Matteo Salvini col casco giallo e il giubbotto da poliziotto nei cantieri di Chiomonte è stata considerata l'ultima, inaccettabile provocazione. Il punto di non ritorno, per Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista che, davanti a quella scena consumata nella trincea "inviolabile" dei No-Tav, hanno perso ogni residua tolleranza. Spregiudicata sortita di un alleato in difficoltà, pronto ad alzare il prezzo sul tabù grillino della Torino-Lione pur di distogliere l'attenzione dal processo per sequestro dal quale però vorrebbe "essere salvato". Coi loro voti. Ecco, quel salvataggio a questo punto non è affatto scontato, né in giunta per l'immunità, né in aula, quando si voterà al Senato sulla richiesta dei giudici di Catania. Anzi, stando a quanto trapela dal Movimento, l'indirizzo che prevarrebbe in queste ore andrebbe nella direzione opposta.
La minaccia di crisi formulata di fatto da Luigi …
La minaccia di crisi formulata di fatto da Luigi …
Matteo Salvini col casco giallo e il giubbotto da poliziotto nei cantieri di Chiomonte è stata considerata l'ultima, inaccettabile provocazione. Il punto di non ritorno, per Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista che, davanti a quella scena consumata nella trincea "inviolabile" dei No-Tav, hanno perso ogni residua tolleranza. Spregiudicata sortita di un alleato in difficoltà, pronto ad alzare il prezzo sul tabù grillino della Torino-Lione pur di distogliere l'attenzione dal processo per sequestro dal quale però vorrebbe "essere salvato". Coi loro voti. Ecco, quel salvataggio a questo punto non è affatto scontato, né in giunta per l'immunità, né in aula, quando si voterà al Senato sulla richiesta dei giudici di Catania. Anzi, stando a quanto trapela dal Movimento, l'indirizzo che prevarrebbe in queste ore andrebbe nella direzione opposta.
La minaccia di crisi formulata di fatto da Luigi Di Maio ("Con noi al governo non si fa") e gli insulti del pasdaran Di Battista al suo fianco dalla campagna d'Abruzzo ("Salvini torni con Berlusconi e non rompa i...") sono un altolà reale, anzi definitivo, fanno sapere dal quartier generale M5S. C'è il tentativo di mediazione - l'ennesimo - imbastito in serata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è vero, concordato più con quell'area del governo. Accenna a una possibile "revisione del progetto" Tav, come previsto dal contratto, ma vincolata all'analisi costi-benefici. Ma non dovrà essere un escamotage per tirare a campare, per prendere quei tre mesi di tempo sui quali punta la Lega per scavallare le Europee e risedersi al tavolo a bocce ferme, fuori dal clima elettorale. E rimettere mano al progetto Torino-Lione, magari con corposi tagli da 1,5 miliardi sui cantieri italiani. No, nulla di tutto questo sarà possibile, fanno sapere ora Di Maio e Di Battista. Anche perché se finora il presidente del Consiglio ha tenuto una posizione più neutra, la situazione cambierà radicalmente da qui a dieci giorni, quando sarà reso pubblico una volta per tutte il dossier sui costi dell'opera. Anzi, già in serata fonti del ministero delle Infrastrutture che fa capo a Toninelli lasciano trapelare all'Ansa la notizia che "dall'approfondimento tecnico dell'analisi costi-benefici sul Tav sta emergendo un saldo fortemente negativo a carico della prosecuzione dell'opera". Il responso insomma è ormai scritto: è no. Al ministero stanno solo protocollando il tutto e traducendo il testo in inglese e francese per il "dovuto uso" che ne andrà fatto in sede Ue e a Parigi (loro 2,5 miliardi di appalti già pronti a partire).
Ebbene, la svolta politica che si annuncia sta proprio nel fatto che di fronte a quel responso con "saldo negativo", il premier Conte - che pure in cuor suo ha sperato fino all'ultimo in una ipotesi di compromesso, di revisione - non potrà che prendere atto che i cantieri andranno chiusi, la mega opera non andrà fatta. E a sottolinearlo sono le stesse fonti di governo M5S: il capo del governo si schiererà anche lui per il no e in pochi giorni Matteo Salvini resterà col cerino della Tav in mano, ma spento.
Anche perché, come va ripetendo il ministro delle Infrastrutture Toninelli ai suoi interlocutori in queste ore, è dalla sua scrivania che dovrebbero partire, controfirmati, i contratti per l'apertura dei vari lotti della Torino-Lione. Ma quelle firme, analisi alla mano, non saranno mai apposte. Discorso chiuso? L'affare si è complicato a tal punto che non viene escluso un vertice del "triumvirato" di governo già nelle prossime ore, al più tardi lunedì.
Di Maio del resto ha caricato la pistola della crisi di governo qualora l'alleato dovesse insistere: con loro a Palazzo Chigi, la Tav non si farà. Per Salvini le cose non stanno così. Fin dalle prime uscite del duo Di Maio-Di Battista ha ordinato a tutto lo stato maggiore leghista di non replicare, non cedere alle minacce. La linea è quella che lui stesso si fa carico di rilanciare da un'altra piazza abruzzese, Giulianova, stavolta non in divisa ma in maglia giallorossa della locale squadra di calcio: "La Tav serve agli italiani, siamo persone di buon senso e troveremo un accordo". Ma ha avuto l'effetto della seconda provocazione in due giorni, agli occhi degli alleati. La mossa di un leader che punta a tutti i costi su un'opera strategica in quel Piemonte che nell'election day del 26 maggio la Lega vuole conquistare. Fosse pure attraverso la "revisione del progetto" da affidare a un tavolo tecnico da insediare dopo le elezioni. Troppo tardi, forse.
La ghigliottina dell'analisi sui costi corre veloce. Il 19 febbraio il cda di Telt che lavora alle gallerie dovrà decidere come procedere. La Francia attende subito una risoluzione italiana. Per Di Maio e i suoi, è il Salvini di sempre che tenta solo di lucrare consensi. Ma stavolta il Movimento ha in mano i voti per decidere, al Senato, il destino dell'alleato.
La minaccia di crisi formulata di fatto da Luigi Di Maio ("Con noi al governo non si fa") e gli insulti del pasdaran Di Battista al suo fianco dalla campagna d'Abruzzo ("Salvini torni con Berlusconi e non rompa i...") sono un altolà reale, anzi definitivo, fanno sapere dal quartier generale M5S. C'è il tentativo di mediazione - l'ennesimo - imbastito in serata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è vero, concordato più con quell'area del governo. Accenna a una possibile "revisione del progetto" Tav, come previsto dal contratto, ma vincolata all'analisi costi-benefici. Ma non dovrà essere un escamotage per tirare a campare, per prendere quei tre mesi di tempo sui quali punta la Lega per scavallare le Europee e risedersi al tavolo a bocce ferme, fuori dal clima elettorale. E rimettere mano al progetto Torino-Lione, magari con corposi tagli da 1,5 miliardi sui cantieri italiani. No, nulla di tutto questo sarà possibile, fanno sapere ora Di Maio e Di Battista. Anche perché se finora il presidente del Consiglio ha tenuto una posizione più neutra, la situazione cambierà radicalmente da qui a dieci giorni, quando sarà reso pubblico una volta per tutte il dossier sui costi dell'opera. Anzi, già in serata fonti del ministero delle Infrastrutture che fa capo a Toninelli lasciano trapelare all'Ansa la notizia che "dall'approfondimento tecnico dell'analisi costi-benefici sul Tav sta emergendo un saldo fortemente negativo a carico della prosecuzione dell'opera". Il responso insomma è ormai scritto: è no. Al ministero stanno solo protocollando il tutto e traducendo il testo in inglese e francese per il "dovuto uso" che ne andrà fatto in sede Ue e a Parigi (loro 2,5 miliardi di appalti già pronti a partire).
Ebbene, la svolta politica che si annuncia sta proprio nel fatto che di fronte a quel responso con "saldo negativo", il premier Conte - che pure in cuor suo ha sperato fino all'ultimo in una ipotesi di compromesso, di revisione - non potrà che prendere atto che i cantieri andranno chiusi, la mega opera non andrà fatta. E a sottolinearlo sono le stesse fonti di governo M5S: il capo del governo si schiererà anche lui per il no e in pochi giorni Matteo Salvini resterà col cerino della Tav in mano, ma spento.
Anche perché, come va ripetendo il ministro delle Infrastrutture Toninelli ai suoi interlocutori in queste ore, è dalla sua scrivania che dovrebbero partire, controfirmati, i contratti per l'apertura dei vari lotti della Torino-Lione. Ma quelle firme, analisi alla mano, non saranno mai apposte. Discorso chiuso? L'affare si è complicato a tal punto che non viene escluso un vertice del "triumvirato" di governo già nelle prossime ore, al più tardi lunedì.
Di Maio del resto ha caricato la pistola della crisi di governo qualora l'alleato dovesse insistere: con loro a Palazzo Chigi, la Tav non si farà. Per Salvini le cose non stanno così. Fin dalle prime uscite del duo Di Maio-Di Battista ha ordinato a tutto lo stato maggiore leghista di non replicare, non cedere alle minacce. La linea è quella che lui stesso si fa carico di rilanciare da un'altra piazza abruzzese, Giulianova, stavolta non in divisa ma in maglia giallorossa della locale squadra di calcio: "La Tav serve agli italiani, siamo persone di buon senso e troveremo un accordo". Ma ha avuto l'effetto della seconda provocazione in due giorni, agli occhi degli alleati. La mossa di un leader che punta a tutti i costi su un'opera strategica in quel Piemonte che nell'election day del 26 maggio la Lega vuole conquistare. Fosse pure attraverso la "revisione del progetto" da affidare a un tavolo tecnico da insediare dopo le elezioni. Troppo tardi, forse.
La ghigliottina dell'analisi sui costi corre veloce. Il 19 febbraio il cda di Telt che lavora alle gallerie dovrà decidere come procedere. La Francia attende subito una risoluzione italiana. Per Di Maio e i suoi, è il Salvini di sempre che tenta solo di lucrare consensi. Ma stavolta il Movimento ha in mano i voti per decidere, al Senato, il destino dell'alleato.