Pd, la rivincita del segretario a tempo: i big riuniti per un giorno senza liti
Goffredo De Marchis , di GOFFREDO DE MARCHISL'abbraccio tra Gentiloni e Renzi che giura: "Mai detto che Zingaretti non sia adatto a fare il leader". Per il congresso punta su Rosato
Andava fatta", dice Maurizio Martina con un sospirone guardando la gente che sfolla. Per ripartire da qui, da una piazza vera e piena, da un popolo (sebbene scosso) anziché dai fischi ai funerali di Genova, dalla batosta del 4 marzo, dall'accusa di non esistere come opposizione, dai sondaggi in cui i partiti della maggioranza volano. "Sembrava un azzardo", commenta ancora il segretario. Tutto remava contro. "Invece ha colto un bisogno vero". È un inizio, un seme da coltivare, non l'annuncio di trionfi a breve scadenza. "Ho capito che sarebbe andata liscia quando abbiamo dovuto lasciare a casa della gente per mancanza di pullman". Niente flop. Un piccolo segno di speranza. quei militanti sperduti e appiedati. Certo, la salita è appena all'inizio.
Al lato del palco, dove tra i big sale solo Martina, ci sono gli altri dirigenti. La pattuglia renziana è la più folta. Nessuno ha scelto il mare o la domenica …
Al lato del palco, dove tra i big sale solo Martina, ci sono gli altri dirigenti. La pattuglia renziana è la più folta. Nessuno ha scelto il mare o la domenica …
Andava fatta", dice Maurizio Martina con un sospirone guardando la gente che sfolla. Per ripartire da qui, da una piazza vera e piena, da un popolo (sebbene scosso) anziché dai fischi ai funerali di Genova, dalla batosta del 4 marzo, dall'accusa di non esistere come opposizione, dai sondaggi in cui i partiti della maggioranza volano. "Sembrava un azzardo", commenta ancora il segretario. Tutto remava contro. "Invece ha colto un bisogno vero". È un inizio, un seme da coltivare, non l'annuncio di trionfi a breve scadenza. "Ho capito che sarebbe andata liscia quando abbiamo dovuto lasciare a casa della gente per mancanza di pullman". Niente flop. Un piccolo segno di speranza. quei militanti sperduti e appiedati. Certo, la salita è appena all'inizio.
Al lato del palco, dove tra i big sale solo Martina, ci sono gli altri dirigenti. La pattuglia renziana è la più folta. Nessuno ha scelto il mare o la domenica a spasso. Si vede che hanno capito cosa volevano i militanti, che la piazza non sarebbe stata un fallimento, che oggi rimanere aggrappati al Partito democratico in fondo è ancora la cosa migliore invece di coltivare sogni fuori dal Pd. Boschi, Bonifazi, Bellanova, Bonafè, Morani: la squadra dei fedelissimi, senza eccezioni. Renzi ai giornalisti indica i partecipanti, li esalta, si fa sponsor di una iniziativa che non è sua, ma non è neanche contro di lui visto il filo conduttore del pomeriggio: l'unità. "Mai detto che Zingaretti sia inadatto a fare il segretario", dice anche l'ex premier. Durante il discorso di Martina sta accanto a Ettore Rosato (a oggi il più probabile candidato renziano al congresso). Ascolta. Si rabbuia solo quando il segretario dice: "Abbiamo capito la lezione, abbiamo capito il senso della sconfitta del 4 marzo". La lezione è che non si può marciare divisi a sinistra, non esistono gli uomini soli al comando. Davanti ai fotografi, raccontano, Renzi accenna una smorfia e Rosato nell'orecchio gli suggerisce: "Sorridi, sorridi".
La politica dell'abbraccio, per un giorno, è la cura che serve al Pd. Sicuramente è quello che vogliono i 70 mila dichiarati di piazza del Popolo. Si stringono, a favore di flash, Renzi e Paolo Gentiloni, che pure non si amano più. L'ex segretario distribuisce calore un po' a tutti. I capannelli nel backstage rivelano però le alleanze future e le simpatie del presente. Parlano a lungo Gentiloni, Minniti, Zanda e Sassoli. C'è Walter Veltroni, con la moglie. C'è Franceschini. C'è Carlo Calenda che non si sottrae a nessun microfono e ammette che il Pd c'è nonostante lui lo consideri finito, la piazza pure e il figlio chiede il permesso di sventolare il vessillo dem. "Ha pure una maglietta del cinema America Occupato. È più a sinistra di me, non ci sono dubbi", commenta il padre. A parte Monica Guerritore e Paolo Virzì manca il cotè dei vip sempre presenti alle manifestazioni dem. Forse si sono allontanati o forse non scommettevano sul successo. Magari porta bene. Eppoi tira un'altra aria nel Paese.
Nicola Zingaretti si presta a un po' di selfie, ma si tiene anche in disparte. Unico candidato ufficiale alla segreteria, ormai deve valutare bene le sue mosse d'immagine. Sembra riluttante a mostrarsi troppo vicino ai vecchi dirigenti, a quella cornice che da anni accompagna le fortune alterne del Pd. La verità è che una dura opposizione e la delicata battaglia nel Pd non si esauriscono nel bagno di folla degli aficionados. La manifestazione di ieri segna anche l'avvio della sua campagna congressuale. Finora ha navigato a pelo d'acqua per non rovinare il momento unitario e un rilancio che serve anche alla sua corsa. Adesso comincia il duello. E non bastano gli appoggi di Gentiloni, Franceschini, delle correnti, dei maggiorenti. Lo si capisce bene dai risultati del congresso regionale toscano dove la renziana Simona Bonafè ha vinto con percentuali molto inferiori alle previsto. "Ha preso sei volte meno dei voti della volta scorsa. Ed è la regione di Renzi", osserva Francesco Boccia che sarà in corsa alle primarie. Sono saltati gli schemi, nelle urne e anche fra i miltanti. Non esistono voti sicuri.
Tocca a Zingaretti cercarli. Presentare una nuova squadra, volti freschi, le aperture promesse ai mondi esterni, l'appuntamento con il suo Pd il 13 e 14 ottobre che segnerà il lancio della candidatura. Seduto su un ponteggio del retropalco il governatore medita sul Pd che deve cambiare nel profondo. Quando la piazza si svuota c'è ancora tutto da fare.
Al lato del palco, dove tra i big sale solo Martina, ci sono gli altri dirigenti. La pattuglia renziana è la più folta. Nessuno ha scelto il mare o la domenica a spasso. Si vede che hanno capito cosa volevano i militanti, che la piazza non sarebbe stata un fallimento, che oggi rimanere aggrappati al Partito democratico in fondo è ancora la cosa migliore invece di coltivare sogni fuori dal Pd. Boschi, Bonifazi, Bellanova, Bonafè, Morani: la squadra dei fedelissimi, senza eccezioni. Renzi ai giornalisti indica i partecipanti, li esalta, si fa sponsor di una iniziativa che non è sua, ma non è neanche contro di lui visto il filo conduttore del pomeriggio: l'unità. "Mai detto che Zingaretti sia inadatto a fare il segretario", dice anche l'ex premier. Durante il discorso di Martina sta accanto a Ettore Rosato (a oggi il più probabile candidato renziano al congresso). Ascolta. Si rabbuia solo quando il segretario dice: "Abbiamo capito la lezione, abbiamo capito il senso della sconfitta del 4 marzo". La lezione è che non si può marciare divisi a sinistra, non esistono gli uomini soli al comando. Davanti ai fotografi, raccontano, Renzi accenna una smorfia e Rosato nell'orecchio gli suggerisce: "Sorridi, sorridi".
La politica dell'abbraccio, per un giorno, è la cura che serve al Pd. Sicuramente è quello che vogliono i 70 mila dichiarati di piazza del Popolo. Si stringono, a favore di flash, Renzi e Paolo Gentiloni, che pure non si amano più. L'ex segretario distribuisce calore un po' a tutti. I capannelli nel backstage rivelano però le alleanze future e le simpatie del presente. Parlano a lungo Gentiloni, Minniti, Zanda e Sassoli. C'è Walter Veltroni, con la moglie. C'è Franceschini. C'è Carlo Calenda che non si sottrae a nessun microfono e ammette che il Pd c'è nonostante lui lo consideri finito, la piazza pure e il figlio chiede il permesso di sventolare il vessillo dem. "Ha pure una maglietta del cinema America Occupato. È più a sinistra di me, non ci sono dubbi", commenta il padre. A parte Monica Guerritore e Paolo Virzì manca il cotè dei vip sempre presenti alle manifestazioni dem. Forse si sono allontanati o forse non scommettevano sul successo. Magari porta bene. Eppoi tira un'altra aria nel Paese.
Nicola Zingaretti si presta a un po' di selfie, ma si tiene anche in disparte. Unico candidato ufficiale alla segreteria, ormai deve valutare bene le sue mosse d'immagine. Sembra riluttante a mostrarsi troppo vicino ai vecchi dirigenti, a quella cornice che da anni accompagna le fortune alterne del Pd. La verità è che una dura opposizione e la delicata battaglia nel Pd non si esauriscono nel bagno di folla degli aficionados. La manifestazione di ieri segna anche l'avvio della sua campagna congressuale. Finora ha navigato a pelo d'acqua per non rovinare il momento unitario e un rilancio che serve anche alla sua corsa. Adesso comincia il duello. E non bastano gli appoggi di Gentiloni, Franceschini, delle correnti, dei maggiorenti. Lo si capisce bene dai risultati del congresso regionale toscano dove la renziana Simona Bonafè ha vinto con percentuali molto inferiori alle previsto. "Ha preso sei volte meno dei voti della volta scorsa. Ed è la regione di Renzi", osserva Francesco Boccia che sarà in corsa alle primarie. Sono saltati gli schemi, nelle urne e anche fra i miltanti. Non esistono voti sicuri.
Tocca a Zingaretti cercarli. Presentare una nuova squadra, volti freschi, le aperture promesse ai mondi esterni, l'appuntamento con il suo Pd il 13 e 14 ottobre che segnerà il lancio della candidatura. Seduto su un ponteggio del retropalco il governatore medita sul Pd che deve cambiare nel profondo. Quando la piazza si svuota c'è ancora tutto da fare.