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(ansa)

Manovra, primo dietrofront sul deficit: scenderà fino al 2% nel 2021

Nel 2019 confermato il 2,4 per cento, poi giù nel biennio successivo. Di Maio: "O passa tutto o meglio votare"
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Sono bastati due giorni di tempesta finanziaria, di bombardamento dal Lussemburgo, di spread schizzato già a quota 300 per far crollare le certezze del governo gialloverde. La bandiera del deficit record al 2,4% resta issata almeno per la manovra 2019. Ma per i due esercizi successivi l'asticella scenderà: nel 2020 al 2,2, per essere ridotta fino al 2% nel 2021. È la prima resa di Luigi Di Maio. Con molta probabilità non resterà l'unica.

Matura al termine del vertice che tiene impegnati a Palazzo Chigi il premier Conte, Salvini, il ministro dell'Economia Tria, Moavero (Esteri), Giorgetti. Un gabinetto d'emergenza al quale il capo del Movimento si presenta con un ultimatum: o viene confermato il 2,4 di deficit per la prima "manovra del popolo", garantendo il reddito di cittadinanza e le altre misure, oppure meglio chiuderla qui e andare a elezioni. Nel 2019 non si arretra sotto i colpi di Bruxelles o i moniti del Quirinale. …
Sono bastati due giorni di tempesta finanziaria, di bombardamento dal Lussemburgo, di spread schizzato già a quota 300 per far crollare le certezze del governo gialloverde. La bandiera del deficit record al 2,4% resta issata almeno per la manovra 2019. Ma per i due esercizi successivi l'asticella scenderà: nel 2020 al 2,2, per essere ridotta fino al 2% nel 2021. È la prima resa di Luigi Di Maio. Con molta probabilità non resterà l'unica.

Matura al termine del vertice che tiene impegnati a Palazzo Chigi il premier Conte, Salvini, il ministro dell'Economia Tria, Moavero (Esteri), Giorgetti. Un gabinetto d'emergenza al quale il capo del Movimento si presenta con un ultimatum: o viene confermato il 2,4 di deficit per la prima "manovra del popolo", garantendo il reddito di cittadinanza e le altre misure, oppure meglio chiuderla qui e andare a elezioni. Nel 2019 non si arretra sotto i colpi di Bruxelles o i moniti del Quirinale. Ma dietro il volto feroce dei due veri capi di governo, c'è il panico da spread. È un governo stretto tra la pressione Ue e il burrone del ritorno al voto. Salvini tentenna, si schiera con l'alleato, "d'accordo a non arretrare", ma solo per il primo anno, poi si cambia.

La clessidra del Def intanto corre veloce. La nota di variazione che era stata festeggiata dai balconi di Chigi giovedì scorso in realtà non esiste ancora. Nella notte i tecnici del Ministero dell'Economia ne hanno definito contenuti e confini. Il nuovo appuntamento è per stamattina, quando premier, vice e ministri si rivedranno per metterla a punto e inviarla finalmente a Montecitorio. La chiusura in rosso della Borsa di Milano, il rendimento sui titoli decennali al 3,44 per cento hanno fatto precipitare la situazione.

Conte è nervoso, si prepara a volare a Bruxelles a metà ottobre per indossare i panni dell'avvocato della manovra. Le uscite "scriteriate" di vari esponenti della maggioranza - ultimo il leghista Borghi che ipotizza l'Italia con "una sua moneta" - lo hanno messo ancora più in difficoltà e se ne lamenta. Anche per questo chiama al tavolo d'urgenza i leader. Bisogna lanciare un segnale perché lo spread non si impenni anche alla riapertura di oggi. Il sottosegretario leghista Giorgetti e il vice all'Economia Garavaglia sono i più insistenti al vertice, i più preoccupati per quel che sta avvenendo. Matteo Salvini, nella sua spensieratezza social e anti-Juncker, lo è molto meno. Alla fine la spunta di Maio solo per il 2019, poi il deficit però dovrà calare, altrimenti l'Italia finirà stritolata.

Il ministro Tria, che aveva battuto la ritirata dal Lussemburgo, resta al suo posto. I due vicepremier pretendono che ora vada a difendere la manovra così "ritoccata" al cospetto dei rigoristi europei. Lo invitano a insistere su un aspetto: la scommessa del governo sull'aumento della crescita nel prossimo triennio, che resta però tutta da verificare.

Salvini a fine incontro commenta coi soliti toni trionfalistici: "Via la Fornero e meno tasse alle partite Iva, in Europa se ne faranno una ragione", senza mai citare (ancora una volta) il reddito di cittadinanza, misura che la Lega non boicotta ma che certo non rivendica. A Di Maio importa poco, "quei 10 miliardi vanno trovati e stiamo lavorando a nuove coperture per abbassare il debito più velocemente", come ripeterà in serata su La7. È la conferma della notizia che il deficit sarà decrescente. Ma anche, che senza il reddito si torna tutti a casa.