Cantone lascia l'Anac per il gelo della Lega e il tradimento del M5S
di LIANA MILELLAI controlli sulla Raggi, i dissidi sul codice degli appalti e il tetto dei 150 mila euro, le critiche al decreto su Genova, hanno scavato un solco profondo fra il presidente dell'Anticorruzione e i partiti del governo giallo-verde
"Dimissioni? Non ci ho pensato neppure per un secondo... La mia agenda è piena di impegni, da qui ai prossimi mesi". Ripete così, Raffaele Cantone, ai tanti amici che lo chiamano per sapere se davvero intende lasciare, su due piedi, la presidenza dell'Anac, l'Autorità Anticorruzione divenuta ormai un punto di riferimento internazionale tra chi vuole bonificare il mondo degli appalti. Per loro sì, per il governo in carica no. Per questo la stanchezza c'è, inutile nasconderla. E anche il rapporto difficile con Conte e i suoi ministri.
È ormai una fotografia del passato la collaborazione piena con Renzi e Gentiloni, il viaggio con il primo da Obama, il pranzo con i capi di Stato col secondo. Dopo la musica è cambiata, sin dalle prime mosse del governo gialloverde. Quel discorso di Conte al Senato, il 7 giugno 2018, quando disse che l'Anac "non aveva dato i risultati sperati". E ancora il continuo …
È ormai una fotografia del passato la collaborazione piena con Renzi e Gentiloni, il viaggio con il primo da Obama, il pranzo con i capi di Stato col secondo. Dopo la musica è cambiata, sin dalle prime mosse del governo gialloverde. Quel discorso di Conte al Senato, il 7 giugno 2018, quando disse che l'Anac "non aveva dato i risultati sperati". E ancora il continuo …
"Dimissioni? Non ci ho pensato neppure per un secondo... La mia agenda è piena di impegni, da qui ai prossimi mesi". Ripete così, Raffaele Cantone, ai tanti amici che lo chiamano per sapere se davvero intende lasciare, su due piedi, la presidenza dell'Anac, l'Autorità Anticorruzione divenuta ormai un punto di riferimento internazionale tra chi vuole bonificare il mondo degli appalti. Per loro sì, per il governo in carica no. Per questo la stanchezza c'è, inutile nasconderla. E anche il rapporto difficile con Conte e i suoi ministri.
È ormai una fotografia del passato la collaborazione piena con Renzi e Gentiloni, il viaggio con il primo da Obama, il pranzo con i capi di Stato col secondo. Dopo la musica è cambiata, sin dalle prime mosse del governo gialloverde. Quel discorso di Conte al Senato, il 7 giugno 2018, quando disse che l'Anac "non aveva dato i risultati sperati". E ancora il continuo tam tam per cambiare il codice degli appalti, senza però ascoltare il parere di Cantone. O ancora il decreto Genova, sul quale solo nelle commissioni parlamentari il magistrato esprime un giudizio critico che scuote perfino Salvini e lo spinge a una verifica. Per non parlare, a ridosso del voto sulla legge "spazzacorrotti", della singolare iniziativa di rendere liberi per gli enti locali gli appalti fino a 150mila euro.
Nove mesi vissuti sul filo, con sgradevoli punture di spillo, come quella di un leghista che in commissione, proprio mentre si discute dei 150mila euro, a chi enumera i dubbi di Cantone reagisce stizzito: "Ma che aspetta questo a tornare in magistratura?". E Cantone ci pensa davvero mentre è in viaggio in Messico, un paio di settimane fa. Calcola i tempi. Mancano esattamente 14 mesi alla scadenza del suo mandato, ma lui sa bene che sono lunghi anche i tempi del Csm. Si liberano quattro procure, Roma, Perugia, Frosinone, Torre Annunziata.
Esclude la prima, perché nel suo curriculum di magistrato non ci sono già incarichi direttivi. Vuole rimettersi la toga, come ha sempre detto in ogni intervista, ma senza strafare. Presenta le domande che, giunte al Csm, non restano riservate per un minuto. Un sito umbro fa lo scoop. Per questo non fa neppure in tempo ad avvertire il governo. Quando martedì la notizia è già sulle agenzie scrive a Conte, che gli risponde a stretto giro, si vedranno la prossima settimana. Fa lo stesso con Bonafede e Salvini. Considera le domande un fatto normale, in linea col il suo passato da pm a Napoli. Il clamore che hanno suscitato lo disturba. Smentisce infastidito le dimissioni. Ma certo, a fronte dell'immediata e aperta solidarietà del Pd, sorprende il silenzioso gelo di M5S e Lega.
È un fatto, non c'è feeling tra Cantone e "loro". È un lontano ricordo il rapporto con M5S, che pure era un "cliente fisso" nelle stanze dell'Anac da partito d'opposizione. Sarà per via degli atti mandati in procura sul sindaco Raggi e i rapporti con Marra, sarà perché adesso M5S non ritiene di avere più bisogno dei suggerimenti e della supervisione di Cantone. Fatto sta che per Di Maio e per Di Battista tutta la politica anticorruzione è nelle mani solo del Guardasigilli Bonafede. Per Cantone mai una citazione.
La legge "spazzacorrotti" passa alla Camera, ma Cantone deve ammettere che non ha neppure letto il testo. Nessuno glielo ha sottoposto per un parere. Quando ne parla non nasconde i dubbi sul Daspo, anche se promuove l'agente sotto copertura. Tuttavia è evidente che Cantone è stato messo fuori dalla stanza dei bottoni. Succede lo stesso sul codice degli appalti, che Cantone ha sponsorizzato, e che invece tutto l'attuale governo, all'insegna di un'irresponsabile liberalizzazione, critica perché bloccherebbe le imprese. Siamo al viaggio in Messico, quando Cantone si ritrova in mano l'elenco delle procure libere e dice a se stesso: "Ma sì, senza strappi, è tempo di tornare negli uffici di frontiera a fare il magistrato".
È ormai una fotografia del passato la collaborazione piena con Renzi e Gentiloni, il viaggio con il primo da Obama, il pranzo con i capi di Stato col secondo. Dopo la musica è cambiata, sin dalle prime mosse del governo gialloverde. Quel discorso di Conte al Senato, il 7 giugno 2018, quando disse che l'Anac "non aveva dato i risultati sperati". E ancora il continuo tam tam per cambiare il codice degli appalti, senza però ascoltare il parere di Cantone. O ancora il decreto Genova, sul quale solo nelle commissioni parlamentari il magistrato esprime un giudizio critico che scuote perfino Salvini e lo spinge a una verifica. Per non parlare, a ridosso del voto sulla legge "spazzacorrotti", della singolare iniziativa di rendere liberi per gli enti locali gli appalti fino a 150mila euro.
Nove mesi vissuti sul filo, con sgradevoli punture di spillo, come quella di un leghista che in commissione, proprio mentre si discute dei 150mila euro, a chi enumera i dubbi di Cantone reagisce stizzito: "Ma che aspetta questo a tornare in magistratura?". E Cantone ci pensa davvero mentre è in viaggio in Messico, un paio di settimane fa. Calcola i tempi. Mancano esattamente 14 mesi alla scadenza del suo mandato, ma lui sa bene che sono lunghi anche i tempi del Csm. Si liberano quattro procure, Roma, Perugia, Frosinone, Torre Annunziata.
Esclude la prima, perché nel suo curriculum di magistrato non ci sono già incarichi direttivi. Vuole rimettersi la toga, come ha sempre detto in ogni intervista, ma senza strafare. Presenta le domande che, giunte al Csm, non restano riservate per un minuto. Un sito umbro fa lo scoop. Per questo non fa neppure in tempo ad avvertire il governo. Quando martedì la notizia è già sulle agenzie scrive a Conte, che gli risponde a stretto giro, si vedranno la prossima settimana. Fa lo stesso con Bonafede e Salvini. Considera le domande un fatto normale, in linea col il suo passato da pm a Napoli. Il clamore che hanno suscitato lo disturba. Smentisce infastidito le dimissioni. Ma certo, a fronte dell'immediata e aperta solidarietà del Pd, sorprende il silenzioso gelo di M5S e Lega.
È un fatto, non c'è feeling tra Cantone e "loro". È un lontano ricordo il rapporto con M5S, che pure era un "cliente fisso" nelle stanze dell'Anac da partito d'opposizione. Sarà per via degli atti mandati in procura sul sindaco Raggi e i rapporti con Marra, sarà perché adesso M5S non ritiene di avere più bisogno dei suggerimenti e della supervisione di Cantone. Fatto sta che per Di Maio e per Di Battista tutta la politica anticorruzione è nelle mani solo del Guardasigilli Bonafede. Per Cantone mai una citazione.
La legge "spazzacorrotti" passa alla Camera, ma Cantone deve ammettere che non ha neppure letto il testo. Nessuno glielo ha sottoposto per un parere. Quando ne parla non nasconde i dubbi sul Daspo, anche se promuove l'agente sotto copertura. Tuttavia è evidente che Cantone è stato messo fuori dalla stanza dei bottoni. Succede lo stesso sul codice degli appalti, che Cantone ha sponsorizzato, e che invece tutto l'attuale governo, all'insegna di un'irresponsabile liberalizzazione, critica perché bloccherebbe le imprese. Siamo al viaggio in Messico, quando Cantone si ritrova in mano l'elenco delle procure libere e dice a se stesso: "Ma sì, senza strappi, è tempo di tornare negli uffici di frontiera a fare il magistrato".