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(lapresse)

Il condono e il decreto manipolato: un complotto che hanno visto solo i 5S

La Lega: "Testo mai cambiato, non l’hanno letto". E Conte prova a mettere una toppa: "Ho fermato io l'invio del decreto al Colle"
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Non c'è nessuna manina, non c'è nessun giallo, c'è forse che gli esponenti grillini del governo non sanno leggere i testi. La Lega scarica Luigi Di Maio e non sposa la battaglia del complotto, dei tecnici del Tesoro cattivi e renziani, dei poteri forti che scrivono norme col favore delle tenebre. È una crisi sfiorata, è una crisi pronta ad esplodere. Da risolvere in poche ore. Conte promette un suo intervento.

Viene totalmente sconfessata dal Carroccio la linea della denuncia, del polverone, del clamore mediatico che pure qualche volta Matteo Salvini aveva coperto per tenere in piedi la baracca. Non sanno leggere i provvedimenti, questi grillini, oppure, più bonariamente, "quando hanno visto che il loro elettorato non prendeva bene la norma hanno pensato di fare un po' di casino", dice il sottosegretario leghista all'Economia Massimo Bitonci, autore del decreto fiscale.

Il punto è che la manovra si regge …
Non c'è nessuna manina, non c'è nessun giallo, c'è forse che gli esponenti grillini del governo non sanno leggere i testi. La Lega scarica Luigi Di Maio e non sposa la battaglia del complotto, dei tecnici del Tesoro cattivi e renziani, dei poteri forti che scrivono norme col favore delle tenebre. È una crisi sfiorata, è una crisi pronta ad esplodere. Da risolvere in poche ore. Conte promette un suo intervento.

Viene totalmente sconfessata dal Carroccio la linea della denuncia, del polverone, del clamore mediatico che pure qualche volta Matteo Salvini aveva coperto per tenere in piedi la baracca. Non sanno leggere i provvedimenti, questi grillini, oppure, più bonariamente, "quando hanno visto che il loro elettorato non prendeva bene la norma hanno pensato di fare un po' di casino", dice il sottosegretario leghista all'Economia Massimo Bitonci, autore del decreto fiscale.

Il punto è che la manovra si regge su due pilastri fragilissimi: una confusione assoluta e il clima di sospetti tra Lega e 5stelle, alleati condannati a stare insieme per non far cadere il governo. E il paradosso è che la partita del condono Di Maio l'ha giocata togliendo armi alla Lega. Però anche una sanatoria annacquata cozza contro lo slogan dell'onestà.

La pace fiscale che voleva il Carroccio aveva davvero caratteristiche di un gigantesco condono: sconti più alti, apertura a tutte le fattispecie di evasione, non punibilità, voluntuary disclosure con l'estero sul modello già applicato dai governi del Pd. Molto di quel progetto è stato eliminato in un duro braccio di ferro tra vicepremier. Tanto che oggi le categorie interessate al decreto protestano, telefonano ai loro interlocutori leghisti e li sollevano dalla sedia: "È una misura talmente soft che non serve a niente. L'avete fatta tanto per mettere un titolo. E l'emersione, con questo decreto, sarà praticamente nulla". Cioè, pochi spiccioli. Facendo saltare i conti tra l'altro.

Se una manina esiste è Italia a 5 stelle, la grande manifestazione al Circo Massimo di sabato e domenica. Il Movimento fa fatica a presentarsi al suo popolo con il peso di un provvedimento in contraddizione con i principi urlati in ogni dove. Il malessere è diffuso. Ha mandato in cortocircuito persino la macchina mediatica dei grillini. A DiMartedì, tre giorni fa, doveva andare in onda un'intervista al premier Giuseppe Conte. Saltata. Al volo è stato spedito in studio Stefano Buffagni, l'uomo più vicino a Davide Casaleggio. Per spiegare quanto il testo fosse all'acqua di rose e come gli evasori sarebbero stati comunque stanati e puniti.
Altra scena, sullo sfondo il ministero dell'Economia. Tre settimane fa, nel cuore del palazzo di via XX settembre, si era già avuta un'avvisaglia dell'atmosfera da lunghi coltelli e dell'imbarazzo grillino. Era apparsa sui siti una prima bozza del decreto fiscale. La viceministro Laura Castelli, raccontano, aveva subito presentato una denuncia per la fuga di notizie all'ufficio interno della Guardia di Finanza. Di contro il capo di gabinetto Roberto Garofoli, sempre nel mirino dei grillini, aveva firmato un'analoga denuncia. Un pasticcio fuori controllo non poteva che finire così. La Lega ora tira fuori il fantasma dell'incompetenza e punta il dito direttamente contro Castelli e il sottosegretario Alessio Villarosa. Avevano letto bene la legge?

L'incidente non è affatto chiuso. Il Quirinale assiste con sconcerto al balletto di dichiarazioni e di accuse. Il decreto, senza l'accusa di Di Maio, non è ancora arrivato al Colle ma oggi doveva essere il giorno giusto. Poi sarebbe stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Ora invece torna in discussione. E questa lite sul filo di lana, dopo settimane di discussione, non lascia prevedere niente di buono per i prossimi mesi quando entrerà nel vivo la discussione sulla legge di stabilità. Vale anche per il lavoro del Colle.

Ormai le scuse sono esaurite. Quella dei tecnici mefistofelici dell'Economia non funziona più, non copre lo scontro tra Lega e 5stelle. Spunta perciò, all'improvviso, l'occasione di Conte: svolgere un ruolo di mediazione, piazzarsi al centro di Salvini e Di Maio e fare il premier fino in fondo. Il presidente del Consiglio infatti non nega affatto il problema e non accusa manine. Blocca l'invio ufficiale del decreto al capo dello Stato e fa sapere da Bruxelles: "Intendo rivedere personalmente il testo articolo per articolo". Dunque, il caso deve ancora lontano dalla soluzione.