Manovra, il rientro di Conte per convincere i vice agli ultimi tagli
Carmelo Lopapa , dal nostro inviato CARMELO LOPAPAIl premier riporta Tria in Italia: serve l'ok politico per sforbiciare le misure bandiera
"Rientra con me, abbiamo da fare a Roma". Giuseppe Conte prende sotto braccio il ministro dell'Economia Giovanni Tria e lo porta con sé via da Bruxelles. Il Consiglio europeo è appena terminato, la trattativa del governo italiano finito sotto le forche caudine della Commissione per rivedere i conti della manovra terminata invece non è. Ma il presidente del Consiglio deve allontanare il capo del Tesoro, bisogna smontare davanti l'opinione pubblica l'immagine dell'esecutivo gialloverde che al suo esordio, per la prima volta nella storia, si fa scrivere la legge di bilancio dai tecnici della direzione generale per gli Affari economici.
Non era accaduto nemmeno alla Grecia di Tsipras (da Bruxelles si erano spostati almeno ad Atene). "Mai visto un ministro segregato a riscrivere la manovra sotto dettatura", attacca già da Roma Renato Brunetta. Ma non è solo una questione di immagine.
La vera trattativa, ancora una vol…
Non era accaduto nemmeno alla Grecia di Tsipras (da Bruxelles si erano spostati almeno ad Atene). "Mai visto un ministro segregato a riscrivere la manovra sotto dettatura", attacca già da Roma Renato Brunetta. Ma non è solo una questione di immagine.
La vera trattativa, ancora una vol…
"Rientra con me, abbiamo da fare a Roma". Giuseppe Conte prende sotto braccio il ministro dell'Economia Giovanni Tria e lo porta con sé via da Bruxelles. Il Consiglio europeo è appena terminato, la trattativa del governo italiano finito sotto le forche caudine della Commissione per rivedere i conti della manovra terminata invece non è. Ma il presidente del Consiglio deve allontanare il capo del Tesoro, bisogna smontare davanti l'opinione pubblica l'immagine dell'esecutivo gialloverde che al suo esordio, per la prima volta nella storia, si fa scrivere la legge di bilancio dai tecnici della direzione generale per gli Affari economici.
Non era accaduto nemmeno alla Grecia di Tsipras (da Bruxelles si erano spostati almeno ad Atene). "Mai visto un ministro segregato a riscrivere la manovra sotto dettatura", attacca già da Roma Renato Brunetta. Ma non è solo una questione di immagine.
La vera trattativa, ancora una volta, si deve chiudere adesso in Italia. Ed è una questione di ore, dato che - come ha spiegato il premier in conferenza stampa a fine Consiglio - il maxi emendamento che riscrive il testo planerà lunedì direttamente nell'aula del Senato, saltando a pie' pari l'esame delle commissioni di merito, per strappare il voto finale con fiducia entro martedì. Bisogna convincere i due, Salvini e Di Maio, a cedere ancora qualcosa. Devono farsene una ragione: se non vogliono che si sforbici pure il 2,04 raggiunto, bisogna sacrificare altri milioni di euro dalla Fornero o dal reddito di cittadinanza, meglio ancora da entrambe le misure, è la sintesi del punto fatto da Conte, Tria e dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi durante il volo dell'Aeronautica militare che li ha riportati in serata a Roma.
Se servirà - e con molta probabilità servirà - verrà convocato l'ennesimo vertice di governo con i due leader di Lega e 5S. Conte saluta i giornalisti dicendo che non vuole nemmeno prendere in considerazione un esito negativo della trattativa, impuntandosi sul no a ulteriori ritocchi. Sa bene che le cose stanno diversamente. "Io vado, ma qui resta il mio staff", spiega Tria alle 17 lasciando col premier Justus Lipsius, il palazzo che ospita il Consiglio europeo. Negli uffici della Commissione continueranno a lavorare a oltranza i tecnici. Ma senza un via libera politico avranno ben poco da limare.
L'Unione europea - lo ha fatto capire senza sosta il commissario Pierre Moscovici - vuole che il 2,04 sia smussato ancora di alcuni decimali con interventi sulle misure strutturali. E nulla è più strutturale dei 4,5 miliardi stanziati per il 2019 per la famosa quota 100 sulle pensioni, degli 8 miliardi per il 2020 e altrettanti per il 2021. I "rigoristi" europei guardano a quel capitolo della manovra italiana con maggior sospetto, ben più che al reddito di cittadinanza già previsto sotto altre forme nelle legislazioni di vari paesi. Per i tedeschi, gli olandesi, i finlandesi, gli austriaci consentire agli italiani di andare in pensione a 62 anni è inconcepibile. La Fornero era stata imposta nel 2012 al governo Monti proprio dalla Ue: mancano i presupposti, a loro dire, per una retromarcia proprio ora.
Qui si apre la seconda parte del problema. La Lega non ci sta. E nelle ultime 24 ore il nervosismo da quella trincea è lievitato fino all'evocazione esplicita del voto anticipato. Matteo Salvini (rimasto a Milano per il compleanno della figlia) si è morso la lingua e - raccontano i suoi - si è imposto il silenzio per lasciar lavorare Conte e Tria. Niente dichiarazioni e niente dirette Facebook ma è un no comment che non lascia presagire alcuna disponibilità al dialogo. È più un avvertimento: se dovete intervenire, fatelo sul reddito di cittadinanza (rimasto a quota 7,5 miliardi), perché la Lega non scuce più un euro. Il capo tace ma lascia parlare il suo numero due Giorgetti per mandare a dire che il benefit ai poveri, loro, lo hanno digerito ma certo non lo avrebbero voluto. E soprattutto che, se Bruxelles non consente al governo gialloverde di andare avanti, allora si può tornare dritti alle urne. Al popolo, come dicono loro. Giorgia Meloni, seduta al suo fianco a un convegno sul sovranismo, gongola. Del resto, tra i due partiti, Lega e M5S, è il primo a non aver nulla da perdere, tra sondaggi in crescita e centrodestra pronto a sostenere l'opzione Salvini premier per superare in coalizione il 40 per cento necessario a costruire una maggioranza. Anche prima delle Europee, se la situazione dovesse precipitare.
Juncker, Merkel, Moscovici non hanno interesse ad aprire una procedura di infrazione, non conviene nemmeno alla Ue dichiarare guerra all'Italia sovranista a 5 mesi dal voto. Hanno passato per l'ultima volta la palla a Roma. È nello spogliatoio di Palazzo Chigi che dovranno decidere come giocarla.
Non era accaduto nemmeno alla Grecia di Tsipras (da Bruxelles si erano spostati almeno ad Atene). "Mai visto un ministro segregato a riscrivere la manovra sotto dettatura", attacca già da Roma Renato Brunetta. Ma non è solo una questione di immagine.
La vera trattativa, ancora una volta, si deve chiudere adesso in Italia. Ed è una questione di ore, dato che - come ha spiegato il premier in conferenza stampa a fine Consiglio - il maxi emendamento che riscrive il testo planerà lunedì direttamente nell'aula del Senato, saltando a pie' pari l'esame delle commissioni di merito, per strappare il voto finale con fiducia entro martedì. Bisogna convincere i due, Salvini e Di Maio, a cedere ancora qualcosa. Devono farsene una ragione: se non vogliono che si sforbici pure il 2,04 raggiunto, bisogna sacrificare altri milioni di euro dalla Fornero o dal reddito di cittadinanza, meglio ancora da entrambe le misure, è la sintesi del punto fatto da Conte, Tria e dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi durante il volo dell'Aeronautica militare che li ha riportati in serata a Roma.
Se servirà - e con molta probabilità servirà - verrà convocato l'ennesimo vertice di governo con i due leader di Lega e 5S. Conte saluta i giornalisti dicendo che non vuole nemmeno prendere in considerazione un esito negativo della trattativa, impuntandosi sul no a ulteriori ritocchi. Sa bene che le cose stanno diversamente. "Io vado, ma qui resta il mio staff", spiega Tria alle 17 lasciando col premier Justus Lipsius, il palazzo che ospita il Consiglio europeo. Negli uffici della Commissione continueranno a lavorare a oltranza i tecnici. Ma senza un via libera politico avranno ben poco da limare.
L'Unione europea - lo ha fatto capire senza sosta il commissario Pierre Moscovici - vuole che il 2,04 sia smussato ancora di alcuni decimali con interventi sulle misure strutturali. E nulla è più strutturale dei 4,5 miliardi stanziati per il 2019 per la famosa quota 100 sulle pensioni, degli 8 miliardi per il 2020 e altrettanti per il 2021. I "rigoristi" europei guardano a quel capitolo della manovra italiana con maggior sospetto, ben più che al reddito di cittadinanza già previsto sotto altre forme nelle legislazioni di vari paesi. Per i tedeschi, gli olandesi, i finlandesi, gli austriaci consentire agli italiani di andare in pensione a 62 anni è inconcepibile. La Fornero era stata imposta nel 2012 al governo Monti proprio dalla Ue: mancano i presupposti, a loro dire, per una retromarcia proprio ora.
Qui si apre la seconda parte del problema. La Lega non ci sta. E nelle ultime 24 ore il nervosismo da quella trincea è lievitato fino all'evocazione esplicita del voto anticipato. Matteo Salvini (rimasto a Milano per il compleanno della figlia) si è morso la lingua e - raccontano i suoi - si è imposto il silenzio per lasciar lavorare Conte e Tria. Niente dichiarazioni e niente dirette Facebook ma è un no comment che non lascia presagire alcuna disponibilità al dialogo. È più un avvertimento: se dovete intervenire, fatelo sul reddito di cittadinanza (rimasto a quota 7,5 miliardi), perché la Lega non scuce più un euro. Il capo tace ma lascia parlare il suo numero due Giorgetti per mandare a dire che il benefit ai poveri, loro, lo hanno digerito ma certo non lo avrebbero voluto. E soprattutto che, se Bruxelles non consente al governo gialloverde di andare avanti, allora si può tornare dritti alle urne. Al popolo, come dicono loro. Giorgia Meloni, seduta al suo fianco a un convegno sul sovranismo, gongola. Del resto, tra i due partiti, Lega e M5S, è il primo a non aver nulla da perdere, tra sondaggi in crescita e centrodestra pronto a sostenere l'opzione Salvini premier per superare in coalizione il 40 per cento necessario a costruire una maggioranza. Anche prima delle Europee, se la situazione dovesse precipitare.
Juncker, Merkel, Moscovici non hanno interesse ad aprire una procedura di infrazione, non conviene nemmeno alla Ue dichiarare guerra all'Italia sovranista a 5 mesi dal voto. Hanno passato per l'ultima volta la palla a Roma. È nello spogliatoio di Palazzo Chigi che dovranno decidere come giocarla.