Congresso Pd, Gentiloni spinge Zingaretti: "Parla come se fossi già segretario".
Goffredo De Marchis , di GOFFREDO DE MARCHISI renziani sono allo sbando e si sentono abbandonati da Renzi. Cercano un candidato che possa sostituire Minniti. Ma Guerini e Delrio dicono no. E al Senato i dem già pensano a come dividersi le stanze dopo la scissione
I renziani sono allo sbando e arrivano le prime defezioni. Si comincia dai territori, da quei sindaci che avevano firmato il manifesto per Marco Minniti e della nuova Cosa di Matteo Renzi non sanno che farsene perché nelle amministrazioni si governa con i partiti, con i consiglieri, con le maggioranze elette.
Nelle chat del Pd si sfoga in queste ore Matteo Ricci, fedelissimo della prima ora, sindaco di Pesaro, vicepresidente del partito, e sostenitore dell'ex ministro dell'Interno. "A questo punto tanto vale stare con Zingaretti", ha buttato lì furibondo dopo il ritiro di Minniti.
Per frenare l'emorragia Luca Lotti e Lorenzo Guerini cercano disperatamente, e in 24 ore, un candidato alternativo: magari con meno chance, ma che sia punto di riferimento di un esercito in rotta. Non possono permettersi di fare accordi con i candidati già in campo.
Sulla pelle di questo mondo nei guai, si muove tutto il Pd non renziano o anti-renzian…
Nelle chat del Pd si sfoga in queste ore Matteo Ricci, fedelissimo della prima ora, sindaco di Pesaro, vicepresidente del partito, e sostenitore dell'ex ministro dell'Interno. "A questo punto tanto vale stare con Zingaretti", ha buttato lì furibondo dopo il ritiro di Minniti.
Per frenare l'emorragia Luca Lotti e Lorenzo Guerini cercano disperatamente, e in 24 ore, un candidato alternativo: magari con meno chance, ma che sia punto di riferimento di un esercito in rotta. Non possono permettersi di fare accordi con i candidati già in campo.
Sulla pelle di questo mondo nei guai, si muove tutto il Pd non renziano o anti-renzian…
I renziani sono allo sbando e arrivano le prime defezioni. Si comincia dai territori, da quei sindaci che avevano firmato il manifesto per Marco Minniti e della nuova Cosa di Matteo Renzi non sanno che farsene perché nelle amministrazioni si governa con i partiti, con i consiglieri, con le maggioranze elette.
Nelle chat del Pd si sfoga in queste ore Matteo Ricci, fedelissimo della prima ora, sindaco di Pesaro, vicepresidente del partito, e sostenitore dell'ex ministro dell'Interno. "A questo punto tanto vale stare con Zingaretti", ha buttato lì furibondo dopo il ritiro di Minniti.
Per frenare l'emorragia Luca Lotti e Lorenzo Guerini cercano disperatamente, e in 24 ore, un candidato alternativo: magari con meno chance, ma che sia punto di riferimento di un esercito in rotta. Non possono permettersi di fare accordi con i candidati già in campo.
Sulla pelle di questo mondo nei guai, si muove tutto il Pd non renziano o anti-renziano. A cominciare da Paolo Gentiloni che ieri mattina ha spronato il governatore del Lazio: "Questo è il momento di metterci ancora più determinazione. Da oggi devi fare il segretario, comportarti come se lo fossi già. La prima cosa da fare è dimostrare che il tuo Pd non sarà la ridotta dei vecchi comunisti".
Zingaretti non ha perso tempo e ieri mattina ha invitato Carlo Calenda a rimanere dentro al partito, a dare il suo contributo, a parlare con le piazze dei Sì Tav, con la Confindustria, con le assemblee di Milano. C'è un messaggio implicito in questa dichiarazione pubblica: l'ex ministro dello Sviluppo può fare il capolista del Nord Ovest alle elezioni europee.
È un posto che se vuole si può considerare già assegnato. Così come è sicuro che Gentiloni sarà il presidente del Pd, in caso di vittoria di Zingaretti. Senza Renzi o con Renzi più lontano, il governatore punta ad allargare il suo perimetro oltre la sinistra, a far convivere più anime, secondo uno schema che è quello di un partito grande anche se il Pd in questo momento è piccolo.
A Montecitorio la fotografia è quella dei renziani senza una bussola, senza un capo, agitati, sconvolti, preoccupati. La leggi di bilancio li costringe a stare tutti vicini in un continuo chiacchierare e sfogarsi e immaginare cosa sarà, vista l'indifferenza di Renzi dopo il disastro Minniti, per non dire del suo disprezzo ("non mi preoccupo della ditta Pd", ha scritto in un post).
Molti sono tornati a rivolgersi a Graziano Delrio, additato dall'ex premier come un traditore dopo il sostegno dichiarato a Maurizio Martina. Con il capogruppo hanno parlato in tanti ieri: Lotti, Guerini, peones in cerca di autore.
L'obiettivo è convincerlo a fare il padre nobile di un altro candidato da trovare nelle prossime ore, ora che è superata la pregiudiziale su Minniti. Lo sfidante più forte sarebbe Guerini, tutt'altro che uomo di bandiera. Ma lui dice di no.
Rimangono Teresa Bellanova, Ettore Rosato, Debora Serracchiani, nomi meno appetibili per il corpaccione renziano in giro per l'Italia, ovvero amministratori locali che si possono spostare in un baleno e verrebbero accolti a braccia aperte da Zingaretti.
Il panico riguarda anche il futuro dei parlamentari. Renzi continua a non smentire l'ipotesi di un movimento solitario, una specie di "Io e gli italiani" ha confidato a qualcuno, senza la zavorra dei dirigenti vecchi e nuovi. Si limita a far sapere che non andrà alla manifestazione di Sandro Gozi il 16 dicembre.
La pattuglia renziana nelle Camere supera quota 90. Quanti potrebbero fare la scissione dopo il congresso? "Cinquanta? Mi sembra una cifra spropositata. Saranno molti di meno", risponde Antonello Giacomelli. E per andare dove, poi?
Nell'incertezza assoluta al Senato c'è già stata una riunione per valutare come dividersi le stanze. Surreale perché non si sa chi dovrebbe andarci e per fare cosa.
A Palazzo Madama un nuovo gruppo può nascere solo sotto l'egida di un simbolo presentatosi alle elezioni. Riccardo Nencini, segretario del Psi, eletto con la lista Insieme, la butta a ridere: "Vengono da noi? Che bello, diventano tutti socialisti finalmente. Ma se ho capito bene Matteo non si porta nessuno. Li lascia nel Pd".
Ecco, appunto. Questa prospettiva sta facendo esplodere un'epoca, alimentando tensioni sopite dalla fedeltà al capo. Il forfait di Minniti e le spinte centrifughe di Renzi hanno messo a nudo, un anno dopo, le cicatrici di una sconfitta. Basterà un candidato della panchina a coprirle?
Nelle chat del Pd si sfoga in queste ore Matteo Ricci, fedelissimo della prima ora, sindaco di Pesaro, vicepresidente del partito, e sostenitore dell'ex ministro dell'Interno. "A questo punto tanto vale stare con Zingaretti", ha buttato lì furibondo dopo il ritiro di Minniti.
Per frenare l'emorragia Luca Lotti e Lorenzo Guerini cercano disperatamente, e in 24 ore, un candidato alternativo: magari con meno chance, ma che sia punto di riferimento di un esercito in rotta. Non possono permettersi di fare accordi con i candidati già in campo.
Sulla pelle di questo mondo nei guai, si muove tutto il Pd non renziano o anti-renziano. A cominciare da Paolo Gentiloni che ieri mattina ha spronato il governatore del Lazio: "Questo è il momento di metterci ancora più determinazione. Da oggi devi fare il segretario, comportarti come se lo fossi già. La prima cosa da fare è dimostrare che il tuo Pd non sarà la ridotta dei vecchi comunisti".
Zingaretti non ha perso tempo e ieri mattina ha invitato Carlo Calenda a rimanere dentro al partito, a dare il suo contributo, a parlare con le piazze dei Sì Tav, con la Confindustria, con le assemblee di Milano. C'è un messaggio implicito in questa dichiarazione pubblica: l'ex ministro dello Sviluppo può fare il capolista del Nord Ovest alle elezioni europee.
È un posto che se vuole si può considerare già assegnato. Così come è sicuro che Gentiloni sarà il presidente del Pd, in caso di vittoria di Zingaretti. Senza Renzi o con Renzi più lontano, il governatore punta ad allargare il suo perimetro oltre la sinistra, a far convivere più anime, secondo uno schema che è quello di un partito grande anche se il Pd in questo momento è piccolo.
A Montecitorio la fotografia è quella dei renziani senza una bussola, senza un capo, agitati, sconvolti, preoccupati. La leggi di bilancio li costringe a stare tutti vicini in un continuo chiacchierare e sfogarsi e immaginare cosa sarà, vista l'indifferenza di Renzi dopo il disastro Minniti, per non dire del suo disprezzo ("non mi preoccupo della ditta Pd", ha scritto in un post).
Molti sono tornati a rivolgersi a Graziano Delrio, additato dall'ex premier come un traditore dopo il sostegno dichiarato a Maurizio Martina. Con il capogruppo hanno parlato in tanti ieri: Lotti, Guerini, peones in cerca di autore.
L'obiettivo è convincerlo a fare il padre nobile di un altro candidato da trovare nelle prossime ore, ora che è superata la pregiudiziale su Minniti. Lo sfidante più forte sarebbe Guerini, tutt'altro che uomo di bandiera. Ma lui dice di no.
Rimangono Teresa Bellanova, Ettore Rosato, Debora Serracchiani, nomi meno appetibili per il corpaccione renziano in giro per l'Italia, ovvero amministratori locali che si possono spostare in un baleno e verrebbero accolti a braccia aperte da Zingaretti.
Il panico riguarda anche il futuro dei parlamentari. Renzi continua a non smentire l'ipotesi di un movimento solitario, una specie di "Io e gli italiani" ha confidato a qualcuno, senza la zavorra dei dirigenti vecchi e nuovi. Si limita a far sapere che non andrà alla manifestazione di Sandro Gozi il 16 dicembre.
La pattuglia renziana nelle Camere supera quota 90. Quanti potrebbero fare la scissione dopo il congresso? "Cinquanta? Mi sembra una cifra spropositata. Saranno molti di meno", risponde Antonello Giacomelli. E per andare dove, poi?
Nell'incertezza assoluta al Senato c'è già stata una riunione per valutare come dividersi le stanze. Surreale perché non si sa chi dovrebbe andarci e per fare cosa.
A Palazzo Madama un nuovo gruppo può nascere solo sotto l'egida di un simbolo presentatosi alle elezioni. Riccardo Nencini, segretario del Psi, eletto con la lista Insieme, la butta a ridere: "Vengono da noi? Che bello, diventano tutti socialisti finalmente. Ma se ho capito bene Matteo non si porta nessuno. Li lascia nel Pd".
Ecco, appunto. Questa prospettiva sta facendo esplodere un'epoca, alimentando tensioni sopite dalla fedeltà al capo. Il forfait di Minniti e le spinte centrifughe di Renzi hanno messo a nudo, un anno dopo, le cicatrici di una sconfitta. Basterà un candidato della panchina a coprirle?