L’assedio leghista al Cavaliere stanco. Toti: “Dopo le europee nuovo partito”
Carmelo Lopapa , di CARMELO LOPAPAIl fantasma del bunga bunga si abbatte su Forza Italia. Salvini chiede il candidato anche in Piemonte per governare l'intero Nord
Silvio Berlusconi lascia l'hotel di Melfi quasi di soppiatto. Appare provato, stanco, cupo in volto. Non rilascia alcuna dichiarazione ai giornalisti che lo aspettano fuori: ancora 24 ore prima era stato un fiume in piena. L'anziano leader decide di chiudere lì, in anticipo, la seconda giornata di campagna elettorale in Basilicata in vista delle regionali del 24. Lo staff annulla su suo ordine l'ultima tappa di Venosa, in provincia di Potenza. In mattinata lo stesso Cavaliere aveva tentato di stroncare sul nascere qualsiasi giallo legato alla morte per presunto avvelenamento di Imane Fadil, teste chiave del processo Ruby ter, negando perfino di averla mai conosciuta.
Ma è evidente anche a lui che la nuova marea montante di polemiche e ricostruzioni che lo inchiodano all'era delle Olgettine e del "bunga bunga" - col processo a suo carico per altro ancora in corso - rischia di coprire anche gli ultimi, disperati sforzi di rianimare Forza Italia a…
Ma è evidente anche a lui che la nuova marea montante di polemiche e ricostruzioni che lo inchiodano all'era delle Olgettine e del "bunga bunga" - col processo a suo carico per altro ancora in corso - rischia di coprire anche gli ultimi, disperati sforzi di rianimare Forza Italia a…
Silvio Berlusconi lascia l'hotel di Melfi quasi di soppiatto. Appare provato, stanco, cupo in volto. Non rilascia alcuna dichiarazione ai giornalisti che lo aspettano fuori: ancora 24 ore prima era stato un fiume in piena. L'anziano leader decide di chiudere lì, in anticipo, la seconda giornata di campagna elettorale in Basilicata in vista delle regionali del 24. Lo staff annulla su suo ordine l'ultima tappa di Venosa, in provincia di Potenza. In mattinata lo stesso Cavaliere aveva tentato di stroncare sul nascere qualsiasi giallo legato alla morte per presunto avvelenamento di Imane Fadil, teste chiave del processo Ruby ter, negando perfino di averla mai conosciuta.
Ma è evidente anche a lui che la nuova marea montante di polemiche e ricostruzioni che lo inchiodano all'era delle Olgettine e del "bunga bunga" - col processo a suo carico per altro ancora in corso - rischia di coprire anche gli ultimi, disperati sforzi di rianimare Forza Italia a dispetto degli 83 anni. Le ombre dei vecchi scandali si allungano, lo inseguono fino al più sperduto paese lucano e l'ex premier non ha più le forze di un tempo per combattere, per scacciarle. Il partito naviga nei sondaggi sotto la soglia di galleggiamento del 10 per cento. Il Cavaliere tornerà forse in Basilicata nel prossimo fine settimana per tirare la volata al candidato di un centrodestra che ha chance di vittoria anche lì, per non lasciare campo libero a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Ma dopo le Europee, quel che resta di Forza Italia rischia di polverizzarsi. Berlusconi si candiderà da capolista in tutte le circoscrizioni pur di riconquistare un seggio parlamentare, tutte con l'eccezione del Centro per consentire l'elezione del presidente uscente dell'Europarlamento Antonio Tajani. Ma proprio il delfino designato per raccogliere il testimone del partito è stato azzoppato dalla larga eco che ha avuto in tutta Europa l'uscita sul primo Mussolini che "ha fatto anche cose positive". Il partito si ritrova ormai acefalo. E restano nel dibattito di palazzo le indiscrezioni sull'ipotetica scalata dell'antisalviniana Mara Carfagna.
La leadership del centrodestra Berlusconi e Forza Italia l'avevano perduta già col sorpasso leghista del 4 marzo 2018. Ma il passaggio di consegne simbolico è avvenuto mercoledì sera, 13 marzo 2019, quando per la prima volta il vertice della coalizione su candidature e regionali si è tenuto sì a Piazza Grazioli, ma non nella residenza storica del Cavaliere bensì nella palazzina di fronte, quella nella disponibilità del Viminale che ospita l'appartamento del ministro dell'Interno Matteo Salvini. Il fondatore di Fi non è andato, al suo posto appunto Tajani e la senatrice Licia Ronzulli, poi Giorgia Meloni con Ignazio La Russa per Fdi. C'è un nuovo padrone di casa, sebbene per il momento in prestito alla "nazionale" di governo gialloverde. Tanto è vero che sulla candidatura che stava più a cuore ai berlusconiani, quella di Alberto Cirio per la Regione Piemonte in cui si voterà il 26 maggio, ha nicchiato, preso tempo. La Lega accarezza il sogno di chiudere con un suo uomo l'intero arco delle regioni del Nord dato che, sondaggi alla mano, avrebbe i numeri per imporsi sugli alleati. "Piemonte? Prima la Basilicata, poi parleremo del resto", ha tagliato corto il vicepremier ieri a Potenza.
Ma il rimescolamento in atto è destinato a radere al suolo vecchie sigle e a generare un nuovo paesaggio politico dopo le Europee. "Salvini può anche guidare il centrodestra, a patto che la prospettiva sia quella e che dimostri capacità tenerlo unito come ha fatto per oltre vent'anni Berlusconi", dice un forzista di lungo corso come Maurizio Gasparri. Il tema è quanti resteranno nella "vecchia" Fi all'indomani del 26 maggio. In tanti, stando ai capannelli del Transatlantico, sarebbero già pronti a traslocare nel nuovo soggetto al quale dovrebbero dar vita Giorgia Meloni e i governatori Giovanni Toti (Liguria) e Nello Musumeci (Sicilia). "La Lega non ha più alcun interesse a una riedizione del centrodestra - racconta proprio Toti, sulla carta targato ancora Fi - La riflessione adesso è tutta nel nostro campo: purtroppo non siamo più riferimento del mondo produttivo e dell'area moderata del Paese. Io ero per un partito unico repubblicano - continua l'ex direttore Mediaset - ma la Lega non ha alcun interesse a farlo. Allora dico sì al nuovo contenitore politico, purché Giorgia Meloni non pensi a un'annessione: non ci troveremmo a nostro agio in una cosa di destra allargata. Se invece questi amici sono pronti a dar vita a un cantiere nuovo in cui anche i moderati, i liberali, i cattolici si possano sentire a casa, allora siamo disponibili a discuterne. Ma attenzione - avverte - a collocarsi alla sinistra di Salvini, dato che la destra Matteo la occupa già bene da solo". E con due condizioni di partenza: "Le primarie per eleggere il leader, su base democratica, e pari dignità tra tutte le culture, senza egemonie da destra". Fi a quel punto resterebbe una ridotta in mano agli irriducibili del berlusconismo. Se il partito nascerà, diventerà la gamba "sinistra" utile a Salvini quando deciderà di sgambettare Di Maio. E di puntare dritto su Palazzo Chigi.
Ma è evidente anche a lui che la nuova marea montante di polemiche e ricostruzioni che lo inchiodano all'era delle Olgettine e del "bunga bunga" - col processo a suo carico per altro ancora in corso - rischia di coprire anche gli ultimi, disperati sforzi di rianimare Forza Italia a dispetto degli 83 anni. Le ombre dei vecchi scandali si allungano, lo inseguono fino al più sperduto paese lucano e l'ex premier non ha più le forze di un tempo per combattere, per scacciarle. Il partito naviga nei sondaggi sotto la soglia di galleggiamento del 10 per cento. Il Cavaliere tornerà forse in Basilicata nel prossimo fine settimana per tirare la volata al candidato di un centrodestra che ha chance di vittoria anche lì, per non lasciare campo libero a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Ma dopo le Europee, quel che resta di Forza Italia rischia di polverizzarsi. Berlusconi si candiderà da capolista in tutte le circoscrizioni pur di riconquistare un seggio parlamentare, tutte con l'eccezione del Centro per consentire l'elezione del presidente uscente dell'Europarlamento Antonio Tajani. Ma proprio il delfino designato per raccogliere il testimone del partito è stato azzoppato dalla larga eco che ha avuto in tutta Europa l'uscita sul primo Mussolini che "ha fatto anche cose positive". Il partito si ritrova ormai acefalo. E restano nel dibattito di palazzo le indiscrezioni sull'ipotetica scalata dell'antisalviniana Mara Carfagna.
La leadership del centrodestra Berlusconi e Forza Italia l'avevano perduta già col sorpasso leghista del 4 marzo 2018. Ma il passaggio di consegne simbolico è avvenuto mercoledì sera, 13 marzo 2019, quando per la prima volta il vertice della coalizione su candidature e regionali si è tenuto sì a Piazza Grazioli, ma non nella residenza storica del Cavaliere bensì nella palazzina di fronte, quella nella disponibilità del Viminale che ospita l'appartamento del ministro dell'Interno Matteo Salvini. Il fondatore di Fi non è andato, al suo posto appunto Tajani e la senatrice Licia Ronzulli, poi Giorgia Meloni con Ignazio La Russa per Fdi. C'è un nuovo padrone di casa, sebbene per il momento in prestito alla "nazionale" di governo gialloverde. Tanto è vero che sulla candidatura che stava più a cuore ai berlusconiani, quella di Alberto Cirio per la Regione Piemonte in cui si voterà il 26 maggio, ha nicchiato, preso tempo. La Lega accarezza il sogno di chiudere con un suo uomo l'intero arco delle regioni del Nord dato che, sondaggi alla mano, avrebbe i numeri per imporsi sugli alleati. "Piemonte? Prima la Basilicata, poi parleremo del resto", ha tagliato corto il vicepremier ieri a Potenza.
Ma il rimescolamento in atto è destinato a radere al suolo vecchie sigle e a generare un nuovo paesaggio politico dopo le Europee. "Salvini può anche guidare il centrodestra, a patto che la prospettiva sia quella e che dimostri capacità tenerlo unito come ha fatto per oltre vent'anni Berlusconi", dice un forzista di lungo corso come Maurizio Gasparri. Il tema è quanti resteranno nella "vecchia" Fi all'indomani del 26 maggio. In tanti, stando ai capannelli del Transatlantico, sarebbero già pronti a traslocare nel nuovo soggetto al quale dovrebbero dar vita Giorgia Meloni e i governatori Giovanni Toti (Liguria) e Nello Musumeci (Sicilia). "La Lega non ha più alcun interesse a una riedizione del centrodestra - racconta proprio Toti, sulla carta targato ancora Fi - La riflessione adesso è tutta nel nostro campo: purtroppo non siamo più riferimento del mondo produttivo e dell'area moderata del Paese. Io ero per un partito unico repubblicano - continua l'ex direttore Mediaset - ma la Lega non ha alcun interesse a farlo. Allora dico sì al nuovo contenitore politico, purché Giorgia Meloni non pensi a un'annessione: non ci troveremmo a nostro agio in una cosa di destra allargata. Se invece questi amici sono pronti a dar vita a un cantiere nuovo in cui anche i moderati, i liberali, i cattolici si possano sentire a casa, allora siamo disponibili a discuterne. Ma attenzione - avverte - a collocarsi alla sinistra di Salvini, dato che la destra Matteo la occupa già bene da solo". E con due condizioni di partenza: "Le primarie per eleggere il leader, su base democratica, e pari dignità tra tutte le culture, senza egemonie da destra". Fi a quel punto resterebbe una ridotta in mano agli irriducibili del berlusconismo. Se il partito nascerà, diventerà la gamba "sinistra" utile a Salvini quando deciderà di sgambettare Di Maio. E di puntare dritto su Palazzo Chigi.