiera" per studiarne le intenzioni, per decifrarne debolezze o impeti. Impariamo lì quello che saremo chiamati a fare molte volte nella vita. Dobbiamo scegliere il momento giusto per strappare da una mano la stoffa colorata e correre verso un luogo che per noi è salvezza, è casa. Perché la casa è dove sentiamo sia, dove troviamo riparo e protezione, mai corrisponde a un solo indirizzo.
McEwan ci riporta sempre lì, al dubbio. Starò facendo la cosa giusta? Starò scegliendo il momento giusto? Avrò capito bene lo sguardo di chi ho di fronte?
Il dubbio oggi è una bestemmia, una blasfemia.
Il verdetto diretto da Richard Eyre è invece un'ode al dubbio, alla difficoltà di trovare la verità assoluta. La storia è quella di una donna giudice civile, Fiona Maye, che è chiamata sempre a dirimere casi terribili nei quali coscienza e norma, sentimento e ragione sono spesso in un insanabile conflitto. Il film, nei suoi primi passi, ci porta in un'aula di tribunale in cui la giudice deve dirimere, davanti ai genitori e alla legge, il caso di due gemelli legati l'uno all'altro. Dice Fiona: "Se i gemelli rimangono uniti, entrambi i bambini moriranno. Se l'ospedale avrà l'autorizzazione per separarli, Luke morirà immediatamente, mentre c'è la possibilità che Michael cresca e diventi un bambino normale e sano. La logica del male minore è chiara. Un bambino in buona salute è meglio di due morti. Ma se i medici operano il corpo di Luke recidendo l'aorta, con l'inevitabile conseguenza della sua morte, come si può non chiamarlo omicidio.... È opportuno sottolineare un'evidenza: in questo tribunale si applica la legge e non la morale".
La legge e non la morale, un contrasto micidiale per chi deve decidere la vita e la morte di altri. Ma Fiona si trova di fronte a un altro lacerante caso: un ragazzo di diciassette anni, malato di leucemia, che rifiuta le necessarie trasfusioni di sangue perché lui e la sua famiglia sono Testimoni di Geova. Lui è minorenne e l'ospedale interroga la giudice perché sia autorizzato a procedere forzatamente. Lei si trova di fronte al dilemma tra il libero arbitrio e la legge collettiva. Dove finisce l'uno e inizia l'altro? Non è in fondo lo stesso tema della possibilità del trattamento di fine vita? Può la legge essere più forte della volontà individuale applicata al bene più privato che esista, la vita? Può un vincolo religioso essere più potente delle norme collettive che ci siamo dati a protezione della vita di tutti gli esseri umani? Dubbi che straziano chi deve decidere, chi dipende da quella decisione. Un essere umano, investito dall'autorità pubblica, può proporsi l'obiettivo di "salvare un individuo dalla sua religione e da se stesso"?
Un articolo non deve svelare l'intreccio di un film. Ma può dire di altri due temi che invadono questa storia: l'ossessione per l'altro, alla quale Mc Ewan ha dedicato l'inquietante L'amore fatale e la solitudine, tema che ricorre permanentemente nella poetica dello scrittore inglese. Fin da Peter Fortune, forse Ian bambino, al quale piaceva "stare da solo a pensare i suoi pensieri".
In questo film tutti sono soli. Ma è una solitudine sociale, non scelta. È come se fosse scoppiata una bomba invisibile che ha reciso tutti i fili dei legami tra le persone affidandoci, viandanti dispersi, all'immane compito di affrontare il dubbio e cercare l'altro. Forse le due cose essenziali della vita.