Il sale della democrazia? E' il conflitto tra élite e popolo
Nadia Urbinati , di NADIA URBINATILa politologa interviene nel confronto di opinioni lanciato da Alessandro Baricco sul nostro giornale. Sostenendo che non dobbiamo temere l'attrito che spinge i "molti" a contestare i "pochi": è questa dialettica a mantenere sana la vita pubblica
La Francia dei gilet gialli, più radicalmente dell'Italia dei Vaffa, mette in discussione l'idea del "patto" tra la "gente" e le "élite", ci spiegano Alessandro Baricco ed Ezio Mauro nei loro interventi su Repubblica. Il tono dell'analisi è mesto; preoccupato per il rovesciamento di posto: quel che stava sotto ora sta sopra - una lingua povera e una cultura approssimativa. E internet che dà a tutti il passaporto al discorso pubblico. Mariana Mazzucato interviene per correggere questa lettura ricordando come le grandi innovazioni, sociali e politiche, siano dipese dalla tensione dei "molti" verso i "pochi" più che dalla deferenza. Si tratta di due letture della politica (e della democrazia) - una più egualitaria dell'altra; un assaggio di quelle stesse che hanno accompagnato la storia politica moderna e che, pur con le dovute proporzioni, hanno segnato la nascita e il declino del…
La Francia dei gilet gialli, più radicalmente dell'Italia dei Vaffa, mette in discussione l'idea del "patto" tra la "gente" e le "élite", ci spiegano Alessandro Baricco ed Ezio Mauro nei loro interventi su Repubblica. Il tono dell'analisi è mesto; preoccupato per il rovesciamento di posto: quel che stava sotto ora sta sopra - una lingua povera e una cultura approssimativa. E internet che dà a tutti il passaporto al discorso pubblico. Mariana Mazzucato interviene per correggere questa lettura ricordando come le grandi innovazioni, sociali e politiche, siano dipese dalla tensione dei "molti" verso i "pochi" più che dalla deferenza. Si tratta di due letture della politica (e della democrazia) - una più egualitaria dell'altra; un assaggio di quelle stesse che hanno accompagnato la storia politica moderna e che, pur con le dovute proporzioni, hanno segnato la nascita e il declino del Partito Democratico. Un partito che ha nel suo dna una visione ingessata del rapporto élite/gente.
Per Machiavelli, che subì con l'esilio la Firenze medicea, il conflitto tra i pochi e i molti è l'ossigeno della libertà politica e civile - non l'accondiscendenza per i pochi né la rivolta anarchica dei molti, ma la loro interazione polemica (più che un patto, un compromesso per un mutuo interesse). La storia della libertà politica come storia di "buoni ordini" - quel che oggi diremmo una costituzione e un sistema di regole democratiche condivise - che non nascono per volere delle aristocrazie e non si mantengono per loro merito; semmai sono l'esito di un potere strappato ai pochi. Poiché, si legge nei Discorsi, sono numericamente pochi coloro che amano il potere e di questo amore non sono mai sazi. Il massimo desiderio dei molti è la sicurezza di una tranquillità di vita quotidiana, dei possessi, degli affetti, di quel che oggi diremmo la libertà civile e personale. Quindi i pochi sono certo indispensabili al governo ma non sono i garanti della libertà - senza un controllo permanente, senza una prudente sfiducia preventiva alla loro tendenza a monopolizzare il potere, la libertà è perduta. Il danno arrecato dai pochi è comunque maggiore di quello che verrebbe della scompostezza delle moltitudini.
La nostalgia per le élite che sanno e provvedono trapela nelle opinioni contemporanee; un sentimento di diffidenza verso una lettura conflittuale della politica, nella convinzione guicciardiniana che nella stabile preminenza dei pochi che sanno stia la sicurezza dello Stato - dello Stato, appunto, non tanto della libertà. Se la politica è arte dello Stato, questa visione delle élite ha senso. Meno, se la politica è vita libera e civile, e diffidenza preventiva per il potere e chi lo tiene.
È il processo di circolazione e diffusione del potere la ragione per cui è desiderabile che ci siano attrito e conflitto. A questa visione della politica appartiene una onorabile schiera di intellettuali, non solo repubblicani e classici, ma anche liberali e socialisti moderni. John Stuart Mill era così convinto che il conflitto delle idee e per il potere fosse il sale del progresso da essere disposto ad accettare il rischio di tensioni disordinate. Gramsci compose pagine memorabili sulle élite italiane che si abbarbicavano sul ceto e un sapere stantio per governare popolazioni ignoranti e a loro sconosciute. Mettere in discussione visioni accettate, fare le pulci anche al vero se e quando il vero si atteggia a dogma: questo è argine al privilegio e alla propensione delle classi dominanti a tenere il potere più a lungo possibile.
Scrive Mazzucato che la dinamica sociale e democratica generata dalla tensione tra i pochi e i molti è un bene, non un fastidio; e si serve della storia classica per dirlo, ripetendo che le repubbliche acquistano e preservano le libertà grazie allo spirito di ribellione. Perché le élite tendono ad attrarsi e a fare ceto. Si fiutano e si aiutano a vicenda. Qui sta la loro forza organizzativa, al contrario dei molti che sono dispersi. In questo divorzio, e soprattutto nello smantellamento delle forze organizzate che teneva pochi e molti uniti e in reciproca tensione, è il problema del nostro tempo; quello che ha alimentato risentimento in coloro che sentono di essere esclusi, che sanno della vergognosa divaricazione di salari e stipendi, uno schiaffo alla dichiarazione di eguaglianza scritta nella Costituzione.
La democrazia non sopporta il consolidamento delle classi. E la scossa conflittuale è un bene, un bagno di realtà. Può non piacere l'approssimazione culturale, la caduta di stile e la grammatica incerta - ma l'umiliazione della scuola pubblica e l'abbattimento dei partiti devono pur essere rubricati come fattori determinanti, dei quali sono responsabili proprio coloro, i pochi, che hanno fatto credere di sapere provvedere. Per un governo come la democrazia, scriveva Bobbio, il processo di trasformazione è una condizione naturale; la nostalgia non vi attecchisce perché se e quando i giochi sono aperti non è per nulla certo che il bene stia nel passato e non anche davanti a noi.
Il dibattito sulle élite: gli interventi di Alessandro Baricco, Ezio Mauro, Mariana Mazzucato, Emanuele Coccia
Per Machiavelli, che subì con l'esilio la Firenze medicea, il conflitto tra i pochi e i molti è l'ossigeno della libertà politica e civile - non l'accondiscendenza per i pochi né la rivolta anarchica dei molti, ma la loro interazione polemica (più che un patto, un compromesso per un mutuo interesse). La storia della libertà politica come storia di "buoni ordini" - quel che oggi diremmo una costituzione e un sistema di regole democratiche condivise - che non nascono per volere delle aristocrazie e non si mantengono per loro merito; semmai sono l'esito di un potere strappato ai pochi. Poiché, si legge nei Discorsi, sono numericamente pochi coloro che amano il potere e di questo amore non sono mai sazi. Il massimo desiderio dei molti è la sicurezza di una tranquillità di vita quotidiana, dei possessi, degli affetti, di quel che oggi diremmo la libertà civile e personale. Quindi i pochi sono certo indispensabili al governo ma non sono i garanti della libertà - senza un controllo permanente, senza una prudente sfiducia preventiva alla loro tendenza a monopolizzare il potere, la libertà è perduta. Il danno arrecato dai pochi è comunque maggiore di quello che verrebbe della scompostezza delle moltitudini.
La nostalgia per le élite che sanno e provvedono trapela nelle opinioni contemporanee; un sentimento di diffidenza verso una lettura conflittuale della politica, nella convinzione guicciardiniana che nella stabile preminenza dei pochi che sanno stia la sicurezza dello Stato - dello Stato, appunto, non tanto della libertà. Se la politica è arte dello Stato, questa visione delle élite ha senso. Meno, se la politica è vita libera e civile, e diffidenza preventiva per il potere e chi lo tiene.
È il processo di circolazione e diffusione del potere la ragione per cui è desiderabile che ci siano attrito e conflitto. A questa visione della politica appartiene una onorabile schiera di intellettuali, non solo repubblicani e classici, ma anche liberali e socialisti moderni. John Stuart Mill era così convinto che il conflitto delle idee e per il potere fosse il sale del progresso da essere disposto ad accettare il rischio di tensioni disordinate. Gramsci compose pagine memorabili sulle élite italiane che si abbarbicavano sul ceto e un sapere stantio per governare popolazioni ignoranti e a loro sconosciute. Mettere in discussione visioni accettate, fare le pulci anche al vero se e quando il vero si atteggia a dogma: questo è argine al privilegio e alla propensione delle classi dominanti a tenere il potere più a lungo possibile.
Scrive Mazzucato che la dinamica sociale e democratica generata dalla tensione tra i pochi e i molti è un bene, non un fastidio; e si serve della storia classica per dirlo, ripetendo che le repubbliche acquistano e preservano le libertà grazie allo spirito di ribellione. Perché le élite tendono ad attrarsi e a fare ceto. Si fiutano e si aiutano a vicenda. Qui sta la loro forza organizzativa, al contrario dei molti che sono dispersi. In questo divorzio, e soprattutto nello smantellamento delle forze organizzate che teneva pochi e molti uniti e in reciproca tensione, è il problema del nostro tempo; quello che ha alimentato risentimento in coloro che sentono di essere esclusi, che sanno della vergognosa divaricazione di salari e stipendi, uno schiaffo alla dichiarazione di eguaglianza scritta nella Costituzione.
La democrazia non sopporta il consolidamento delle classi. E la scossa conflittuale è un bene, un bagno di realtà. Può non piacere l'approssimazione culturale, la caduta di stile e la grammatica incerta - ma l'umiliazione della scuola pubblica e l'abbattimento dei partiti devono pur essere rubricati come fattori determinanti, dei quali sono responsabili proprio coloro, i pochi, che hanno fatto credere di sapere provvedere. Per un governo come la democrazia, scriveva Bobbio, il processo di trasformazione è una condizione naturale; la nostalgia non vi attecchisce perché se e quando i giochi sono aperti non è per nulla certo che il bene stia nel passato e non anche davanti a noi.
Il dibattito sulle élite: gli interventi di Alessandro Baricco, Ezio Mauro, Mariana Mazzucato, Emanuele Coccia