Elezioni Europee, panico M5S per la disfatta. Di Maio sotto accusa: “Abbiamo sbagliato tutto”
Annalisa Cuzzocrea , Annalisa Cuzzocrea
ROMA - A mezzanotte e mezzo Luigi Di Maio - alla Camera, in sala Tatarella - è seduto al tavolo che ha visto nascere il contratto di governo con la Lega. Gli occhi fissi sulle proiezioni di voto trasmesse dalla tv. Un silenzio che nessuno osa rompere: non i portavoce del Movimento 5 stelle, i capigruppo alla Camera e al Senato, la fidanzata tornata di corsa dalla Sardegna, i fedelissimi di Davide Casaleggio Pietro Dettori e Max Bugani. Dice solo una cosa, il capo politico: "Attenti alla somma dei voti tra Lega e Fratelli d'Italia. Se Salvini deciderà di rompere, non sarà per tornare con Berlusconi".
Chi gli è accanto scommette che avverrà. "Ci porteranno al voto presto", è la profezia che passa di bocca in bocca tra i dirigenti M5S. Anche se la linea decisa dalla comunicazione è un'altra: ammettere la sconfitta, incolpare la scarsa affluenza, indicare le mancate risposte del governo come causa della di…
Chi gli è accanto scommette che avverrà. "Ci porteranno al voto presto", è la profezia che passa di bocca in bocca tra i dirigenti M5S. Anche se la linea decisa dalla comunicazione è un'altra: ammettere la sconfitta, incolpare la scarsa affluenza, indicare le mancate risposte del governo come causa della di…
ROMA - A mezzanotte e mezzo Luigi Di Maio - alla Camera, in sala Tatarella - è seduto al tavolo che ha visto nascere il contratto di governo con la Lega. Gli occhi fissi sulle proiezioni di voto trasmesse dalla tv. Un silenzio che nessuno osa rompere: non i portavoce del Movimento 5 stelle, i capigruppo alla Camera e al Senato, la fidanzata tornata di corsa dalla Sardegna, i fedelissimi di Davide Casaleggio Pietro Dettori e Max Bugani. Dice solo una cosa, il capo politico: "Attenti alla somma dei voti tra Lega e Fratelli d'Italia. Se Salvini deciderà di rompere, non sarà per tornare con Berlusconi".
Chi gli è accanto scommette che avverrà. "Ci porteranno al voto presto", è la profezia che passa di bocca in bocca tra i dirigenti M5S. Anche se la linea decisa dalla comunicazione è un'altra: ammettere la sconfitta, incolpare la scarsa affluenza, indicare le mancate risposte del governo come causa della disaffezione dei propri elettori. "Testa bassa e lavorare - manda a dire il vicepremier M5S - adesso cabina di regia sul territorio per rafforzare la base".
La giornata di ieri però, cominciata con il voto a Pomigliano, il calore di casa e il pranzo della mamma, si chiude per Di Maio come un sipario su tutte le speranze. Su tutte le illusioni. Cinque giorni fa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio M5S Vincenzo Spadafora aveva chiamato il leghista Giancarlo Giorgetti: "Dobbiamo capire come ripartire", gli aveva detto. "Luigi e Matteo devono recuperare un rapporto". L'idea era quella di vedersi il prima possibile. Ma niente sarà come i 5 stelle lo avevano immaginato. Con una situazione di squilibrio, sì, ma non così ampio, così irrecuperabile. Non c'è nessuna ripresa, nessuna rimonta, nessun argine alla disfatta del Movimento e del suo capo politico. Che ha portato la campagna tutta sulle sue spalle. E che l'ha clamorosamente fallita. I drammi in corso sono due: nel governo e nel partito. I vertici avevano messo a tacere la paura. Avevano scommesso che l'esecutivo avrebbe retto. "Il problema è che adesso vorranno comandare loro, ci porteranno all'esasperazione e tutto quel che non si riuscirà a fare lo attribuiranno a noi", dice uno degli esponenti di governo più vicini al leader M5S. Talmente vicino da vedere che il vicepremier ha sbagliato tutto: "Al nord è un'ecatombe, se anche il sud ci avesse votato più di quanto non abbia fatto non sarebbe servito a nulla. Abbiamo pagato le gaffes, l'inesperienza. Siamo stati capaci di far passare quei trogloditi della Lega per preparati. È il momento di cambiare".
Ognuno ha la sua analisi della sconfitta. Nessuno ha il coraggio di farla davanti a Di Maio, che pure è già sul banco degli imputati. Davide Casaleggio ha seguito tutto restando nell'ombra: l'avvertimento che aveva lanciato su Le Monde, quello sul vincolo del secondo mandato che non si tocca, era un segnale preciso ai "governisti": le assenze alla kermesse commemorativa di Ivrea sono state considerate un boicottaggio; la forzatura sulle cinque capolista donne scelte dalla società civile una mossa inutile; la fretta sulle regole da approvare, un tentativo di cambiare pelle al Movimento. Se Beppe Grillo resta a guardare e fa meditazione zen, il figlio del cofondatore non ne ha alcuna intenzione. Interverrà. Così come ha voglia di intervenire Alessandro Di Battista, molto attivo negli ultimi giorni. Tanto da andare a trovare al ministero il sottosegretario agli Affari regionali Stefano Buffagni. Un giro d'orizzonte, che comprende cene e chiacchierate con esponenti di spicco M5S. "Abbiamo sbagliato a puntare la campagna sul governo - dice Pietro Dettori in una riunione riservata - dovevamo parlare di Europa".
Facile dirlo, ora. Ma in Europa non una mossa è stata azzeccata. I populisti polacchi di Pawel Kukiz, scelti contro ogni coerenza (sono entrati al Parlamento di Varsavia con l'ultradestra, pensano di donne e gay quel che ne pensano i congressisti di Verona), non hanno preso neanche un seggio. Ne prendono uno i croati di Zivi Zid. Poi nient'altro. Se mai i 5 stelle hanno davvero pensato di costruire un gruppo che fosse ago della bilancia al Parlamento europeo, si sono accorti ieri di aver venduto fumo. E se fino a ieri l'unico pensiero di Di Maio era come ricominciare dopo tutti i colpi sferrati agli alleati, da stasera i pensieri sono molti di più e molto più cupi. E i nemici, non più solo fuori, ma dentro il Movimento.
Chi gli è accanto scommette che avverrà. "Ci porteranno al voto presto", è la profezia che passa di bocca in bocca tra i dirigenti M5S. Anche se la linea decisa dalla comunicazione è un'altra: ammettere la sconfitta, incolpare la scarsa affluenza, indicare le mancate risposte del governo come causa della disaffezione dei propri elettori. "Testa bassa e lavorare - manda a dire il vicepremier M5S - adesso cabina di regia sul territorio per rafforzare la base".
La giornata di ieri però, cominciata con il voto a Pomigliano, il calore di casa e il pranzo della mamma, si chiude per Di Maio come un sipario su tutte le speranze. Su tutte le illusioni. Cinque giorni fa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio M5S Vincenzo Spadafora aveva chiamato il leghista Giancarlo Giorgetti: "Dobbiamo capire come ripartire", gli aveva detto. "Luigi e Matteo devono recuperare un rapporto". L'idea era quella di vedersi il prima possibile. Ma niente sarà come i 5 stelle lo avevano immaginato. Con una situazione di squilibrio, sì, ma non così ampio, così irrecuperabile. Non c'è nessuna ripresa, nessuna rimonta, nessun argine alla disfatta del Movimento e del suo capo politico. Che ha portato la campagna tutta sulle sue spalle. E che l'ha clamorosamente fallita. I drammi in corso sono due: nel governo e nel partito. I vertici avevano messo a tacere la paura. Avevano scommesso che l'esecutivo avrebbe retto. "Il problema è che adesso vorranno comandare loro, ci porteranno all'esasperazione e tutto quel che non si riuscirà a fare lo attribuiranno a noi", dice uno degli esponenti di governo più vicini al leader M5S. Talmente vicino da vedere che il vicepremier ha sbagliato tutto: "Al nord è un'ecatombe, se anche il sud ci avesse votato più di quanto non abbia fatto non sarebbe servito a nulla. Abbiamo pagato le gaffes, l'inesperienza. Siamo stati capaci di far passare quei trogloditi della Lega per preparati. È il momento di cambiare".
Ognuno ha la sua analisi della sconfitta. Nessuno ha il coraggio di farla davanti a Di Maio, che pure è già sul banco degli imputati. Davide Casaleggio ha seguito tutto restando nell'ombra: l'avvertimento che aveva lanciato su Le Monde, quello sul vincolo del secondo mandato che non si tocca, era un segnale preciso ai "governisti": le assenze alla kermesse commemorativa di Ivrea sono state considerate un boicottaggio; la forzatura sulle cinque capolista donne scelte dalla società civile una mossa inutile; la fretta sulle regole da approvare, un tentativo di cambiare pelle al Movimento. Se Beppe Grillo resta a guardare e fa meditazione zen, il figlio del cofondatore non ne ha alcuna intenzione. Interverrà. Così come ha voglia di intervenire Alessandro Di Battista, molto attivo negli ultimi giorni. Tanto da andare a trovare al ministero il sottosegretario agli Affari regionali Stefano Buffagni. Un giro d'orizzonte, che comprende cene e chiacchierate con esponenti di spicco M5S. "Abbiamo sbagliato a puntare la campagna sul governo - dice Pietro Dettori in una riunione riservata - dovevamo parlare di Europa".
Facile dirlo, ora. Ma in Europa non una mossa è stata azzeccata. I populisti polacchi di Pawel Kukiz, scelti contro ogni coerenza (sono entrati al Parlamento di Varsavia con l'ultradestra, pensano di donne e gay quel che ne pensano i congressisti di Verona), non hanno preso neanche un seggio. Ne prendono uno i croati di Zivi Zid. Poi nient'altro. Se mai i 5 stelle hanno davvero pensato di costruire un gruppo che fosse ago della bilancia al Parlamento europeo, si sono accorti ieri di aver venduto fumo. E se fino a ieri l'unico pensiero di Di Maio era come ricominciare dopo tutti i colpi sferrati agli alleati, da stasera i pensieri sono molti di più e molto più cupi. E i nemici, non più solo fuori, ma dentro il Movimento.