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Elezioni, La questione morale che può affondare la sinistra a Perugia

L'inchiesta che coinvolge la governatrice Marini e il segretario del Pd regionale Giampiero Bocci, rischia di trasformare i prossimi passaggi elettorali nella tempesta perfetta. Domenica si vota per scegliere il sindaco e il Pd presenta il giornalista Giuliano Giubilei. Ma rischia di essere sconfitto al primo turno
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L'insegna sta ancora lì, ben piantata sopra il portone di piazza della Repubblica per decenni sede del partito un tempo comunista, e poi Pds, e poi Ds, e poi Pd. "Partito democratico" campeggia a caratteri cubitali, e in rilievo: perché si veda da tutto Corso Vannucci, il cuore di Perugia. Ma del Pd è rimasta solo la scritta. La federazione regionale non c'è più da un anno e mezzo. Sfrattata dal proprietario, la Fondazione Pietro Conti dei diessini duri e puri, una di quelle messe in piedi nel 2007 da Ugo Sposetti per blindare il patrimonio immobiliare che fu del Pci proprio sotto il naso di Walter Veltroni, il quale nulla poté. Tranne che rassegnarsi a diventare da padrone a semplice inquilino, in comodato gratuito.


La vecchia sede volevano venderla e si era fatto avanti un deputato di Forza Italia, Pietro Laffranco, con il fratello di un assessore della giunta di centrodestra che governa Perugia da cinque anni, nientemeno…
L'insegna sta ancora lì, ben piantata sopra il portone di piazza della Repubblica per decenni sede del partito un tempo comunista, e poi Pds, e poi Ds, e poi Pd. "Partito democratico" campeggia a caratteri cubitali, e in rilievo: perché si veda da tutto Corso Vannucci, il cuore di Perugia. Ma del Pd è rimasta solo la scritta. La federazione regionale non c'è più da un anno e mezzo. Sfrattata dal proprietario, la Fondazione Pietro Conti dei diessini duri e puri, una di quelle messe in piedi nel 2007 da Ugo Sposetti per blindare il patrimonio immobiliare che fu del Pci proprio sotto il naso di Walter Veltroni, il quale nulla poté. Tranne che rassegnarsi a diventare da padrone a semplice inquilino, in comodato gratuito.


La vecchia sede volevano venderla e si era fatto avanti un deputato di Forza Italia, Pietro Laffranco, con il fratello di un assessore della giunta di centrodestra che governa Perugia da cinque anni, nientemeno. Poi però non se n'è fatto più niente. I reduci dem hanno traslocato in un buco alle spalle del Corso Vannucci, dentro un angolo nascosto della città. E non c'è storia migliore per dare il senso dello smottamento di un sistema di potere ormai al capolinea.

La governatrice dell'Umbria Catiuscia Marini allora s'indignò contro "una vicenda immorale", salvo poi finire tritata a sua volta da una faccenda dove il senso morale pesa decisamente più del senso penale. Perché non esiste questione più immorale, per la politica, che pilotare le nomine nella sanità pubblica. Non bastasse, ora l'inchiesta che coinvolge lei e il segretario del Pd regionale Giampiero Bocci, ex democristiano e margheritino per cinque anni sottosegretario all'Interno, rischia di trasformare i prossimi passaggi elettorali nella tempesta perfetta.

Il clima era già pesante. Da quando nel 2014, subito dopo elezioni europee con un Pd balzato qui al 49%, il sindaco uscente Wladimiro Boccali era stato stracciato dal giovane forzista Andrea Romizi, nipote del grecista Renato Romizi, con il 58%. Poi il crollo alle ultime politiche e la bruciante sconfitta di Terni. Ma con le campane che suonavano a morto l'ultima cosa che ci voleva era una indagine giudiziaria. Né è mancata la ciliegina sulla torta, con la governatrice Marini che vota in consiglio regionale contro le proprie dimissioni già rassegnate, per poi riconfermarle. Scatenando l'ira del segretario del Pd Nicola Zingaretti.

Un episodio surreale innescato da un consigliere dem, Giacomo Leonello Leonelli, che non ha votato la mozione con cui il consiglio regionale respingeva le dimissioni di Catiuscia ma solo formalmente, per concederle almeno l'onore delle armi. E siccome mancando quel voto pure l'onore delle armi sarebbe mancato, ecco che Catiuscia ha pensato bene di votare al posto di Leonelli contro le proprie dimissioni. Autogol clamoroso seguito da malori. Ma c'è da dire che la richiesta di dimissioni di Zingaretti proprio non le era andata giù, e ancor meno quella di Carlo Calenda. Così aveva reagito accusando "un partito malato di giustizialismo" di usare due pesi e due misure con una chiara allusione al governatore della Calabria Mario Oliverio, indagato però non dimissionato: "Sono l'unica presidente di Regione donna del Pd. Altri presidenti del mio partito sono indagati ma solo a me viene chiesto un gesto di responsabilità". Miccia ideale per uno psicodramma.

"Aspettavo solo un segnale che quel voto del consiglio non fosse un giochetto per congelare tutto. Però non è arrivato e allora non ho votato. Ho fatto questa scelta perché mi sentivo di interpretare il sentimento della base, e la rifarei. Se è vero che qualcuno del Pd usava i concorsi pubblici per scopi personali in barba alla meritocrazia, è gravissimo. Ma ora bisogna tornare a camminare a testa alta", dice Leonelli. Pur sapendo che con tali premesse c'è il rischio che domenica il candidato sindaco del Pd, il giornalista Giuliano Giubilei, vesta i panni dell'agnello sacrificale. Se cinque anni fa Romizi ha vinto al ballottaggio, non è escluso che stavolta con le sue otto liste zeppe di avvocati e nomi della buona società come Filippo Buitoni, esponente della vecchia dinastia industriale perugina, la spunti al primo turno grazie alla spinta impetuosa del voto leghista.

La speranza di arrivare al ballottaggio per Giubilei è legata al risultato del Movimento 5 stelle, a Perugia non smagliante come altrove, e per giunta finito anch'esso nello psicodramma. È accaduto che il vertice grillino ha scelto di puntare su Francesca Tizi, già candidata senza fortuna al Senato nel 2018, anziché sulla capogruppo in consiglio comunale Cristina Rosetti, che ci contava. Imbufalita, se n'è andata e ora si presenta con una propria lista.

Spiega il politologo Alessandro Campi, ordinario di Scienza politica all'università di Perugia: "La crisi del sistema umbro ha a che fare con un processo profondo di trasformazione amministrativa della politica. Come se l'amministrazione stessa si fosse fatta partito. Questo ha fatto venir meno la capacità strategica, relegando la sfera politica alla gestione degli affari correnti, anche del piccolo cabotaggio...".

La visione corta di una classe dirigente non all'altezza ha accorciato anche gli orizzonti della sopravvivenza del ceto politico locale. Ed è un fatto che l'inchiesta sulla sanità perugina, a prescindere dagli esiti, segni il clamoroso fallimento dell'accordo fra Marini e Bocci, soltanto pochi mesi fa sostenuto dalla governatrice nella contesa per la segreteria del partito locale contro l'attuale commissario spedito da Zingaretti Walter Verini. Accordo che mirava a preservare il blocco di potere esistente anche alle prossime elezioni regionali con la staffetta (ora ovviamente improponibile) fra Catiuscia Marini e Bocci.

Ma che in alcune circostanze ancora tiene. Si vede nell'elezione del rettore dell'università: con il terzo in graduatoria, il chimico Fausto Elisei vicino a Cl e al giro di Bocci pronto a riversare i propri voti al ballottaggio sul secondo arrivato, il giurista Maurizio Oliviero già collaboratore di Catiuscia Marini, contro il primo classificato Franco Cotana.
Quanto potrà durare? Al sottosegretario all'Interno di Busto Arsizio Stefano Candiani la Lega ha dato l'incarico di pianificare la conquista anche dell'Umbria, dove forse si voterà a ottobre: operazione per cui è stato fatto il nome di un'altra donna, dopo Rita Lorenzetti e Catiuscia Marini. Quello di Donatella Tesei, senatrice e sindaca di Montefalco, proposta da Salvini. Il che ha fatto scoppiare una discreta cagnara nel centrodestra. Ma questa è un'altra storia.

Aggiornamento: il giurista Maurizio Oliviero è stato indicato come collaboratore della presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini. In realtà il professor Oliviero non risulta essere stato collaboratore di Marini né aver ricevuto incarichi da lei.