Quell’ecomostro sul mare a Montalto: sarà demolita la centrale degli sprechi
Sergio Rizzo , di SERGIO RIZZOVia ai lavori in estate. Era la più grande, controversa e inutile centrale elettrica del Paese. Negli ultimi giorni di marzo l'Enel ha bandito le gare per lo smantellamento di due delle quattro caldaie dell'impianto
ROMA - Si dovrà aspettare l'estate, per vedere le gru al lavoro e le carovane dei tir portare via i pezzi smontati di quella che fu la più grande, controversa e inutile centrale elettrica del Paese. Ma l'operazione che farà scomparire dallo skyline tirrenico l'enorme ecomostro di Montalto di Castro è ormai partita. Negli ultimi giorni di marzo l'Enel ha bandito le gare per lo smantellamento di due delle quattro caldaie dell'impianto. E si comincia così a chiudere una pagina ingombrante della nostra storia recente, tanta è la forza simbolica di quella pila esausta, come era stata definita giusto un anno fa su queste colonne. Battezzata senza troppa fortuna "Alessandro Volta": proprio lui, l'inventore della pila.
L'impianto termoelettrico di Montalto di Castro può essere considerato a ragione il più gigantesco monumento che l'Italia abbia eretto a errori strategici, sprechi e stupri ambien…
L'impianto termoelettrico di Montalto di Castro può essere considerato a ragione il più gigantesco monumento che l'Italia abbia eretto a errori strategici, sprechi e stupri ambien…
ROMA - Si dovrà aspettare l'estate, per vedere le gru al lavoro e le carovane dei tir portare via i pezzi smontati di quella che fu la più grande, controversa e inutile centrale elettrica del Paese. Ma l'operazione che farà scomparire dallo skyline tirrenico l'enorme ecomostro di Montalto di Castro è ormai partita. Negli ultimi giorni di marzo l'Enel ha bandito le gare per lo smantellamento di due delle quattro caldaie dell'impianto. E si comincia così a chiudere una pagina ingombrante della nostra storia recente, tanta è la forza simbolica di quella pila esausta, come era stata definita giusto un anno fa su queste colonne. Battezzata senza troppa fortuna "Alessandro Volta": proprio lui, l'inventore della pila.
L'impianto termoelettrico di Montalto di Castro può essere considerato a ragione il più gigantesco monumento che l'Italia abbia eretto a errori strategici, sprechi e stupri ambientali del secondo dopoguerra. La sua ciminiera alta 150 metri spuntò dal nulla un quarto di secolo fa a poche centinaia di metri dalla duna incontaminata del litorale tirrenico. La tirarono su accanto alla centrale nucleare costruita in cinque anni superando le violente contestazioni degli ambientalisti, ma non entrata mai in funzione a causa del referendum del 1987 con cui gli italiani, sull'onda emotiva generata dall'incidente di Chernobyl avevano detto no all'energia atomica. Subito scattò la corsa ai rimborsi dei cosiddetti oneri nucleari: un fiume di denaro giustificato con la necessità di indennizzare chi avrebbe dovuto rinunciare a molti affari per colpa della volontà popolare, alimentò per anni i conti di società pubbliche e private. Al punto che nessuno è in grado di dire con esattezza quanto ci sia costata l'uscita dall'avventura atomica. Certo non meno dell'equivalente di una quindicina di miliardi. E ancora oggi quella partita ci costa in bolletta una cifra valutabile in 150 milioni l'anno. Si arriva però ad almeno 30 miliardi se si calcola anche l'operazione Montalto di Castro. Costata, da sola, fra 15 e 16 miliardi: ovvero 250 euro per ogni italiano, neonati e centenari compresi.
La centrale nucleare, chiusa quando per farla partire bastava solo girare l'interruttore dopo aver speso almeno 7mila miliardi di lire, non fu mai demolita. In compenso il governo di Ciriaco De Mita autorizzò l'Enel a realizzare lì accanto la più grande centrale termoelettrica italiana. Spendendo altri 9.437 miliardi di lire. Chiamarono l'operazione "riconversione", ma in realtà non si fece altro che costruire un secondo impianto molto più grande e impattante sull'ambiente. Per non parlare dell'inquinamento e del salasso. La centrale termoelettrica era nata già vecchia, con costi di esercizio così alti da diventare ben presto insostenibili. Né l'aggiunta di otto corpi a turbogas modificò lo scenario. Tanto che la "Alessandro Volta" finì per essere relegata a centrale di riserva da accendere solo nei picchi di domanda. Prima di essere spenta del tutto, con l'ipotesi di una "riconversione" dell'area. Vera, questa volta, in senso turistico.
Ma l'Italia è disseminata di armadi pieni di ipotesi destinate a rimanere tali o a diventare realtà solo in tempi biblici. Ed è qui che comincia la partita a scacchi con il Comune di Montalto di Castro. L'amministrazione guidata da Sergio Caci sostiene che l'Enel avrebbe dovuto da tempo abbattere quantomeno la carcassa della ex centrale nucleare, argomentando che fra i rimborsi degli oneri nucleari sarebbe stata compresa anche la somma per liberare l'area dall'impianto mai entrato in funzione. E arriva a minacciare un'ordinanza di demolizione. Alla fine si decide di mettere mano non all'impianto nucleare, ma all'ecomostro ormai spento. Il gigante termoelettrico sarà quindi demolito, liberando 250 ettari in riva al mare, davanti a una duna incontaminata: preservata, paradossalmente, proprio dalla centrale. Per non parlare dei chilometri di cavi e tralicci. Il che potrebbe aprire un'altra fase delicata e densa di interrogativi, in un Paese dove il confine fra il sano sfruttamento turistico e la pura speculazione è sempre stato assai labile. In questo caso si parla di un'area più grande del Principato di Monaco, a un centinaio di chilometri da Roma e a un tiro di schioppo dall'Argentario. Esiste già un progetto fatto per l'Enel dallo studio di architettura Amati. Ma si muovono pure interessi di gruppi esteri. Come la London & regional properties, che si sarebbe già fatta avanti per annusare l'affare. Vedremo. Quanto alla vecchia centrale nucleare, resterà lì. La trasformeranno in parcheggio, o magari in un centro commerciale. A imperitura memoria di una pagina che forse non si sarebbe mai dovuta aprire.
L'impianto termoelettrico di Montalto di Castro può essere considerato a ragione il più gigantesco monumento che l'Italia abbia eretto a errori strategici, sprechi e stupri ambientali del secondo dopoguerra. La sua ciminiera alta 150 metri spuntò dal nulla un quarto di secolo fa a poche centinaia di metri dalla duna incontaminata del litorale tirrenico. La tirarono su accanto alla centrale nucleare costruita in cinque anni superando le violente contestazioni degli ambientalisti, ma non entrata mai in funzione a causa del referendum del 1987 con cui gli italiani, sull'onda emotiva generata dall'incidente di Chernobyl avevano detto no all'energia atomica. Subito scattò la corsa ai rimborsi dei cosiddetti oneri nucleari: un fiume di denaro giustificato con la necessità di indennizzare chi avrebbe dovuto rinunciare a molti affari per colpa della volontà popolare, alimentò per anni i conti di società pubbliche e private. Al punto che nessuno è in grado di dire con esattezza quanto ci sia costata l'uscita dall'avventura atomica. Certo non meno dell'equivalente di una quindicina di miliardi. E ancora oggi quella partita ci costa in bolletta una cifra valutabile in 150 milioni l'anno. Si arriva però ad almeno 30 miliardi se si calcola anche l'operazione Montalto di Castro. Costata, da sola, fra 15 e 16 miliardi: ovvero 250 euro per ogni italiano, neonati e centenari compresi.
La centrale nucleare, chiusa quando per farla partire bastava solo girare l'interruttore dopo aver speso almeno 7mila miliardi di lire, non fu mai demolita. In compenso il governo di Ciriaco De Mita autorizzò l'Enel a realizzare lì accanto la più grande centrale termoelettrica italiana. Spendendo altri 9.437 miliardi di lire. Chiamarono l'operazione "riconversione", ma in realtà non si fece altro che costruire un secondo impianto molto più grande e impattante sull'ambiente. Per non parlare dell'inquinamento e del salasso. La centrale termoelettrica era nata già vecchia, con costi di esercizio così alti da diventare ben presto insostenibili. Né l'aggiunta di otto corpi a turbogas modificò lo scenario. Tanto che la "Alessandro Volta" finì per essere relegata a centrale di riserva da accendere solo nei picchi di domanda. Prima di essere spenta del tutto, con l'ipotesi di una "riconversione" dell'area. Vera, questa volta, in senso turistico.
Ma l'Italia è disseminata di armadi pieni di ipotesi destinate a rimanere tali o a diventare realtà solo in tempi biblici. Ed è qui che comincia la partita a scacchi con il Comune di Montalto di Castro. L'amministrazione guidata da Sergio Caci sostiene che l'Enel avrebbe dovuto da tempo abbattere quantomeno la carcassa della ex centrale nucleare, argomentando che fra i rimborsi degli oneri nucleari sarebbe stata compresa anche la somma per liberare l'area dall'impianto mai entrato in funzione. E arriva a minacciare un'ordinanza di demolizione. Alla fine si decide di mettere mano non all'impianto nucleare, ma all'ecomostro ormai spento. Il gigante termoelettrico sarà quindi demolito, liberando 250 ettari in riva al mare, davanti a una duna incontaminata: preservata, paradossalmente, proprio dalla centrale. Per non parlare dei chilometri di cavi e tralicci. Il che potrebbe aprire un'altra fase delicata e densa di interrogativi, in un Paese dove il confine fra il sano sfruttamento turistico e la pura speculazione è sempre stato assai labile. In questo caso si parla di un'area più grande del Principato di Monaco, a un centinaio di chilometri da Roma e a un tiro di schioppo dall'Argentario. Esiste già un progetto fatto per l'Enel dallo studio di architettura Amati. Ma si muovono pure interessi di gruppi esteri. Come la London & regional properties, che si sarebbe già fatta avanti per annusare l'affare. Vedremo. Quanto alla vecchia centrale nucleare, resterà lì. La trasformeranno in parcheggio, o magari in un centro commerciale. A imperitura memoria di una pagina che forse non si sarebbe mai dovuta aprire.