Non sappiamo se Nicola Zingaretti diventerà il segretario del Partito democratico vincendo le primarie. Ancora meno è possibile oggi dire se la sua eventuale leadership rimetterà il Pd nelle condizioni di competere per il governo del Paese. Ma di certo la forza della sua candidatura, e il successo della convention con cui l’ha lanciata, si fonda sull’evidenza di un principio troppo a lungo negato: il Pd deve cambiare strada.
Sembra incredibile che siano occorsi quasi quattro anni di sconfitte ininterrotte per affermare ciò che avrebbe dovuto essere una conseguenza naturale delle disfatte accumulate, ma così è. Zingaretti è giustamente partito da qui. Una ovvietà. Ma non in un partito dove tuttora esiste una scuola di pensiero che sostiene l’opportunità di rinviare il congresso a dopo le europee, sebbene sia evidente a chiunque che questo ennesimo rinvio servirebbe solo ad arricchire di una nuova e certa …
Sembra incredibile che siano occorsi quasi quattro anni di sconfitte ininterrotte per affermare ciò che avrebbe dovuto essere una conseguenza naturale delle disfatte accumulate, ma così è. Zingaretti è giustamente partito da qui. Una ovvietà. Ma non in un partito dove tuttora esiste una scuola di pensiero che sostiene l’opportunità di rinviare il congresso a dopo le europee, sebbene sia evidente a chiunque che questo ennesimo rinvio servirebbe solo ad arricchire di una nuova e certa …
Non sappiamo se Nicola Zingaretti diventerà il segretario del Partito democratico vincendo le primarie. Ancora meno è possibile oggi dire se la sua eventuale leadership rimetterà il Pd nelle condizioni di competere per il governo del Paese. Ma di certo la forza della sua candidatura, e il successo della convention con cui l’ha lanciata, si fonda sull’evidenza di un principio troppo a lungo negato: il Pd deve cambiare strada.
Sembra incredibile che siano occorsi quasi quattro anni di sconfitte ininterrotte per affermare ciò che avrebbe dovuto essere una conseguenza naturale delle disfatte accumulate, ma così è. Zingaretti è giustamente partito da qui. Una ovvietà. Ma non in un partito dove tuttora esiste una scuola di pensiero che sostiene l’opportunità di rinviare il congresso a dopo le europee, sebbene sia evidente a chiunque che questo ennesimo rinvio servirebbe solo ad arricchire di una nuova e certa sconfitta il dibattito interno. O forse a scongiurarlo una volta per tutte, causa estinzione.
Al Pd serve un congresso vero, di scontro sulla visione, di chiarezza su identità, programmi, alleanze. Perché il tempo delle cooptazioni, degli accordi di nomenclatura e delle finte tregue è finito da un pezzo. E sorprende che a volerlo resuscitare sia un pezzo di quel renzismo che quando era in buona salute procedeva agitando il totem ideologico della rottamazione. Chi dice che una sfida serrata rischia di spaccare definitivamente il Pd finisce per avallare il peccato capitale di questi ultimi anni, cioè l’idea che il Pd non sia una casa abbastanza grande e accogliente da comprendere una pluralità di culture e orientamenti in grado di sfidarsi per l’egemonia interna ma anche di rispettare la legittima convivenza sotto uno stesso tetto. Un Pd che ambisce a tornare al governo del Paese non può essere la ridotta del renzismo o la restaurazione della vecchia sinistra, e nemmeno il cambiamento necessario può passare da ipotesi che passano da ulteriori divisioni, scomuniche e strappi utili solo alle ambizioni di qualche aspirante oltrista.
In questo senso la scesa in campo di Zingaretti è una notizia positiva per il campo progressista italiano, perché muove dall’idea che la nuova casa comune debba essere inclusiva e plurale. Ed è bella l’espressione del “popolo che si rimette in cammino”, non perché rimandi a un reducismo che non avrebbe senso, bensì per la capacità di fissare un altro prerequisito della ripartenza: il rispetto e la fiducia nella propria storia, senza il quale ogni (necessario) rinnovamento è uno strappo o un salto nel buio. Inseguire l’elettorato altrui è giusto e legittimo, ma farlo senza preoccuparsi di tenere unita la propria truppa finisce per produrre l’effetto opposto: sono gli avversari a conquistare territorio. Se tutti i candidati al congresso Pd si muoveranno su queste basi, ciascuno con il suo programma e la sua cifra culturale, lo scontro può diventare fertile. Non è il clangore delle idee che il Pd deve temere. È il quotidiano cinguettio di voci che può stenderlo una volta per tutte.
Sembra incredibile che siano occorsi quasi quattro anni di sconfitte ininterrotte per affermare ciò che avrebbe dovuto essere una conseguenza naturale delle disfatte accumulate, ma così è. Zingaretti è giustamente partito da qui. Una ovvietà. Ma non in un partito dove tuttora esiste una scuola di pensiero che sostiene l’opportunità di rinviare il congresso a dopo le europee, sebbene sia evidente a chiunque che questo ennesimo rinvio servirebbe solo ad arricchire di una nuova e certa sconfitta il dibattito interno. O forse a scongiurarlo una volta per tutte, causa estinzione.
Al Pd serve un congresso vero, di scontro sulla visione, di chiarezza su identità, programmi, alleanze. Perché il tempo delle cooptazioni, degli accordi di nomenclatura e delle finte tregue è finito da un pezzo. E sorprende che a volerlo resuscitare sia un pezzo di quel renzismo che quando era in buona salute procedeva agitando il totem ideologico della rottamazione. Chi dice che una sfida serrata rischia di spaccare definitivamente il Pd finisce per avallare il peccato capitale di questi ultimi anni, cioè l’idea che il Pd non sia una casa abbastanza grande e accogliente da comprendere una pluralità di culture e orientamenti in grado di sfidarsi per l’egemonia interna ma anche di rispettare la legittima convivenza sotto uno stesso tetto. Un Pd che ambisce a tornare al governo del Paese non può essere la ridotta del renzismo o la restaurazione della vecchia sinistra, e nemmeno il cambiamento necessario può passare da ipotesi che passano da ulteriori divisioni, scomuniche e strappi utili solo alle ambizioni di qualche aspirante oltrista.
In questo senso la scesa in campo di Zingaretti è una notizia positiva per il campo progressista italiano, perché muove dall’idea che la nuova casa comune debba essere inclusiva e plurale. Ed è bella l’espressione del “popolo che si rimette in cammino”, non perché rimandi a un reducismo che non avrebbe senso, bensì per la capacità di fissare un altro prerequisito della ripartenza: il rispetto e la fiducia nella propria storia, senza il quale ogni (necessario) rinnovamento è uno strappo o un salto nel buio. Inseguire l’elettorato altrui è giusto e legittimo, ma farlo senza preoccuparsi di tenere unita la propria truppa finisce per produrre l’effetto opposto: sono gli avversari a conquistare territorio. Se tutti i candidati al congresso Pd si muoveranno su queste basi, ciascuno con il suo programma e la sua cifra culturale, lo scontro può diventare fertile. Non è il clangore delle idee che il Pd deve temere. È il quotidiano cinguettio di voci che può stenderlo una volta per tutte.