BOSTON - «Bisogna ridare una speranza agli americani. Serve un cambiamento. Questa è la cosa più importante delle elezioni di midterm». Se non fosse per i capelli rossi, la somiglianza fisica con il nonno è straordinaria. E il nonno, non è stato esattamente uno qualsiasi: si tratta di Bob Kennedy, il fratello di Jfk, anche lui assassinato ma nel 1968 a un passo dalla candidatura alle presidenziali di quell’anno. A parlare di questa tornata elettorale che vede Donald Trump come il nemico dei democratici degli Stati uniti è Joseph Patrick Kennedy III, l’ultimo della dinastia più famosa e sfortunata d’America. Uno dei giovani emergenti del Partito democratico. Amico di Beto O’Rourke, l’altro volto nuovo che sfida in Texas il big repubblicano Ted Cruz. Tanto amici da aver instillato nell’immaginario collettivo dem l’idea che possano presto rappresentare l’ass…
BOSTON - «Bisogna ridare una speranza agli americani. Serve un cambiamento. Questa è la cosa più importante delle elezioni di midterm». Se non fosse per i capelli rossi, la somiglianza fisica con il nonno è straordinaria. E il nonno, non è stato esattamente uno qualsiasi: si tratta di Bob Kennedy, il fratello di Jfk, anche lui assassinato ma nel 1968 a un passo dalla candidatura alle presidenziali di quell’anno. A parlare di questa tornata elettorale che vede Donald Trump come il nemico dei democratici degli Stati uniti è Joseph Patrick Kennedy III, l’ultimo della dinastia più famosa e sfortunata d’America. Uno dei giovani emergenti del Partito democratico. Amico di Beto O’Rourke, l’altro volto nuovo che sfida in Texas il big repubblicano Ted Cruz. Tanto amici da aver instillato nell’immaginario collettivo dem l’idea che possano presto rappresentare l’asse su cui modellare il prossimo ticket da opporre a The Donald nelle presidenziali del 2020: O’Rourke-Kennedy.
Joe, nome con cui tutti lo chiamano, è un membro del Congresso. A 38 anni ha già completato due mandati. Il suo collegio - e non poteva essere altrimenti - è in Massachusetts, lo Stato kennediano per antonomasia, nel IV distretto. La sua campagna è un porta a porta nelle 34 cittadine della sua area. Lo chiama “Tour 34”. Ed è fatto di piccoli incontri. Di dialogo con ogni elettore. Passa da una scuola a una stazione di polizia, da una biblioteca comunale a un ufficio pubblico. «La sua forza - racconta Helen, giovane neolaureata che si è appena confidata con lui - è che ascolta tutti e a tutti offre una soluzione, è un problem solver». A Somerset, paesino a pochi chilometri da Boston, la prima tappa del suo tour è in una scuola regionale, la Berkley. Nell’aula riservata agli incontri ci sono una ventina di suoi elettori. Fuori, nel campo di football, si sentono le urla di una partita in corso. L’ultimo dei Kennedy parla riservatamente con ognuno dei suoi sostenitori e poi fa un incontro collettivo. E alla fine si ferma a parlare con Repubblica. «Un cambiamento è indispensabile - spiega - lo è per la politica economica, per la politica estera, per quella sulla salute, per la tutela dei più anziani e dei più giovani. Questo paese ha bisogno di risposte che i repubblicani non sanno dare. E lo si capisce da come le fasce più deboli stiano diventando sempre più deboli». Laureato in legge nelle prestigiose università di Stanford e Harvard, Joe Kennedy si è sempre concentrato sull’impegno sociale.
Anche la moglie, Luaren Birchfield, è un avvocato che si occupa in particolare delle associazioni no profit. Una linea decisamente di sinistra, vicina a quella sostenuta da una delle leader dem, Elizabeth Warren: non è un caso che si sia sempre schierato a difesa dell’Obamacare. E per lo stesso motivo a gennaio scorso è stato scelto dal suo partito - il più giovane in assoluto - per rispondere al tradizionale discorso del presidente sullo Stato dell’Unione.
«Non è però un referendum contro Trump - puntualizza - anche se nessuno può negare che tutte le elezioni di midterm rappresentano un giudizio sull’Amministrazione. E allora bisogna far capire che questo presidente non ha l’appoggio della maggioranza dei cittadini. Non sta facendo il bene del Paese. Questo voto può essere un’opportunità». È l’opportunità anche di costruire l’immagine di chi sfiderà Trump tra due anni. In molti dicono che lei può correre per la Casa Bianca nel 2020. «È vero, posso - risponde con un sorriso - ma non lo sto pianificando». Magari potrebbe comporre un ticket con il suo amico Beto? «Questo però - dice lasciando aperta la porta a tutte le ipotesi - lo deve chiedere a lui, non a me». La moglie lo strattona. C’è un’altra tappa. Salgono in auto e in pochi minuti raggiungono Swansea.
Nella biblioteca comunale si ripete lo stesso rituale. Prima ascolta singolarmente i suoi fan per capire le loro “particular issue” e poi l’incontro generale. E davanti ai militanti fa il punto della situazione sulle prospettive che si possono aprire da queste urne. «La sfida più delicata è in Texas. O’Rourke ce la può fare se vanno a votare in tanti. Se si presentano ai seggi più di otto milioni di texani, allora Beto ce la può fare. Noi dobbiamo fare di tutto per facilitare le procedure di partecipazione al voto. Le cose poi si stanno mettendo bene in Indiana, Tennessee, Florida e South Dakota. Se conquistiamo la maggioranza al Congresso, ed è possibile, allora per Trump sarà un bel problema. Soprattutto sarà difficile per lui approvare il bilancio dello Stato». Scatta l’applauso, la platea si galvanizza. Ogni parola e ogni movimento sembra istintivamente volto a cercare il massimo di empatia con gli interlocutori.
La corsa di “Joe”, però, è ancora all’inizio. Ma è partita. Non è un caso che spesso voli in Texas per accompagnare il suo amico Beto nella gara più dura. Qualche settimana fa gli ha anche fatto da autista per l’intera giornata. «Io so - si ferma di nuovo a parlare con Repubblica - di avere un’eredità pesante. Questo cognome per me è una responsabilità, una responsabilità in più ma non mi opprime. La mia famiglia è stata in certi momenti della storia fondamentale e ha aiutato la crescita economica e sociale dei cittadini statunitensi. Per me è una responsabilità su cui rifletto ogni giorno. Ogni giorno le mie scelte tengono conto di questa storia».
Joe, nome con cui tutti lo chiamano, è un membro del Congresso. A 38 anni ha già completato due mandati. Il suo collegio - e non poteva essere altrimenti - è in Massachusetts, lo Stato kennediano per antonomasia, nel IV distretto. La sua campagna è un porta a porta nelle 34 cittadine della sua area. Lo chiama “Tour 34”. Ed è fatto di piccoli incontri. Di dialogo con ogni elettore. Passa da una scuola a una stazione di polizia, da una biblioteca comunale a un ufficio pubblico. «La sua forza - racconta Helen, giovane neolaureata che si è appena confidata con lui - è che ascolta tutti e a tutti offre una soluzione, è un problem solver». A Somerset, paesino a pochi chilometri da Boston, la prima tappa del suo tour è in una scuola regionale, la Berkley. Nell’aula riservata agli incontri ci sono una ventina di suoi elettori. Fuori, nel campo di football, si sentono le urla di una partita in corso. L’ultimo dei Kennedy parla riservatamente con ognuno dei suoi sostenitori e poi fa un incontro collettivo. E alla fine si ferma a parlare con Repubblica. «Un cambiamento è indispensabile - spiega - lo è per la politica economica, per la politica estera, per quella sulla salute, per la tutela dei più anziani e dei più giovani. Questo paese ha bisogno di risposte che i repubblicani non sanno dare. E lo si capisce da come le fasce più deboli stiano diventando sempre più deboli». Laureato in legge nelle prestigiose università di Stanford e Harvard, Joe Kennedy si è sempre concentrato sull’impegno sociale.
Anche la moglie, Luaren Birchfield, è un avvocato che si occupa in particolare delle associazioni no profit. Una linea decisamente di sinistra, vicina a quella sostenuta da una delle leader dem, Elizabeth Warren: non è un caso che si sia sempre schierato a difesa dell’Obamacare. E per lo stesso motivo a gennaio scorso è stato scelto dal suo partito - il più giovane in assoluto - per rispondere al tradizionale discorso del presidente sullo Stato dell’Unione.
«Non è però un referendum contro Trump - puntualizza - anche se nessuno può negare che tutte le elezioni di midterm rappresentano un giudizio sull’Amministrazione. E allora bisogna far capire che questo presidente non ha l’appoggio della maggioranza dei cittadini. Non sta facendo il bene del Paese. Questo voto può essere un’opportunità». È l’opportunità anche di costruire l’immagine di chi sfiderà Trump tra due anni. In molti dicono che lei può correre per la Casa Bianca nel 2020. «È vero, posso - risponde con un sorriso - ma non lo sto pianificando». Magari potrebbe comporre un ticket con il suo amico Beto? «Questo però - dice lasciando aperta la porta a tutte le ipotesi - lo deve chiedere a lui, non a me». La moglie lo strattona. C’è un’altra tappa. Salgono in auto e in pochi minuti raggiungono Swansea.
Nella biblioteca comunale si ripete lo stesso rituale. Prima ascolta singolarmente i suoi fan per capire le loro “particular issue” e poi l’incontro generale. E davanti ai militanti fa il punto della situazione sulle prospettive che si possono aprire da queste urne. «La sfida più delicata è in Texas. O’Rourke ce la può fare se vanno a votare in tanti. Se si presentano ai seggi più di otto milioni di texani, allora Beto ce la può fare. Noi dobbiamo fare di tutto per facilitare le procedure di partecipazione al voto. Le cose poi si stanno mettendo bene in Indiana, Tennessee, Florida e South Dakota. Se conquistiamo la maggioranza al Congresso, ed è possibile, allora per Trump sarà un bel problema. Soprattutto sarà difficile per lui approvare il bilancio dello Stato». Scatta l’applauso, la platea si galvanizza. Ogni parola e ogni movimento sembra istintivamente volto a cercare il massimo di empatia con gli interlocutori.
La corsa di “Joe”, però, è ancora all’inizio. Ma è partita. Non è un caso che spesso voli in Texas per accompagnare il suo amico Beto nella gara più dura. Qualche settimana fa gli ha anche fatto da autista per l’intera giornata. «Io so - si ferma di nuovo a parlare con Repubblica - di avere un’eredità pesante. Questo cognome per me è una responsabilità, una responsabilità in più ma non mi opprime. La mia famiglia è stata in certi momenti della storia fondamentale e ha aiutato la crescita economica e sociale dei cittadini statunitensi. Per me è una responsabilità su cui rifletto ogni giorno. Ogni giorno le mie scelte tengono conto di questa storia».