Nel M5S intorno a Fico cresce il fronte anti Lega. Di Maio teme il ribaltone
Annalisa Cuzzocrea , di ANNALISA CUZZOCREALa paura del vicepremier è un accordo con il Pd e la nascita di una nuova maggioranza in Parlamento
Quando Luigi Di Maio dice - nel post in cui ribadisce lealtà al governo - "questa è l'unica maggioranza possibile", è a Roberto Fico che sta parlando. Nella sindrome di accerchiamento in cui il capo politico M5S vive da giorni, una delle paure più grandi è che in Parlamento ci sia chi gioca un'altra partita. Quella del "ribaltone". Di un accordo con il Pd che mandi a casa il contratto di governo con la Lega e faccia cominciare tutta un'altra storia.
Finché si è trattato di un agguerrito gruppo di deputati e senatori che hanno detto nfo al decreto sicurezza voluto dal ministro dell'Interno, che hanno fatto battaglia sulla "legittima difesa" e che intendono mettersi di traverso, ad esempio sull'autonomia, il vicepremier aveva tollerato. La sua debolezza non gli consente di andare avanti con minacce ed espulsioni. Deve riuscire a ricucire, per non perdere davanti alla Lega l'unico vant…
Finché si è trattato di un agguerrito gruppo di deputati e senatori che hanno detto nfo al decreto sicurezza voluto dal ministro dell'Interno, che hanno fatto battaglia sulla "legittima difesa" e che intendono mettersi di traverso, ad esempio sull'autonomia, il vicepremier aveva tollerato. La sua debolezza non gli consente di andare avanti con minacce ed espulsioni. Deve riuscire a ricucire, per non perdere davanti alla Lega l'unico vant…
Quando Luigi Di Maio dice - nel post in cui ribadisce lealtà al governo - "questa è l'unica maggioranza possibile", è a Roberto Fico che sta parlando. Nella sindrome di accerchiamento in cui il capo politico M5S vive da giorni, una delle paure più grandi è che in Parlamento ci sia chi gioca un'altra partita. Quella del "ribaltone". Di un accordo con il Pd che mandi a casa il contratto di governo con la Lega e faccia cominciare tutta un'altra storia.
Finché si è trattato di un agguerrito gruppo di deputati e senatori che hanno detto nfo al decreto sicurezza voluto dal ministro dell'Interno, che hanno fatto battaglia sulla "legittima difesa" e che intendono mettersi di traverso, ad esempio sull'autonomia, il vicepremier aveva tollerato. La sua debolezza non gli consente di andare avanti con minacce ed espulsioni. Deve riuscire a ricucire, per non perdere davanti alla Lega l'unico vantaggio che gli è rimasto: la forza dei numeri a Montecitorio e Palazzo Madama.
Ma se alla guida di questo gruppo, che si è intestato il 40 per cento degli iscritti al blog contro Matteo Salvini sul caso Diciotti e che cresce di giorno in giorno, si mette il presidente della Camera, le cose si fanno più complicate. Roberto Fico non ha mai fatto cordate. Attorno alla sua linea si sono coagulate però, negli anni, un po' di persone.
Quelle che non hanno gradito l'incoronazione di Di Maio a capo politico con un'operazione di vertice (Beppe Grillo, Davide Casaleggio e conseguente ratifica sul blog); quelle che pensano che il Movimento debba stare lontano dalla visione del mondo della Lega, e che lo ancorano a radici di sinistra: la lotta sui beni comuni, l'acqua pubblica, l'aiuto ai più deboli, il tanto citato "nessuno deve rimanere indietro"; quelle che in queste settimane stanno cercando di capire, attraverso i contatti con le associazioni, quante persone sono rimaste per strada dopo lo smantellamento degli Sprar, il sistema di piccola accoglienza dei migranti nei comuni, per chiedere una revisione del decreto immigrazione.
A Di Maio, che lo ha chiamato per capire le sue intenzioni dopo l'uscita domenica sulla festa della Repubblica dedicata a "migranti, rom, sinti", Fico ha detto quello che pensa: "Ho solo affermato i valori della Repubblica e della Costituzione, ricordando l'articolo 2 e il 3". E poi: "Non possiamo cedere ancora alla Lega, altrimenti il Movimento scompare". Con i suoi, è stato altrettanto chiaro: "Piccona, piccona, pezzo pezzo, e non rimane niente". Il piccone ce lo ha in mano Salvini. Il 5 stelle è la montagna che si sta sgretolando.
A parole, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo è d'accordo. Appiattirsi sugli alleati ora che sono stati rafforzati dal voto alle europee significherebbe andare sotto quel 17 per cento che sembra già la fine di tutto. C'è però molta tattica, in questa posizione. E c'è un'ala governista molto ampia. Rafforzata dal limite dei due mandati: se saltasse tutto, per Di Maio, Riccardo Fraccaro, Alfonso Bonafede, Paola Taverna, sarebbe l'ultimo giro.
Lo sarebbe anche per Fico e per gran parte dei parlamentari M5S, ma il presidente della Camera non fa mistero di non credere che si possa continuare a tutti i costi. Non trama per mandare tutto all'aria, però. Altrimenti avrebbe potuto fare di più che non votare sul blog il giorno in cui il capo politico ha cercato la riconferma. O lasciare l'aula quando si è votato il decreto sicurezza. Avrebbe potuto dire a Di Maio: "Hai fallito, adesso tocca a qualcun altro".
Non lo ha fatto e non lo farà. Ma difende la posizione di chi si riconosce nel Movimento delle origini. Venerdì, le deputate M5S Doriana Sarli e Gilda Sportiello avevano presentato alla Camera un'interrogazione sullo sgombero del campo rom a Giugliano, preoccupate delle mancate sistemazioni per le famiglie cacciate. Il sottosegretario all'Interno Sibilia aveva dato una risposta insufficiente. Ne era nato un confronto in aula che un post ufficiale dei Cinquestelle aveva sconfessato, mettendosi dalla parte del governo. Due giorni dopo, il presidente della Camera ha ricordato che la festa della Repubblica è dedicata a chi la abita, di qualunque etnia sia. È questo che teme Di Maio. Che i dissidenti non siano più soli.
Finché si è trattato di un agguerrito gruppo di deputati e senatori che hanno detto nfo al decreto sicurezza voluto dal ministro dell'Interno, che hanno fatto battaglia sulla "legittima difesa" e che intendono mettersi di traverso, ad esempio sull'autonomia, il vicepremier aveva tollerato. La sua debolezza non gli consente di andare avanti con minacce ed espulsioni. Deve riuscire a ricucire, per non perdere davanti alla Lega l'unico vantaggio che gli è rimasto: la forza dei numeri a Montecitorio e Palazzo Madama.
Ma se alla guida di questo gruppo, che si è intestato il 40 per cento degli iscritti al blog contro Matteo Salvini sul caso Diciotti e che cresce di giorno in giorno, si mette il presidente della Camera, le cose si fanno più complicate. Roberto Fico non ha mai fatto cordate. Attorno alla sua linea si sono coagulate però, negli anni, un po' di persone.
Quelle che non hanno gradito l'incoronazione di Di Maio a capo politico con un'operazione di vertice (Beppe Grillo, Davide Casaleggio e conseguente ratifica sul blog); quelle che pensano che il Movimento debba stare lontano dalla visione del mondo della Lega, e che lo ancorano a radici di sinistra: la lotta sui beni comuni, l'acqua pubblica, l'aiuto ai più deboli, il tanto citato "nessuno deve rimanere indietro"; quelle che in queste settimane stanno cercando di capire, attraverso i contatti con le associazioni, quante persone sono rimaste per strada dopo lo smantellamento degli Sprar, il sistema di piccola accoglienza dei migranti nei comuni, per chiedere una revisione del decreto immigrazione.
A Di Maio, che lo ha chiamato per capire le sue intenzioni dopo l'uscita domenica sulla festa della Repubblica dedicata a "migranti, rom, sinti", Fico ha detto quello che pensa: "Ho solo affermato i valori della Repubblica e della Costituzione, ricordando l'articolo 2 e il 3". E poi: "Non possiamo cedere ancora alla Lega, altrimenti il Movimento scompare". Con i suoi, è stato altrettanto chiaro: "Piccona, piccona, pezzo pezzo, e non rimane niente". Il piccone ce lo ha in mano Salvini. Il 5 stelle è la montagna che si sta sgretolando.
A parole, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo è d'accordo. Appiattirsi sugli alleati ora che sono stati rafforzati dal voto alle europee significherebbe andare sotto quel 17 per cento che sembra già la fine di tutto. C'è però molta tattica, in questa posizione. E c'è un'ala governista molto ampia. Rafforzata dal limite dei due mandati: se saltasse tutto, per Di Maio, Riccardo Fraccaro, Alfonso Bonafede, Paola Taverna, sarebbe l'ultimo giro.
Lo sarebbe anche per Fico e per gran parte dei parlamentari M5S, ma il presidente della Camera non fa mistero di non credere che si possa continuare a tutti i costi. Non trama per mandare tutto all'aria, però. Altrimenti avrebbe potuto fare di più che non votare sul blog il giorno in cui il capo politico ha cercato la riconferma. O lasciare l'aula quando si è votato il decreto sicurezza. Avrebbe potuto dire a Di Maio: "Hai fallito, adesso tocca a qualcun altro".
Non lo ha fatto e non lo farà. Ma difende la posizione di chi si riconosce nel Movimento delle origini. Venerdì, le deputate M5S Doriana Sarli e Gilda Sportiello avevano presentato alla Camera un'interrogazione sullo sgombero del campo rom a Giugliano, preoccupate delle mancate sistemazioni per le famiglie cacciate. Il sottosegretario all'Interno Sibilia aveva dato una risposta insufficiente. Ne era nato un confronto in aula che un post ufficiale dei Cinquestelle aveva sconfessato, mettendosi dalla parte del governo. Due giorni dopo, il presidente della Camera ha ricordato che la festa della Repubblica è dedicata a chi la abita, di qualunque etnia sia. È questo che teme Di Maio. Che i dissidenti non siano più soli.