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(ansa)

Con Di Maio o con Conte, ormai ci sono due M5S

Il capo politico prova a tenere il fronte compatto. Ma i "lealisti" nel Movimento sono sempre meno. Mentre cresce sempre più il ruolo del premier  
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Luigi Di Maio ci ha provato. Con le "graticole" per i sottosegretari, gli incontri con i consiglieri e i sindaci, i "saggi" ascoltati al telefono per capire quali regole cambiare, il pranzo con Beppe Grillo a Bibbona. Il capo politico ha tentato in ogni modo di tenere il fronte compatto, mentre cercava di salvare il governo, ma i "lealisti" nel Movimento sono sempre di meno. Mentre cresce la preoccupazione di chi vede una deriva pericolosa nel rafforzamento dell'asse 5S con la Lega. E vuole fermarla.

Le parole di Giuseppe Conte a Repubblica sono state lette da più di un dirigente M5S come "perfettamente centrate". Cedere a Salvini sul decreto sicurezza bis, imitarlo con controlli ad hoc sui negozi cinesi e pakistani (una stretta decisa su base etnica non si era mai vista) e inseguirlo sul terreno delle proposte cara alla Lega, è considerata da molti - tra i cinque stelle - una strategia suicida.

Il presidente del Consiglio ha…
Luigi Di Maio ci ha provato. Con le "graticole" per i sottosegretari, gli incontri con i consiglieri e i sindaci, i "saggi" ascoltati al telefono per capire quali regole cambiare, il pranzo con Beppe Grillo a Bibbona. Il capo politico ha tentato in ogni modo di tenere il fronte compatto, mentre cercava di salvare il governo, ma i "lealisti" nel Movimento sono sempre di meno. Mentre cresce la preoccupazione di chi vede una deriva pericolosa nel rafforzamento dell'asse 5S con la Lega. E vuole fermarla.

Le parole di Giuseppe Conte a Repubblica sono state lette da più di un dirigente M5S come "perfettamente centrate". Cedere a Salvini sul decreto sicurezza bis, imitarlo con controlli ad hoc sui negozi cinesi e pakistani (una stretta decisa su base etnica non si era mai vista) e inseguirlo sul terreno delle proposte cara alla Lega, è considerata da molti - tra i cinque stelle - una strategia suicida.

Il presidente del Consiglio ha una prima preoccupazione, che è quella di non dare pretesti all'Europa per andare avanti con la procedura di infrazione sul debito, considerata pericolosa per la tenuta dell'intero sistema. Conte è convinto che i due vicepremier stiano sottovalutando il problema, che non abbiano ancora compreso che il peso dell'Italia in Europa, con le ultime elezioni per il Parlamento di Strasburgo, non è aumentato. Al contrario, si è ridotto.

I consiglieri di Palazzo Chigi lo considerano l'unico in grado di salvare il salvabile, davanti alle richieste sempre più pressanti di Bruxelles. E perfino sul tavolo della Casaleggio, o meglio dell'associazione Rousseau, arrivano settimanalmente i sondaggi di popolarità che ne danno il consenso in ascesa. Da sparring partner di secondo piano, all'interno del Movimento, il premier si è ritagliato un ruolo da protagonista.

Di Maio lo sa. I suoi gli dicono: "Tranquillo, senza di noi non raccoglie l'un per cento, si è montato la testa", ma sembrano frasi volte a esorcizzare una paura, più che analisi lucide di una situazione in divenire. Conte e Di Maio continuano a sentirsi. Il rapporto non si è ancora deteriorato al punto da giungere a una rottura. Ma la competizione tra i due è aperta nei fatti. E non potrebbe essere altrimenti, con il voto anticipato che continua a incombere e un Di Maio che, tra gli altri problemi, ha anche quello di non potersi ricandidare se non sarà cambiata la regola che prevede il limite dei due mandati.

A sorpresa, poi, l'allarme di Conte è condiviso dal presidente della Camera Roberto Fico, che con il presidente del Consiglio e con il ministro dell'Economia Giovanni Tria lavora su molti dossier. Il suo discorso all'assemblea congiunta post europee era stato molto chiaro: se andiamo dietro al consenso e ai sondaggi per decidere la nostra linea politica, spariamo. Quelle parole non sono state né capite né fatte in alcun modo proprie dalla cerchia stretta di Di Maio, impegnato a cercare nemici. Come fantomatiche liste nascenti con il sindaco di Napoli Luigi De Magistris.

Di Maio non ha alcuna voglia di fare autocritica, ma potrebbe esservi costretto per due fattori. Il primo è la mancanza di un limite nelle ambizioni della Lega: che non si accontenta di aver incassato il sicurezza bis e un via libera almeno formale sulla flat tax, o di stare per prendersi almeno due nuovi ministeri e un commissario europeo, e torna invece a parlare di condoni fiscali. Uno dei pochi punti su cui il capo politico M5S sa di non poter cedere .

Il secondo è Beppe Grillo. Nella sua villa sul mare, il fondatore ha messo su il volto paterno di chi tutto comprende, ma nel suo intervento di ieri sul Fatto quotidiano, ripreso poi nel blog, ha messo paletti chiari: il Movimento non deve scordarsi di essere nato per essere biodegradabile (pronto a sparire, quindi, non attaccato alla poltrona). La Tav è un'opera inutile quanto e peggio del Mose.

I dubbi di Conte, Fico e Grillo non sono omogenei. Il primo ha su molti dossier un approccio pragmatico che non deve tenere conto dei dogmi del Movimento. Ma se il loro dissenso sulla strategia di Di Maio si saldasse, il ministro dello Sviluppo avrebbe davanti un problema più grande di quanto non abbia finora immaginato.

Resta l'incognita Alessandro Di Battista, sempre a cavallo tra "lealisti" e "ortodossi". Ieri l'ex deputato è tornato a scrivere contro la Lega per gli arresti in Sicilia del consigliere Paolo Arata e dell'imprenditore Vito Nicastri. Nelle riunioni sulla linea, però, è al fianco di Di Maio. E sua era l'idea di concedere alla Lega il ministero dell'Economia, pur di allontanare il "responsabile" Giovanni Tria.