Europee, l’astensionismo e gli indecisi incognite sul voto
Lavinia Rivara
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di LAVINIA RIVARA
Gli esperti non si aspettano un altro calo dell'affluenza, le elezioni amministrative potrebbero fare da traino alle Europee. Ma saranno le scelte all'ultimo momento degli incerti e del Sud a determinare l'esito finale
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
A due settimane dal voto due elettori su tre ancora non sapevano se e chi avrebbero votato. È il dato che più colpisce dell'ultima rilevazione di Demos per Repubblica. Tra questi un 36% era incerto ma interessato alla campagna elettorale, mentre un altro 25% non la seguiva affatto. E l'alto numero di indecisi è un elemento che accomuna molti degli ultimi sondaggi.
Dati che, in altri tempi, avrebbero fatto subito scattare l'allarme astensionismo. Ora invece gli esperti scommettono su una percentuale di votanti vicina a quella del 2014, il 57%. Intendiamoci, un astensionismo al 40% di per sé non è certo un fenomeno positivo (meglio della media Ue che sfiora il 60%), ma se si fermasse lì rappresenterebbe comunque una inversione di tendenza rispetto al progressivo ma inesorabile allontanamento dalle urne delle Europee (e non solo): dal 72% del 2004 al 65% del 2009, al 57% appunto di cinque anni fa. Anzi c'è chi addirittura …
A due settimane dal voto due elettori su tre ancora non sapevano se e chi avrebbero votato. È il dato che più colpisce dell'ultima rilevazione di Demos per Repubblica. Tra questi un 36% era incerto ma interessato alla campagna elettorale, mentre un altro 25% non la seguiva affatto. E l'alto numero di indecisi è un elemento che accomuna molti degli ultimi sondaggi.
Dati che, in altri tempi, avrebbero fatto subito scattare l'allarme astensionismo. Ora invece gli esperti scommettono su una percentuale di votanti vicina a quella del 2014, il 57%. Intendiamoci, un astensionismo al 40% di per sé non è certo un fenomeno positivo (meglio della media Ue che sfiora il 60%), ma se si fermasse lì rappresenterebbe comunque una inversione di tendenza rispetto al progressivo ma inesorabile allontanamento dalle urne delle Europee (e non solo): dal 72% del 2004 al 65% del 2009, al 57% appunto di cinque anni fa. Anzi c'è chi addirittura non esclude una lieve crescita della partecipazione. Come mai? Perché si è visto che buona parte degli indecisi alla fine adotta il voto "last minute".
Incerti fino all'ultimo
Se Alessandra Ghisleri, direttore di Euromedia Research, ripete spesso che il 30% (circa 15 milioni di cittadini) decide nelle ultime due settimane chi votare, per Ilvo Diamanti, presidente di Demos e docente di Scienza politica all'università di Urbino, il 10-15% fa la sua scelta addirittura il giorno stesso in cui si reca alle urne, magari davanti alla scheda.
"Alle ultime Politiche è andata così, ormai i meccanismi decisionali sono sempre più imprevedibili", spiega Diamanti. "Fino al 2008 otto italiani su dieci votavano sempre allo stesso modo, per atto di fede. Oggi quel voto ideologico è sparito e più cresce la fluidità più fare i sondaggi diventa difficile. Come si è visto nel 2013 col Pd di Bersani che prese molto meno di quel che si stimava, perché già in quelle elezioni politiche c'era una quota di indecisi vicina a quella attuale".
Una quota che, secondo il politologo, non autorizza "a dare per scontata una crescita dell'astensione, intanto perché le amministrative faranno da traino e poi perché tra quei due terzi di incerti una buona parte esprime comunque un orientamento politico. La maggioranza si colloca nel centrosinistra, ma è tentata dai 5Stelle anche in chiave anti-Salvini".
Già, la concomitanza domenica prossima tra Europee (50 milioni di elettori) e elezioni amministrative (16 milioni di cittadini per le Comunali e tre milioni e mezzo per le regionali in Piemonte), giocherà un ruolo positivo sull'affluenza, già nel 2014 era andata così. Ma non è questo l'unico motivo che, secondo gli esperti, giocherà a favore della partecipazione.
La posta in gioco nazionale
"Queste Europee sono caricate più di altre volte di elementi che possono favorire la partecipazione, di aspettative sugli effetti nella politica interna" dice Dario Tuorto, professore di Sociologia all'università di Bologna e autore di diversi saggi sull'astensionismo. Del resto non è un mistero che le sorti del governo gialloverde dipendano in buona parte dal risultato delle urne di domenica. Ma ci sono ragioni più profonde. Alle Politiche dell'anno scorso l'affluenza ha toccato il minimo storico, ma non c'è stato il crollo che molti si aspettavano (72,9% contro il 75,2 del 2013) e a sorpresa a "tenere" di più (e qualche volta perfino a crescere), è stato il voto meridionale. In Sardegna poi, a febbraio, la partecipazione è salita di un punto e mezzo sulle regionali precedenti.
"Il fatto è che il voto di protesta è rientrato attraverso una nuova offerta politica" spiega ancora Tuorto, incanalato cioè da 5Stelle e Lega. E ora che loro sono al potere "possono dare ancora l'impressione di poter governare, non credo che abbiano già consumato la loro credibilità, perché il metodo di scaricare su altri colpe e responsabilità, per esempio sulle istituzioni europee, nei primi anni può ancora funzionare".
Chi vince e chi perde con l'astensionismo
L'affluenza è destinata ad incidere in modo significativo sul risultato delle singole forze politiche. Se tiene può favorire i partiti populisti, quelli che anche se al governo ancora cercano di cavalcare il malcontento. Ma dopo le primarie del Pd, sfociate nella leadership di Zingaretti, "potrebbe anche esserci un ritorno di elettori del centrosinistra, quelli che nel 2018 si erano astenuti o che si erano momentaneamente parcheggiati presso i 5Stelle" conclude Tuorto.
Salvatore Vassallo, che insegna Scienza politica a Bologna, ritiene addirittura possibile "un lieve rimbalzo dell'affluenza, perché la polarizzazione indotta da Salvini porterà ad una maggiore mobilitazione sia del suo elettorato, sia di coloro che lo considerano un nemico e un pericolo. Un meccanismo che potrebbe penalizzare i grillini, che infatti per risalire nei consensi ora cercano di presentarsi anche loro come forza anti-Lega". Di certo, secondo Vassallo, nel mare degli indecisi navigano molti ex elettori di Di Maio.
L'importanza del Mezzogiorno
"Il Sud può essere decisivo", segnala Lorenzo Pregliasco, docente di Scienze politiche e analista politico di Youtrend. "Alle Europee del 2014 l'affluenza nella circoscrizione meridionale fu molto bassa, circa il 51%, con punte negative del 42,7 in Sicilia e Sardegna. Ma allora i 5Stelle non si erano ancora radicati nel Mezzogiorno come invece è avvenuto alle Politiche del 2018. Quindi è chiaro che un ritorno dell'astensionismo al Sud può danneggiare il Movimento, e magari anche innescare il sorpasso del Pd".
Per quasi tutte le forze politiche la partita si vince o si perde per un paio di punti. La Lega deve arrivare al 30% se vuole rompere con i 5Stelle o provare ad imporgli i suoi piani, già se prende il 28 non è la stessa cosa. Grillini e Pd giocano per il secondo posto e l'ultima supermedia dei sondaggi li dà a meno di due punti di distanza. Per Forza Italia la soglia psicologica per la sopravvivenza è il 10%. E allora il futuro di questi partiti è appeso a quei cinque-sette milioni di italiani che solo domenica, solo quando entreranno nel seggio, decideranno dove mettere la croce.