“Italiani!”. Alla metà del decennio scorso, in uno dei suoi spettacoli politici, le mani sui fianchi e strabuzzando gli occhi Beppe Grillo gridava appunto “Italiani!” come soltanto Mussolini. In Italia, come al solito, non bisogna mai troppo ridere perché quello che sembra buffo diventa spesso vero, e anche peggio. Per cui, insieme con la manovra del popolo e il governo del cambiamento, ecco che è ritornata anche l'invocazione agli italiani: gli italiani sono con noi, gli italiani ci chiedono, gli italiani “sono generosi – eccotelì lì, secondo Salvini – e sono pronti a darci una mano”...
Contro l'imminente declassamento, contro l'assedio economico, contro i mercati cattivi, è dunque l'ora di “far vedere” all'Europa e al mondo “la forza” dell'Italia; dal che s'intuisce che gli strateghi nazional populisti stanno allestendo una campagna perch&eac…
Contro l'imminente declassamento, contro l'assedio economico, contro i mercati cattivi, è dunque l'ora di “far vedere” all'Europa e al mondo “la forza” dell'Italia; dal che s'intuisce che gli strateghi nazional populisti stanno allestendo una campagna perch&eac…
“Italiani!”. Alla metà del decennio scorso, in uno dei suoi spettacoli politici, le mani sui fianchi e strabuzzando gli occhi Beppe Grillo gridava appunto “Italiani!” come soltanto Mussolini. In Italia, come al solito, non bisogna mai troppo ridere perché quello che sembra buffo diventa spesso vero, e anche peggio. Per cui, insieme con la manovra del popolo e il governo del cambiamento, ecco che è ritornata anche l'invocazione agli italiani: gli italiani sono con noi, gli italiani ci chiedono, gli italiani “sono generosi – eccotelì lì, secondo Salvini – e sono pronti a darci una mano”...
Contro l'imminente declassamento, contro l'assedio economico, contro i mercati cattivi, è dunque l'ora di “far vedere” all'Europa e al mondo “la forza” dell'Italia; dal che s'intuisce che gli strateghi nazional populisti stanno allestendo una campagna perché gli italiani – e dagli! - acquistino con vigore titoli di Stato per rinazionalizzare il debito pubblico, mentre il premier fa appello alle aziende partecipate, alcune delle quali già comprese nel novero delle eccellenze italiane, per puntellare la manovra. E sempre su questo orizzonte di sovranismo meta-commerciale si possono aggiungere le sempre più insistenti perorazioni social sul buon cibo italiano, per far crescere meglio “i nostri figli”.
Corsi e ricorsi d'inconsapevole autarchia in rinnovata replica. “Noi andiamo avanti” assicurano Salvini e di Maio; “Noi tireremo dritto” fece scrivere il duce sui muri delle città e campagne. Ci fu pure una canzone, testo e musica di E.A. Mario, quello della Canzone del Piave: ““Noi tireremo diritto;/ l’amor di Patria non fu mai delitto…/ Se il fante in guerra va senza paura,/
chi resta a casa stringa la cintura” - prospettiva, quest'ultima, anche oggi abbastanza verosimile.
L'autarchia fu la risposta del regime fascista alle “inique sanzioni” comminate (con il voto contrario di Austria, Ungheria e Albania) dalla Società delle Nazioni, l'Onu di allora quando le truppe italiane invasero l'Etiopia alla conquista dapprima di “un posto al sole”, poi nientemeno che dell'Impero, da far ritornare sui “colli fatali di Roma”.
Era l'autunno del 1935 e molto lascia purtroppo immaginare che né Giggino né il Capitano abbiano troppo approfondito nei loro studi ciò che accadde allora, l'esaltazione e l'esasperazione dell'orgoglio patriottico, “tutte le corde psicologiche e culturali – si legge nell'opus magnum Renzo De Felice su Mussolini e il fascismo – furono fatte vibrare”. L'idea era di accendere il mito dell'autonomia economica, nutrendo in realtà l'illusione di un'autosufficienza destinata a rivelarsi più disastrosa che fallimentare.
Si trattò comunque, e soprattutto, di un enorme ed evoluto sforzo di propaganda. Mentre i soldati avanzavano (non sempre spediti) in Etiopia, sull'onda dello slogan “Oro alla Patria” fu organizzata la “Giornata della Fede”, in 300 mila fra Roma e Milano donarono il proprio anello matrimoniale. Poi fu la volta della “Giornata del Risparmio”, lanciata da balilla che alzavano al cielo i salvadanai. Quindi sorsero dappertutto i centri di raccolta di ferro e metalli, che sempre le potenze straniere negavano alla nazione. Il tutto si combinò con la lotta agli sprechi e a quel genere di spese voluttuarie che Di Maio l'altro giorno ha definito “immorali”. “Dall'autarchia – ammonivano delle targhe affisse nei municipi – dipende l'avvenire del popolo”, firmato “M”.
Ci furono naturalmente inesorabili eccessi, cialtronate e ridicolaggini, dai bimbi spediti con le calamite sulle spiagge a ridondanti appelli a favore della coniglicoltura. La faccenda prese un andazzo specialmente anti-britannico, le parole straniere vennero bandite, nei teatri fu vietato di rappresentare autori inglesi, l'hotel Eden dovette cambiare nome, l'insegna del negozio “Adam” fu trasformata in “Adamus”, dell'anarchia fecero le spese anche i nomi dei fumetti.
La fine delle esportazioni favorì la nascita di nuovi materiali: rajon, lanital, linoleum, un finto cuoio chiamato salpa. Al posto del tè venne il carcadè, “prodotto di italiana fragranza”; mentre per il caffè si cercò di utilizzare la cicoria. Piano piano l'autarchia si trasformò nel regno dei surrogati e come sempre accade in Italia presero il via scherzi dissacranti e amare barzellette. Niente più burro, ma cannoni, aveva promesso il fascismo e gli italiani ebbero invece “burroni”. In realtà, l'autarchia fu la prova generale della guerra. Ancora qualche anno e sulle tavole arrivarono pagnotte d'irriconoscibile e disgustosa consistenza. Al collo di una delle statue d'imperatori non lontane dal balcone di Palazzo Venezia comparve allora un cartello: “Tu che c'hai lo stomico de fero – diceva – poi magnà er pane de l'impero”.
Contro l'imminente declassamento, contro l'assedio economico, contro i mercati cattivi, è dunque l'ora di “far vedere” all'Europa e al mondo “la forza” dell'Italia; dal che s'intuisce che gli strateghi nazional populisti stanno allestendo una campagna perché gli italiani – e dagli! - acquistino con vigore titoli di Stato per rinazionalizzare il debito pubblico, mentre il premier fa appello alle aziende partecipate, alcune delle quali già comprese nel novero delle eccellenze italiane, per puntellare la manovra. E sempre su questo orizzonte di sovranismo meta-commerciale si possono aggiungere le sempre più insistenti perorazioni social sul buon cibo italiano, per far crescere meglio “i nostri figli”.
Corsi e ricorsi d'inconsapevole autarchia in rinnovata replica. “Noi andiamo avanti” assicurano Salvini e di Maio; “Noi tireremo dritto” fece scrivere il duce sui muri delle città e campagne. Ci fu pure una canzone, testo e musica di E.A. Mario, quello della Canzone del Piave: ““Noi tireremo diritto;/ l’amor di Patria non fu mai delitto…/ Se il fante in guerra va senza paura,/
chi resta a casa stringa la cintura” - prospettiva, quest'ultima, anche oggi abbastanza verosimile.
L'autarchia fu la risposta del regime fascista alle “inique sanzioni” comminate (con il voto contrario di Austria, Ungheria e Albania) dalla Società delle Nazioni, l'Onu di allora quando le truppe italiane invasero l'Etiopia alla conquista dapprima di “un posto al sole”, poi nientemeno che dell'Impero, da far ritornare sui “colli fatali di Roma”.
Era l'autunno del 1935 e molto lascia purtroppo immaginare che né Giggino né il Capitano abbiano troppo approfondito nei loro studi ciò che accadde allora, l'esaltazione e l'esasperazione dell'orgoglio patriottico, “tutte le corde psicologiche e culturali – si legge nell'opus magnum Renzo De Felice su Mussolini e il fascismo – furono fatte vibrare”. L'idea era di accendere il mito dell'autonomia economica, nutrendo in realtà l'illusione di un'autosufficienza destinata a rivelarsi più disastrosa che fallimentare.
Si trattò comunque, e soprattutto, di un enorme ed evoluto sforzo di propaganda. Mentre i soldati avanzavano (non sempre spediti) in Etiopia, sull'onda dello slogan “Oro alla Patria” fu organizzata la “Giornata della Fede”, in 300 mila fra Roma e Milano donarono il proprio anello matrimoniale. Poi fu la volta della “Giornata del Risparmio”, lanciata da balilla che alzavano al cielo i salvadanai. Quindi sorsero dappertutto i centri di raccolta di ferro e metalli, che sempre le potenze straniere negavano alla nazione. Il tutto si combinò con la lotta agli sprechi e a quel genere di spese voluttuarie che Di Maio l'altro giorno ha definito “immorali”. “Dall'autarchia – ammonivano delle targhe affisse nei municipi – dipende l'avvenire del popolo”, firmato “M”.
Ci furono naturalmente inesorabili eccessi, cialtronate e ridicolaggini, dai bimbi spediti con le calamite sulle spiagge a ridondanti appelli a favore della coniglicoltura. La faccenda prese un andazzo specialmente anti-britannico, le parole straniere vennero bandite, nei teatri fu vietato di rappresentare autori inglesi, l'hotel Eden dovette cambiare nome, l'insegna del negozio “Adam” fu trasformata in “Adamus”, dell'anarchia fecero le spese anche i nomi dei fumetti.
La fine delle esportazioni favorì la nascita di nuovi materiali: rajon, lanital, linoleum, un finto cuoio chiamato salpa. Al posto del tè venne il carcadè, “prodotto di italiana fragranza”; mentre per il caffè si cercò di utilizzare la cicoria. Piano piano l'autarchia si trasformò nel regno dei surrogati e come sempre accade in Italia presero il via scherzi dissacranti e amare barzellette. Niente più burro, ma cannoni, aveva promesso il fascismo e gli italiani ebbero invece “burroni”. In realtà, l'autarchia fu la prova generale della guerra. Ancora qualche anno e sulle tavole arrivarono pagnotte d'irriconoscibile e disgustosa consistenza. Al collo di una delle statue d'imperatori non lontane dal balcone di Palazzo Venezia comparve allora un cartello: “Tu che c'hai lo stomico de fero – diceva – poi magnà er pane de l'impero”.