Dopo le Europee Salvini detta legge: “Subito sicurezza e Tav”
Carmelo Lopapa , di Carmelo LopapaIl vicepremier esulta: "Ora si fa come dico io". E tra le condizioni per evitare la crisi c'è anche l'autonomia. Il centrodestra adesso avrebbe la maggioranza
ROMA - Ha trasformato l'Italia nella roccaforte nero-sovranista che sognava. La Lega è il primo partito sfondando il muro del 30 per cento, in un'Europa in cui l'internazionale delle destre arranca. Nella notte di via Bellerio Matteo Salvini gongola, si gode il suo personalissimo successo sugli alleati-avversari che scivolano rovinosamente al terzo gradino della scala. "La gente sta dalla nostra parte e adesso si fa come diciamo noi - esulta il ministro dell'Interno con Giancarlo Giorgetti e il ministro Lorenzo Fontana, a porte chiuse, al primo piano della sede della Lega - Eravamo al 6 alle Europee del 2014, al 17 solo un anno fa: se qualcosa è cambiato, è grazie a questo signore che ha chiuso i porti". Adesso si apre tutta un'altra partita, il vicepremier leghista lo ha ben chiaro, anche se scendendo in sala stampa all'una di notte ripeterà per tre volte che "in Italia non cambia nulla, da oggi si torna a lavor…
ROMA - Ha trasformato l'Italia nella roccaforte nero-sovranista che sognava. La Lega è il primo partito sfondando il muro del 30 per cento, in un'Europa in cui l'internazionale delle destre arranca. Nella notte di via Bellerio Matteo Salvini gongola, si gode il suo personalissimo successo sugli alleati-avversari che scivolano rovinosamente al terzo gradino della scala. "La gente sta dalla nostra parte e adesso si fa come diciamo noi - esulta il ministro dell'Interno con Giancarlo Giorgetti e il ministro Lorenzo Fontana, a porte chiuse, al primo piano della sede della Lega - Eravamo al 6 alle Europee del 2014, al 17 solo un anno fa: se qualcosa è cambiato, è grazie a questo signore che ha chiuso i porti". Adesso si apre tutta un'altra partita, il vicepremier leghista lo ha ben chiaro, anche se scendendo in sala stampa all'una di notte ripeterà per tre volte che "in Italia non cambia nulla, da oggi si torna a lavorare, non chiedo una poltrona in più". Ma la valanga di punti che ormai li separa dal Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio inverte gli equilibri di governo, terremota i rapporti di forza, trasferisce il pallino del governo nelle mani del vicepremier leghista.
"Andare avanti per quattro anni con il premier espressione del terzo partito è un problema loro, non sarò io ad aprire la questione o a scatenare la crisi, non lo avrei fatto neanche se avessi avuto il 35 per cento", è stato il ragionamento di Salvini nella notte con Giorgetti e Fontana, raggiunti nello studio di Bellerio dall'economista della Lega Claudio Borghi - Non ne faremo una questione di poltrone, ma di programmi sì, eccome, voglio un'accelerazione sulle cose da fare, quello lo pretendo". Cosa vuol dire lo spiegherà sempre a loro, nel chiuso della stanza, prima di presentarsi alle telecamere. Significa che "se Luigi vuole andare avanti, allora andrà aperta la fase due, quella del fare". Ovvero del fare quel che chiede la Lega. "Perché siamo il primo partito", ripete Salvini. "Bisognerà però vedere a quel punto - è il ragionamento degli uomini di governo che lo stanno ascoltando - se loro reggeranno alla pressione". Anche perché saranno dettate, quasi imposte, condizioni-cappio agli alleati che, per dirla con un ministro, "hanno trascorso gli ultimi due mesi a insultarci illudendosi così di conquistare più voti". La Lega passa adesso all'incasso. Se crisi poi sarà, di fronte al niet dei grillini, saranno "loro" ad assumersi la responsabilità. "Non voglio sentire più scuse: in settimana il decreto sicurezza-bis dovrà essere approvato in Consiglio dei ministri", è la priorità in cima alla lista del capo del Viminale. Seguita a ruota dalle intese sulle autonomie regionali, finora respinte dal ticket Conte-Di Maio. E poi la Tav e le altre opere pubbliche, sulla scia del successo in Piemonte. Per non dire della flat tax, perché "alla tassa unica al 15 per cento per lavoratori dipendenti e famiglie non rinuncio - detta ancora il leghista - per me sarà la priorità". Ma per quella bisognerà attendere la manovra 2020, dopo l'estate.
Prima di allora, il governo dovrà superare il terremoto di questo post voto. Anche perché Salvini giura che non cambia nulla. Ma col voto di ieri cambia la geografia politica. Basta sommare le percentuali di Lega e Fratelli d'Italia, anche senza Berlusconi, per sfiorare la soglia del 40 per cento. Quella che, legge elettorale alla mano, alle politiche garantirebbe la maggioranza in Parlamento. Se il vicepremier leghista decidesse di staccare la spina avrebbe i numeri per puntare dritto su Palazzo Chigi. Da solo o quasi. Il vecchio centrodestra continua a mietere successi, in ultimo anche nel Piemonte finora governato dal Pd. Ma il capo del Viminale continua a ripetere di non voler tornare indietro, convinto che "se riabbracciassi Silvio perderei il 10 per cento dei consensi di oggi". Niente ritorno al vecchio, in teoria. Per ora. Dovrà fare i conti con l'insofferenza dei suoi ministri. Che persiste. E che da oggi con questi numeri lieviterà ulteriormente. "Qualcosa nel governo dovrebbe pur cambiare - si lamenta un leghista dell'esecutivo - la Trenta dobbiamo tenercela ancora alla Difesa? E Toninelli che ostacola le opere pubbliche alle Infrastrutture? E la Grillo alla Sanità?"
Ma Salvini che in camicia bianca notte tempo annuncia che è il "momento della responsabilità per la Lega primo partito", batte molto meno sulla "rivoluzione" che sognava di portare in Europa. Il successo di Marine Le Pen consolida l'asse sovranista italo-francese, ma la cordata non sfonda come avevano pronosticato i leader delle destre ritrovatisi sul palco di Piazza Duomo il 18 maggio. Con questi numeri, con i popolari e i socialisti che si preparano a stringere nuove alleanze per tornare alla guida d'Europa, l'eventuale gruppo unico dei sovranisti si prepara a cinque anni di dura opposizione a Bruxelles. E il governo gialloverde italiano a un ulteriore, rischioso isolamento. Ma quella è un'altra storia. Da oggi, la resa dei conti si apre a Roma.
"Andare avanti per quattro anni con il premier espressione del terzo partito è un problema loro, non sarò io ad aprire la questione o a scatenare la crisi, non lo avrei fatto neanche se avessi avuto il 35 per cento", è stato il ragionamento di Salvini nella notte con Giorgetti e Fontana, raggiunti nello studio di Bellerio dall'economista della Lega Claudio Borghi - Non ne faremo una questione di poltrone, ma di programmi sì, eccome, voglio un'accelerazione sulle cose da fare, quello lo pretendo". Cosa vuol dire lo spiegherà sempre a loro, nel chiuso della stanza, prima di presentarsi alle telecamere. Significa che "se Luigi vuole andare avanti, allora andrà aperta la fase due, quella del fare". Ovvero del fare quel che chiede la Lega. "Perché siamo il primo partito", ripete Salvini. "Bisognerà però vedere a quel punto - è il ragionamento degli uomini di governo che lo stanno ascoltando - se loro reggeranno alla pressione". Anche perché saranno dettate, quasi imposte, condizioni-cappio agli alleati che, per dirla con un ministro, "hanno trascorso gli ultimi due mesi a insultarci illudendosi così di conquistare più voti". La Lega passa adesso all'incasso. Se crisi poi sarà, di fronte al niet dei grillini, saranno "loro" ad assumersi la responsabilità. "Non voglio sentire più scuse: in settimana il decreto sicurezza-bis dovrà essere approvato in Consiglio dei ministri", è la priorità in cima alla lista del capo del Viminale. Seguita a ruota dalle intese sulle autonomie regionali, finora respinte dal ticket Conte-Di Maio. E poi la Tav e le altre opere pubbliche, sulla scia del successo in Piemonte. Per non dire della flat tax, perché "alla tassa unica al 15 per cento per lavoratori dipendenti e famiglie non rinuncio - detta ancora il leghista - per me sarà la priorità". Ma per quella bisognerà attendere la manovra 2020, dopo l'estate.
Prima di allora, il governo dovrà superare il terremoto di questo post voto. Anche perché Salvini giura che non cambia nulla. Ma col voto di ieri cambia la geografia politica. Basta sommare le percentuali di Lega e Fratelli d'Italia, anche senza Berlusconi, per sfiorare la soglia del 40 per cento. Quella che, legge elettorale alla mano, alle politiche garantirebbe la maggioranza in Parlamento. Se il vicepremier leghista decidesse di staccare la spina avrebbe i numeri per puntare dritto su Palazzo Chigi. Da solo o quasi. Il vecchio centrodestra continua a mietere successi, in ultimo anche nel Piemonte finora governato dal Pd. Ma il capo del Viminale continua a ripetere di non voler tornare indietro, convinto che "se riabbracciassi Silvio perderei il 10 per cento dei consensi di oggi". Niente ritorno al vecchio, in teoria. Per ora. Dovrà fare i conti con l'insofferenza dei suoi ministri. Che persiste. E che da oggi con questi numeri lieviterà ulteriormente. "Qualcosa nel governo dovrebbe pur cambiare - si lamenta un leghista dell'esecutivo - la Trenta dobbiamo tenercela ancora alla Difesa? E Toninelli che ostacola le opere pubbliche alle Infrastrutture? E la Grillo alla Sanità?"
Ma Salvini che in camicia bianca notte tempo annuncia che è il "momento della responsabilità per la Lega primo partito", batte molto meno sulla "rivoluzione" che sognava di portare in Europa. Il successo di Marine Le Pen consolida l'asse sovranista italo-francese, ma la cordata non sfonda come avevano pronosticato i leader delle destre ritrovatisi sul palco di Piazza Duomo il 18 maggio. Con questi numeri, con i popolari e i socialisti che si preparano a stringere nuove alleanze per tornare alla guida d'Europa, l'eventuale gruppo unico dei sovranisti si prepara a cinque anni di dura opposizione a Bruxelles. E il governo gialloverde italiano a un ulteriore, rischioso isolamento. Ma quella è un'altra storia. Da oggi, la resa dei conti si apre a Roma.