Il governo guidato da Giuseppe Conte dispone, oggi, di una larga maggioranza. Fra i cittadini ancor più che in Parlamento. Alle elezioni del 4 marzo, infatti, il M5S e la Lega, insieme, avevano ottenuto circa il 50% dei voti. Dunque, la maggioranza assoluta. Ma, al tempo stesso, "limitata". Cioè: "ai limiti".
IL SONDAGGIO: LE TABELLE
In seguito, M5s e Lega hanno formato il governo. Per mancanza di alternative. E il loro consenso "complessivo", secondo le stime dei sondaggi, è cresciuto. O meglio: il M5s è sceso di qualche punto, mantenendo, tuttavia, quasi il 30%. Mentre i favori per la Lega sono cresciuti verticalmente. Al punto che ora LdS - la Lega di Salvini - è stimata intorno al 32-33%. Così, LdS e M5S, insieme, oggi superano il 60% dei consensi, fra gli elettori. E i loro leader, secondo il recente sondaggio dell'Atlante Politico, curato da Demos, dispongono di un grado di fiducia personale elevatissi…
IL SONDAGGIO: LE TABELLE
In seguito, M5s e Lega hanno formato il governo. Per mancanza di alternative. E il loro consenso "complessivo", secondo le stime dei sondaggi, è cresciuto. O meglio: il M5s è sceso di qualche punto, mantenendo, tuttavia, quasi il 30%. Mentre i favori per la Lega sono cresciuti verticalmente. Al punto che ora LdS - la Lega di Salvini - è stimata intorno al 32-33%. Così, LdS e M5S, insieme, oggi superano il 60% dei consensi, fra gli elettori. E i loro leader, secondo il recente sondaggio dell'Atlante Politico, curato da Demos, dispongono di un grado di fiducia personale elevatissi…
Il governo guidato da Giuseppe Conte dispone, oggi, di una larga maggioranza. Fra i cittadini ancor più che in Parlamento. Alle elezioni del 4 marzo, infatti, il M5S e la Lega, insieme, avevano ottenuto circa il 50% dei voti. Dunque, la maggioranza assoluta. Ma, al tempo stesso, "limitata". Cioè: "ai limiti".
IL SONDAGGIO: LE TABELLE
In seguito, M5s e Lega hanno formato il governo. Per mancanza di alternative. E il loro consenso "complessivo", secondo le stime dei sondaggi, è cresciuto. O meglio: il M5s è sceso di qualche punto, mantenendo, tuttavia, quasi il 30%. Mentre i favori per la Lega sono cresciuti verticalmente. Al punto che ora LdS - la Lega di Salvini - è stimata intorno al 32-33%. Così, LdS e M5S, insieme, oggi superano il 60% dei consensi, fra gli elettori. E i loro leader, secondo il recente sondaggio dell'Atlante Politico, curato da Demos, dispongono di un grado di fiducia personale elevatissimo. Soprattutto Salvini, che tocca il 60%. Davanti a Luigi Di Maio, accreditato anch'egli di un livello di sostegno in grande crescita: 57%. Mentre il premier, Giuseppe Conte risulta (appena) più "affidabile" dello stesso Salvini, secondo il sondaggio di Demos: 61%.
E gli altri? In particolar modo, il centro-sinistra? Cioè, il PDR? Il Pd di Renzi. Nei sondaggi e nel dibattito pubblico se n'è perso traccia. La "personalizzazione" l'ha consumato. Ne ha logorato le basi sociali. Ma, per gli eredi dei partiti di massa, perdere le radici sociali significa perdere il senso del proprio cammino. Della propria identità. Così nei sondaggi è sceso al 17%. E anche sotto. Per questo ieri è sceso in piazza. Per riconquistare almeno un po' di visibilità. E di popolarità. Perché senza la piazza, senza il territorio, il Pd non c'è. Non è.
Così, in questa stagione politica, assistiamo a una maggioranza senza opposizione. Anche perché i partiti di governo recitano entrambe le parti. Maggioranza e opposizione al tempo stesso. M5S e LdS si sono imposti per ragioni analoghe, anche se su basi sociali e territoriali diverse. Perché hanno interpretato il ri-sentimento popolare. Perché sono apparsi e si sono dimostrati "divergenti". Da tutti gli altri soggetti politici. Dai "poteri" pubblici e istituzionali. M5S e Lega, dopo il voto, si sono trovati quasi costretti a governare. Insieme. Nonostante la loro distanza da tutti. Anche reciproca.
Per la stessa ragione, nel corso degli ultimi mesi, abbiamo assistito a un crescente protagonismo - involontario - della figura istituzionale che "presiede" alle istituzioni del Paese. Il presidente della Repubblica. Appunto. Sergio Mattarella. Eletto tre anni fa. Nel febbraio 2015. Personalità autorevole ma non autoritaria. Sergio Mattarella non ha mai aderito al clima populista del tempo. Il suo stesso stile personale, estraneo alla personalizzazione, ne ha rafforzato l'immagine di figura "sopra le parti".
Anche se Mattarella è tutt'altro che una figura im-personale. Ha esperienza e tradizione politica. E una storia personale lunga. Per alcuni versi, dolorosa. Per questo, negli ultimi mesi, ha assunto un ruolo sempre più importante, nelle complicate vicende politiche post-elettorali. Prima, nel corso della formazione del governo. Quando ha scoraggiato la tentazione di tornare al voto. In seguito, Mattarella ha sempre agito da garante. Delle istituzioni e della legalità. Ma anche del patto costituzionale e del legame con l'Europa. Della quale Salvini ha chiaramente dichiarato di fregarsene. Così, il presidente ha frenato le scelte che potessero mettere in discussione il rapporto con la Ue. E, nel corso delle concitate discussioni che hanno condotto alla definizione del programma e della legge di bilancio, ha sostenuto i pochi riferimenti ancora credibili, nel governo, di fronte ai "mercati". E alla Ue. Anzitutto: il ministro Tria. Costretto, a sua volta, a cedere. A rinunciare ai vincoli posti al deficit di bilancio. Lo stesso Mattarella ha spinto Tria a non dimettersi. E ne ha sostenuto, implicitamente, le ragioni. Peraltro, ben espresse nella Carta, quando recita che "occorre assicurare l'equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico".
Così, è significativo il crescente consenso attribuito al presidente. La fiducia nei confronti dell'istituzione presidenziale, infatti, dopo il voto, è cresciuta. Ha raggiunto i livelli massimi, da quando Mattarella è in carica. Ma, soprattutto, colpisce il grado di consenso "personale" raggiunto da Mattarella nelle ultime settimane: 65%. Superiore a tutti i leader politici e di governo. Al premier Conte. Allo stesso Salvini. E a Di Maio. Tanto più al premier del precedente governo. Paolo Gentiloni. Peraltro, di gran lunga il leader più "stimato" del centro-sinistra.
La fiducia verso Sergio Mattarella risulta maggioritaria presso la base di tutti i partiti. Non solo fra i sostenitori del Pd, dove è pressoché unanime, ma anche - in misura più limitata - di Fi, della Lega, del M5S. In altri termini, gran parte degli italiani apprezza Salvini e Di Maio. E, al tempo stesso, Mattarella. Una contraddizione solo apparente. Perché, se è cresciuto il disagio verso la democrazia rappresentativa, Mattarella è un punto di "convergenza" - fra i pochi se non l'unico - in un Paese dove domina la "divergenza". Anche rispetto all'Europa.
Il presidente: è l'istituzione e la figura più "popolare" in un contesto "populista". Dove la "democrazia" sta cedendo spazio alla "popolocrazia". Temperata da una sorta di "presidenzialismo prudenziale". In altri termini: dal "prudenzialismo".
IL SONDAGGIO: LE TABELLE
In seguito, M5s e Lega hanno formato il governo. Per mancanza di alternative. E il loro consenso "complessivo", secondo le stime dei sondaggi, è cresciuto. O meglio: il M5s è sceso di qualche punto, mantenendo, tuttavia, quasi il 30%. Mentre i favori per la Lega sono cresciuti verticalmente. Al punto che ora LdS - la Lega di Salvini - è stimata intorno al 32-33%. Così, LdS e M5S, insieme, oggi superano il 60% dei consensi, fra gli elettori. E i loro leader, secondo il recente sondaggio dell'Atlante Politico, curato da Demos, dispongono di un grado di fiducia personale elevatissimo. Soprattutto Salvini, che tocca il 60%. Davanti a Luigi Di Maio, accreditato anch'egli di un livello di sostegno in grande crescita: 57%. Mentre il premier, Giuseppe Conte risulta (appena) più "affidabile" dello stesso Salvini, secondo il sondaggio di Demos: 61%.
E gli altri? In particolar modo, il centro-sinistra? Cioè, il PDR? Il Pd di Renzi. Nei sondaggi e nel dibattito pubblico se n'è perso traccia. La "personalizzazione" l'ha consumato. Ne ha logorato le basi sociali. Ma, per gli eredi dei partiti di massa, perdere le radici sociali significa perdere il senso del proprio cammino. Della propria identità. Così nei sondaggi è sceso al 17%. E anche sotto. Per questo ieri è sceso in piazza. Per riconquistare almeno un po' di visibilità. E di popolarità. Perché senza la piazza, senza il territorio, il Pd non c'è. Non è.
Così, in questa stagione politica, assistiamo a una maggioranza senza opposizione. Anche perché i partiti di governo recitano entrambe le parti. Maggioranza e opposizione al tempo stesso. M5S e LdS si sono imposti per ragioni analoghe, anche se su basi sociali e territoriali diverse. Perché hanno interpretato il ri-sentimento popolare. Perché sono apparsi e si sono dimostrati "divergenti". Da tutti gli altri soggetti politici. Dai "poteri" pubblici e istituzionali. M5S e Lega, dopo il voto, si sono trovati quasi costretti a governare. Insieme. Nonostante la loro distanza da tutti. Anche reciproca.
Per la stessa ragione, nel corso degli ultimi mesi, abbiamo assistito a un crescente protagonismo - involontario - della figura istituzionale che "presiede" alle istituzioni del Paese. Il presidente della Repubblica. Appunto. Sergio Mattarella. Eletto tre anni fa. Nel febbraio 2015. Personalità autorevole ma non autoritaria. Sergio Mattarella non ha mai aderito al clima populista del tempo. Il suo stesso stile personale, estraneo alla personalizzazione, ne ha rafforzato l'immagine di figura "sopra le parti".
Anche se Mattarella è tutt'altro che una figura im-personale. Ha esperienza e tradizione politica. E una storia personale lunga. Per alcuni versi, dolorosa. Per questo, negli ultimi mesi, ha assunto un ruolo sempre più importante, nelle complicate vicende politiche post-elettorali. Prima, nel corso della formazione del governo. Quando ha scoraggiato la tentazione di tornare al voto. In seguito, Mattarella ha sempre agito da garante. Delle istituzioni e della legalità. Ma anche del patto costituzionale e del legame con l'Europa. Della quale Salvini ha chiaramente dichiarato di fregarsene. Così, il presidente ha frenato le scelte che potessero mettere in discussione il rapporto con la Ue. E, nel corso delle concitate discussioni che hanno condotto alla definizione del programma e della legge di bilancio, ha sostenuto i pochi riferimenti ancora credibili, nel governo, di fronte ai "mercati". E alla Ue. Anzitutto: il ministro Tria. Costretto, a sua volta, a cedere. A rinunciare ai vincoli posti al deficit di bilancio. Lo stesso Mattarella ha spinto Tria a non dimettersi. E ne ha sostenuto, implicitamente, le ragioni. Peraltro, ben espresse nella Carta, quando recita che "occorre assicurare l'equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico".
Così, è significativo il crescente consenso attribuito al presidente. La fiducia nei confronti dell'istituzione presidenziale, infatti, dopo il voto, è cresciuta. Ha raggiunto i livelli massimi, da quando Mattarella è in carica. Ma, soprattutto, colpisce il grado di consenso "personale" raggiunto da Mattarella nelle ultime settimane: 65%. Superiore a tutti i leader politici e di governo. Al premier Conte. Allo stesso Salvini. E a Di Maio. Tanto più al premier del precedente governo. Paolo Gentiloni. Peraltro, di gran lunga il leader più "stimato" del centro-sinistra.
La fiducia verso Sergio Mattarella risulta maggioritaria presso la base di tutti i partiti. Non solo fra i sostenitori del Pd, dove è pressoché unanime, ma anche - in misura più limitata - di Fi, della Lega, del M5S. In altri termini, gran parte degli italiani apprezza Salvini e Di Maio. E, al tempo stesso, Mattarella. Una contraddizione solo apparente. Perché, se è cresciuto il disagio verso la democrazia rappresentativa, Mattarella è un punto di "convergenza" - fra i pochi se non l'unico - in un Paese dove domina la "divergenza". Anche rispetto all'Europa.
Il presidente: è l'istituzione e la figura più "popolare" in un contesto "populista". Dove la "democrazia" sta cedendo spazio alla "popolocrazia". Temperata da una sorta di "presidenzialismo prudenziale". In altri termini: dal "prudenzialismo".