"Avremmo piuttosto bisogno che Calenda portasse al voto una lista liberale". O Calenda o Renzi. "Ecco sì, uno dei due". Il renziano Antonello Giacomelli boccia l'idea di un fronte unito sotto la stessa bandiera lanciata dall'ex ministro dello Sviluppo economico e sposata da Martina, Zingaretti, Gentiloni oltre che da molti amministratori locali.
Un fronte contro il fronte. Con il retropensiero che questa proposta sia utile soprattutto a bloccare le iniziative solitarie di Renzi. Non è un caso che i candidati alla segreteria abbiano subito aderito al manifesto di Calenda. Giacomelli comunque non è affatto solo. L'intero mondo renziano, seppure diviso nelle preferenze per il congresso del Pd, si schiera contro l'idea di una lista unica. Qualcuno lo fa perché abbia spazio un altro partito, magari quello della scissione di Renzi. Qualcun altro perché vuole distinguersi dalla sinistra-sinistra che finirà per ess…
Un fronte contro il fronte. Con il retropensiero che questa proposta sia utile soprattutto a bloccare le iniziative solitarie di Renzi. Non è un caso che i candidati alla segreteria abbiano subito aderito al manifesto di Calenda. Giacomelli comunque non è affatto solo. L'intero mondo renziano, seppure diviso nelle preferenze per il congresso del Pd, si schiera contro l'idea di una lista unica. Qualcuno lo fa perché abbia spazio un altro partito, magari quello della scissione di Renzi. Qualcun altro perché vuole distinguersi dalla sinistra-sinistra che finirà per ess…
"Avremmo piuttosto bisogno che Calenda portasse al voto una lista liberale". O Calenda o Renzi. "Ecco sì, uno dei due". Il renziano Antonello Giacomelli boccia l'idea di un fronte unito sotto la stessa bandiera lanciata dall'ex ministro dello Sviluppo economico e sposata da Martina, Zingaretti, Gentiloni oltre che da molti amministratori locali.
Un fronte contro il fronte. Con il retropensiero che questa proposta sia utile soprattutto a bloccare le iniziative solitarie di Renzi. Non è un caso che i candidati alla segreteria abbiano subito aderito al manifesto di Calenda. Giacomelli comunque non è affatto solo. L'intero mondo renziano, seppure diviso nelle preferenze per il congresso del Pd, si schiera contro l'idea di una lista unica. Qualcuno lo fa perché abbia spazio un altro partito, magari quello della scissione di Renzi. Qualcun altro perché vuole distinguersi dalla sinistra-sinistra che finirà per essere della partita. Qualcun altro perché vuole coltivare la vocazione maggioritaria e riformista del Pd e non rinunciare al nome e al simbolo. Per un motivo o per l'altro, è un no.
Renzi osserva. Gli sembra che tutto sia stato ridotto già a dibattito congressuale (nei risultati parziali degli iscritti, ieri, Zingaretti sfiora ormai il 50 per cento) e "non entro nei problemi del Pd nemmeno sotto tortura", dice a qualche amico. Ma gli uomini e le donne che gli sono vicini dicono che così non va. A cominciare da Roberto Giachetti, vero ariete renziano nella sfida delle primarie, il più tiepido dei candidati al congresso verso la proposta di Calenda. "Temo che una lista unica avrebbe come collante solo l'essere anti-Salvini e darebbe ulteriore centralità al vicepremier", osserva Giacomelli.
In fondo, è lo stesso ragionamento espresso da Enrico Letta. Lo schieramento anti-populista come regalo estremo al populismo. "Ha ragione Enrico - dice Pina Picierno, eurodeputata del Pd - . È un fronte indistinto, pieno di ambiguità che finirebbe per dividersi una volta raggiunto l'Europarlamento. Calenda lo stimo tantissimo e lo vedrei bene nelle liste del Pd. Ma la lista unita, no". Picierno dice che sarebbe un'altra cosa un'alleanza programmatica. "Ma così rischia di essere un cartello elettorale che va dai fuoriusciti di Forza Italia a Leu".
Ecco, l'ipotesi che sotto il cappello di Calenda e di un Pd che entra nel listone possano ritrovarsi anche gli scissionisti Bersani e D'Alema non piace ad alcuni fedelissimi dell'ex segretario. "Io mi prendo il tempo di pensarci almeno fino alla fine del congresso - spiega Ettore Rosato - . Però la possibilità di ritrovarci sotto lo stesso tetto con quelli di Leu mi sembra ridicola". Il discorso di Sandro Gozi è ancora diverso. Diversificare l'offerta resta la sua idea. È il renziano più deciso sulla strada della scissione, anche dopo il manifesto di Calenda. Anzi, se diventa una cosa a trazione Pd, ce ne sarà ancora maggiore bisogno. "Con il proporzionale non sono sicuro che il partito unico sia la risposta più efficace - dice Gozi - . Meglio due liste. Una più a sinistra, una più centrale europeista, federalista, liberal-ecologista".
Il suo progetto dunque non cambia. E non cambia il lavoro che Ivan Scalfarotto continua a fare con i comitati civici voluti da Renzi in tutta Italia (ieri li ha riuniti a Milano). Troppa fretta, troppa indecisione. "Aspetterei di sapere come finisce il congresso prima di parlare di come presentarsi alle Europee. Non mettiamo il carro davanti ai buoi", spiega. Lui non vuole scissioni, ma neanche allargamenti. "Il Pd è la strada, la strada riformista, la risposta al populismo. Non deve parlare solo alla sinistra ma a tutti. Come fa la Lega, lo ripeto, muovendosi in una logica maggioritaria. Dobbiamo farlo anche noi, deve farlo anche il Pd".
Un fronte contro il fronte. Con il retropensiero che questa proposta sia utile soprattutto a bloccare le iniziative solitarie di Renzi. Non è un caso che i candidati alla segreteria abbiano subito aderito al manifesto di Calenda. Giacomelli comunque non è affatto solo. L'intero mondo renziano, seppure diviso nelle preferenze per il congresso del Pd, si schiera contro l'idea di una lista unica. Qualcuno lo fa perché abbia spazio un altro partito, magari quello della scissione di Renzi. Qualcun altro perché vuole distinguersi dalla sinistra-sinistra che finirà per essere della partita. Qualcun altro perché vuole coltivare la vocazione maggioritaria e riformista del Pd e non rinunciare al nome e al simbolo. Per un motivo o per l'altro, è un no.
Renzi osserva. Gli sembra che tutto sia stato ridotto già a dibattito congressuale (nei risultati parziali degli iscritti, ieri, Zingaretti sfiora ormai il 50 per cento) e "non entro nei problemi del Pd nemmeno sotto tortura", dice a qualche amico. Ma gli uomini e le donne che gli sono vicini dicono che così non va. A cominciare da Roberto Giachetti, vero ariete renziano nella sfida delle primarie, il più tiepido dei candidati al congresso verso la proposta di Calenda. "Temo che una lista unica avrebbe come collante solo l'essere anti-Salvini e darebbe ulteriore centralità al vicepremier", osserva Giacomelli.
In fondo, è lo stesso ragionamento espresso da Enrico Letta. Lo schieramento anti-populista come regalo estremo al populismo. "Ha ragione Enrico - dice Pina Picierno, eurodeputata del Pd - . È un fronte indistinto, pieno di ambiguità che finirebbe per dividersi una volta raggiunto l'Europarlamento. Calenda lo stimo tantissimo e lo vedrei bene nelle liste del Pd. Ma la lista unita, no". Picierno dice che sarebbe un'altra cosa un'alleanza programmatica. "Ma così rischia di essere un cartello elettorale che va dai fuoriusciti di Forza Italia a Leu".
Ecco, l'ipotesi che sotto il cappello di Calenda e di un Pd che entra nel listone possano ritrovarsi anche gli scissionisti Bersani e D'Alema non piace ad alcuni fedelissimi dell'ex segretario. "Io mi prendo il tempo di pensarci almeno fino alla fine del congresso - spiega Ettore Rosato - . Però la possibilità di ritrovarci sotto lo stesso tetto con quelli di Leu mi sembra ridicola". Il discorso di Sandro Gozi è ancora diverso. Diversificare l'offerta resta la sua idea. È il renziano più deciso sulla strada della scissione, anche dopo il manifesto di Calenda. Anzi, se diventa una cosa a trazione Pd, ce ne sarà ancora maggiore bisogno. "Con il proporzionale non sono sicuro che il partito unico sia la risposta più efficace - dice Gozi - . Meglio due liste. Una più a sinistra, una più centrale europeista, federalista, liberal-ecologista".
Il suo progetto dunque non cambia. E non cambia il lavoro che Ivan Scalfarotto continua a fare con i comitati civici voluti da Renzi in tutta Italia (ieri li ha riuniti a Milano). Troppa fretta, troppa indecisione. "Aspetterei di sapere come finisce il congresso prima di parlare di come presentarsi alle Europee. Non mettiamo il carro davanti ai buoi", spiega. Lui non vuole scissioni, ma neanche allargamenti. "Il Pd è la strada, la strada riformista, la risposta al populismo. Non deve parlare solo alla sinistra ma a tutti. Come fa la Lega, lo ripeto, muovendosi in una logica maggioritaria. Dobbiamo farlo anche noi, deve farlo anche il Pd".