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Il costruttore Sergio Scarpellini 

I segreti di Scarpellini, il ras del mattone amico dei potenti

Palazzi ai politici e accuse di corruzione. La morte dell’immobiliarista romano
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ROMA - Non sapeva più cosa inventarsi per pagare i partiti. L’ultima confessione di Sergio Scarpellini salta fuori dalle carte processuali proprio nel giorno in cui se ne va, a 81 anni, portato via dalla malattia. Perché lui le aveva già studiate tutte. Dai contributi pubblici, con cui foraggiava destra e sinistra, alle furberie piccole e grandi. Appartamenti messi gentilmente a disposizione, affitti di favore, perfino supersconti nel prezzo delle case: come rivelò sull’Espresso Emiliano Fittipaldi.
E il dirigente del Campidoglio, Renato Marra, dalle cui labbra la sindaca Virginia Raggi allora pendeva, finì nei guai insieme all’immobiliarista che non era il più ricco d’Italia, ma senza dubbio il più potente. Incastrato dai magistrati e malato, aveva cominciato pian piano a parlare di quelle invenzioni. Facendo i nomi di qualche personaggio eccellente, ma anche di politici all’apparenza minori e semplici fun…
ROMA - Non sapeva più cosa inventarsi per pagare i partiti. L’ultima confessione di Sergio Scarpellini salta fuori dalle carte processuali proprio nel giorno in cui se ne va, a 81 anni, portato via dalla malattia. Perché lui le aveva già studiate tutte. Dai contributi pubblici, con cui foraggiava destra e sinistra, alle furberie piccole e grandi. Appartamenti messi gentilmente a disposizione, affitti di favore, perfino supersconti nel prezzo delle case: come rivelò sull’Espresso Emiliano Fittipaldi.
E il dirigente del Campidoglio, Renato Marra, dalle cui labbra la sindaca Virginia Raggi allora pendeva, finì nei guai insieme all’immobiliarista che non era il più ricco d’Italia, ma senza dubbio il più potente. Incastrato dai magistrati e malato, aveva cominciato pian piano a parlare di quelle invenzioni. Facendo i nomi di qualche personaggio eccellente, ma anche di politici all’apparenza minori e semplici funzionari. Tipo Marra, appunto.

E oggi la domanda finisce inevitabilmente per essere: quali segreti Sergio Scarpellini ha portato con sé? La sola cosa certa è che la sua uscita di scena mette un punto a un’epoca ancora densa di misteri. Un’epoca in cui la politica non aveva limiti nell’uso disinvolto delle risorse pubbliche, in un rapporto perverso e spregiudicato con il mondo degli affari e con certi affaristi. E nessuno ha ancora pagato il conto.
Dice tutto la storia degli affitti dei palazzi Marini. Verso la fine del secolo scorso la Camera dei deputati decide che ogni deputato deve avere il proprio ufficio. Fulmineamente vengono individuati quattro palazzi nei dintorni. Ma invece di acquistarli, l’amministrazione di Montecitorio li prende in affitto da Scarpellini. Il quale li compra facendosi prestare i quattrini dalle banche e paga il mutuo con gli affitti pagati dalla Camera: astronomici. Un affare d’oro per lui, devastante per i contribuenti. In 18 anni, fra canoni e costo dei servizi forniti dalla società di Scarpellini, la Camera avrebbe sborsato 719 milioni di euro, per non avere neppure un mattone. «Roba da codice penale!», sbraitavano i radicali. Nel palazzo, però, tranne loro, quasi tutti facevano spallucce.

Erano gli anni dei rimborsi elettorali a valanga, con leggine approvate pressoché all’unanimità che mandavano in orbita gli opachi bilanci dei partiti. Mentre i costi del Parlamento schizzavano, nell’indifferenza generale, verso vette inesplorate: circa un miliardo l’anno la Camera, quasi 600 milioni il Senato. E Scarpellini incassava. Incassava e non pagava nemmeno l’Ici, forse nella convinzione (?!) che la tassa fosse a carico dell’affittuario, se è vero che nel 2005 aveva 1,7 milioni di euro di debiti con il Comune: posta che sanò con un sovrapprezzo di 328 mila euro. Incassava, e con i denari della Camera tappava anche i buchi della maestosa scuderia con 258 purosangue, la sua vera passione. Che però era in perdita: così un bel giorno la fuse con Milano 90, la società che forniva i servizi e gli uffici alla Camera ed era invece in utile. Scarpellini affittava, e la febbre degli affitti sembrava non diminuire mai. Affittò un albergo al Senato per gli uffici dei senatori.

Affittò al Comune di Roma per 6,6 milioni l’anno un immobile che aveva in precedenza preso in affitto dall’Istituto di previdenza dei giornalisti per 2,1 milioni. Riuscì perfino a piazzare un appartamento alla Regione Lazio nel centro di Roma. Il consiglio allora presieduto dal forzista Claudio Fazzone avvertì improvvisamente il bisogno di una sede di rappresentanza. E senza dubbio questa lo era, a cominciare dal costo. Trecentoventimila euro l’anno. Da un antiquario romano spesero poi 83.923 euro per un armadio, 12.394 per un tavolo e 6.755 per otto sedie.

Fino a quando la musica non cambiò. I grillini sbarcarono in massa nel Parlamento e le scaramucce che Scarpellini affrontava con sparuti oppositori si trasformarono in una guerra. Che il Nostro perse. E la sua fortuna, inevitabilmente, declinò. Un pezzo del patrimonio, immenso, costruito con i denari pubblici, è finito in un fondo immobiliare, il Fondo Trophy, gestito da Dea Capital. Valore, circa 700 milioni. In gran parte serviti per appianare l’esposizione con le banche e un contenzioso monstre con il fisco. Lì dentro ci sono anche i famosi palazzi Marini. Quanto agli ex uffici dei senatori, c’è di nuovo un albergo. A cinque stelle.